Il manoscritto inedito
novella
In ultimo ci sarà un’immagine, non una parola.
Prima delle immagini le parole muoiono.
(Christa Wolf, Cassandra)
Calogero Giuseppe Belluccia,
detto in famiglia Calò, ma abituato a presentarsi a tutti come Gery, non disdegnava affatto il suo sangue siculo, solo
si vantava d’aver viaggiato molto in gioventù e d’essere stato perfino in America. Così preferiva per
sé quel diminutivo di risonanza anglosassone piuttosto della lunga e
altisonante sillabazione del proprio nome di battesimo: Ca-lo-ge-ro. Nemmeno gli piaceva quel “Calò” con cui
l’aveva sempre chiamato sua madre: sapeva troppo di voce del verbo “calare”, al
passato remoto, e quel verbo e quel tempo verbale non gli parevano d’ottimo
auspicio per le sue speranze future. Invece il nomignolo “Gery” era tutt’altra
cosa. Così infatti l’aveva soprannominato la sua Dorothy, quella biondina
americana con cui aveva vissuto una travolgente passione newyorkese al tempo in
cui era stato ospite dei parenti di Little Italy. Ma “Gery” andava scritto
rigorosamente con un sola “erre” e con la “G” iniziale (non con la “J”), perché
italiano Calogero era − anzi, siciliano
− e tale, anche all’estero, voleva restare.
Dorothy Wellington.
Un grande amore, quello. Per questa ragione Calogero non si stancava mai di
ricordarla e parlarne, o probabilmente perché Dorothy era stata l’unica donna
che gli avesse mai dimostrato qualche simpatia e la sola con cui avesse avuto
una pur breve storia. Così, col passar degli anni, i ricordi di lei ne avevano
alzato la statura, modellato le forme, allungato la folta chioma ricciuta e
mitigato il carattere, a somiglianza di quella che qualsiasi uomo avrebbe
potuto considerare la propria donna ideale. Non fosse stato per l’oceano di
distanza che li separava, Calogero Belluccia l’aveva un giorno trovata pure lui
una donna da sposare. Peccato che di Dorothy Wellington non ce ne fossero più
state altre.
Del resto, a
quel tempo, quando aveva appena venticinque anni, anche lui si considerava un giovane
piuttosto piacente. Certo, il suo metro e sessantotto di statura non lo rendeva
proprio paragonabile a un fotomodello, ma i capelli allora c’erano ancora tutti
− e neri e folti come quelli del maschio latino, che fa fremere di desideri
erotici le allampanate ragazze americane − e le bretelle non gli servivano
ancora, perché l’adipe era solo accennato e non somigliava affatto alla
pinguedine che ormai aveva allargato a mo’ di ippopotamo il suo giro vita. Che
poi Dorothy Wellington fosse stata davvero quella femmina mozzafiato che lui
sempre decantava, questo non poteva garantirlo nessuno, visto che nemmeno una
fotografia di lei gli era rimasta da mostrare agli amici. E che veramente lei fosse
stata pronta a lasciare New York per sposarlo e venire a stabilirsi con lui ad
Agrigento, se solo non fosse stato per la madre invalida che richiedeva la sua insostituibile
assistenza, questa fu sempre la versione che Calogero dette alla storia. Ma la
versione della controparte non la poté mai sentire nessuno. Comunque, dopo il
suo rientro in Italia, Gery non era sembrato aver altrettanta fortuna con le
donne di Agrigento. Forse per questo motivo era rimasto a vivere con la madre
vedova e si era dedicato tutto al suo negozietto di rigattiere, la cui insegna
a grandi caratteri gotici dichiarava pomposamente: “Gery’s Antiques”.
A
cinquant’anni suonati Calogero Belluccia aveva ormai trasposto tutto l’amore
che più nessuna donna s’era meritata da lui alle chincaglierie d’epoca che andava
a scovare nelle soffitte dove lo chiamavano a portar via bauli e scatoloni, quando
la morte degli anziani proprietari induceva gli eredi a far piazza pulita delle
cianfrusaglie per liberare la casa. Ma tra tutte le sue “antichità”, i libri − vecchi,
antichi, rari, prime edizioni, manoscritti, incunaboli − erano ormai la sua più
grande passione. L’amore per le Lettere l’aveva infatti accompagnato da sempre,
tanto che si faceva vanto di parlare un perfetto italiano e di conoscere anche un
po’ di inglese, sebbene in famiglia e con la maggior parte dei compaesani si
ritrovasse a parlare quasi sempre in dialetto siciliano. E nel suo negozietto,
stipato oltremisura di tutti i più assurdi ammennicoli, accatastati in
disordine e tutti impolverati, solo la parete della libreria brillava d’un ordine
meticoloso senza che granello di polvere osasse intaccarla. Lì troneggiavano
tutte le edizioni pregiate (e addirittura un incunabolo), che era quasi fargli
dispetto chiedergli di vendere, perché ogni mattina se le andava ad
accarezzare, a lucidare, a odorare – quasi fosse profumo di donna quella
fragranza di vecchia carta e di vecchie rilegature in pelle, che a lui evocava
fantasie proibite.
«L’immortalità
di un uomo è in ciò che scrive», era solito dire a chiunque lo interpellasse
sui libri d’antiquariato. «Solo lo scrittore sopravvive alla sua stessa morte,
perché le sue parole restano quando il suo corpo è ormai cenere. Le edizioni
antiche mostrano tutto il contrasto tra lo scorrere del tempo, che la carta e
la rilegatura consunte mettono in evidenza, e l’immortalità del pensiero dell’autore, tuttora vivo e presente, se le generazioni
attuali ancora lo leggono, e ancora lo ricordano…».
La fama che si
era andato guadagnando nel corso degli anni, quale esperto conoscitore delle
edizioni pregiate ed estimatore di libri antichi competente quanto bastava per non venire imbrogliato con falsi d’epoca,
era dunque davvero una reputazione meritata. Nessuno invece sapeva che la sua
ben nota passione di collezionista di libri d’antiquariato ne nascondeva
un’altra coltivata in segreto. Calogero sognava infatti da gran tempo il suo
pezzetto di immortalità, ed erano vent’anni che stava scrivendo e riscrivendo
il “suo” romanzo, quello che prima o poi sarebbe giunto alla versione
definitiva e finalmente avrebbe fatto di Gery Belluccia (poiché quello,
naturalmente, sarebbe stato il nome destinato a comparire sulla copertina del
libro) uno degli scrittori più letti e più apprezzati d’Italia. Una volta
pubblicato, Calogero era certo che il suo romanzo avrebbe vinto il premio
Strega o il premio Campiello. E sarebbe sicuramente stato tradotto in molte
lingue. Se poi, dopo, lui fosse riuscito a scriverne altri, magari prima di
morire − chissà! − avrebbe potuto perfino vedersi insignito del premio Nobel
per la Letteratura. E
allora sì, la sua immortalità sarebbe stata definitivamente conseguita. Ma su
quest’ultimo riconoscimento non era troppo fiducioso: avrebbe mai fatto in
tempo a scrivere qualche altro libro, visto che dopo vent’anni il primo non era
ancora terminato?
Questo sognava
comunque, in gran segreto, Calogero Belluccia, mentre si trascinava sempre appresso,
avanti e indietro da casa a negozio, il suo computer portatile, per dedicarsi a
scrivere nelle lunghe ore in cui nella bottega non entrava nessuno, e poi in
casa per impegnare le serate oziose in alternativa alla solita tv.
«Mii, Calò!» strillava sistematicamente
sua madre, un po’ sorda, bussando alla porta della sua stanza, dove la domenica
Calogero sempre si rinchiudeva a chiave. «Ma
chi sta' a fari tuttu lu santu jornu chiuiuto d’intra a sta càmmara?»
Ma Calogero
non ci badava, e si chiudeva a chiave proprio per non essere sorpreso dalla
madre mentre era impegnato a scrivere, momento di incondivisibile intimità, che
non ammetteva la presenza o il disturbo di chicchessia.
Non lo doveva
sapere la vecchia signora Belluccia, che suo figlio non s’era mai stancato di
portare avanti il progetto di pubblicazione del suo romanzo. Aveva cominciato a
scriverlo quando aveva solo trent’anni. Ormai era giunto alla ventisettesima
stesura. E ancora non era certo che potesse essere quella definitiva.
Amori americani di un italiano di provincia.
Così si intitolava il suo romanzo. Vi compariva naturalmente − sotto mentite
spoglie − Dorothy Wellington, di versione in versione sempre più bella,
irresistibile e sessualmente esperta. Ma vi comparivano anche tutte le altre
donne della sua immaginazione: quelle che non aveva mai avuto la fortuna di
incontrare, ma che la sua mente conosceva alla perfezione. E c’era più sesso in
quelle quattrocentoquaranta cartelle di quanto non ve ne fosse mai stato in
tutta la sua vita.
«Eh! Le
compensazioni dell’immaginario!» sospirava Calogero tra sé e sé, quando di
tanto in tanto si avvedeva di quella beffarda contraddizione tra scrittura e
vita.
Tutte le ventisette versioni degli
Amori americani di un italiano di
provincia erano state di volta in volta spedite, nell’arco di quei vent’anni,
a innumerevoli case editrici. Per la verità, la prima versione l’aveva a suo
tempo destinata miratamente solo alla Mondatori, alla Rizzoli e alla Einaudi.
Infatti gli pareva allora che non esistessero altri editori degni di ricevere
in valutazione il suo manoscritto. Purtroppo, dopo un anno di inspiegabile
silenzio da parte dei suddetti, e dopo risposte così sgradevolmente evasive alle
sue insistenti telefonate settimanali per verificare il ricevimento del
manoscritto e il relativo stato di lettura, aveva deciso che forse era il caso
di allargare un pochino la rosa dei candidati degni di pubblicare la sua opera.
Ma nel frattempo, a rileggere il romanzo a distanza di tempo, si era anche accorto
che qualcosa nell’intreccio non funzionava proprio benissimo. Forse era proprio
questa la ragione che spiegava il disinteresse dimostratogli da editori
notoriamente avvezzi a riconoscere al volo il futuro best-seller. Così Calogero
Belluccia si fece un punto d’onore nel provvedere tempestivamente alla prima ristesura
del romanzo, correggendo quei difettucci che probabilmente avevano giocato a
favore di un non pieno apprezzamento dell’opera. Anche il Manzoni non era forse
arrivato a scrivere I Promessi Sposi
solo come revisione del suo originario Fermo
e Lucia?
Poiché
qualcosa in quelle criptiche risposte telefoniche non lo aveva del tutto
persuaso, decise di inviare la seconda versione del suo romanzo a una lista un
po’ più numerosa di editori, comunque di consolidata fama. Grande fu quindi l’eccitazione
con cui aprì la lettera che gli giunse da Adelphi. Ma la missiva intendeva solo
comunicargli che il suo romanzo non risultava coerente con i loro progetti
editoriali. Altrettanto accadde con parecchie delle altre case editrici che
avevano ricevuto il romanzo, mentre le restanti risposero ancora una volta con
il silenzio. Di nuovo Calogero si persuase che fosse rimasto nel testo qualche
difetto da correggere e si decise a riscrivere da capo l’opera per una terza
volta. E così, di riscrittura in riscrittura, era approdato nel corso degli
anni alla ventisettesima versione degli Amori
americani di un italiano di provincia, mentre di volta in volta la lista degli
editori cui inviarlo si era doverosamente allungata fino a includere anche case
editrici quasi del tutto sconosciute.
In verità, nel
corso degli anni e delle numerose spedizioni del manoscritto, qualche proposta
di pubblicazione l’aveva pur ricevuta. Ma si trattava sempre, inesorabilmente,
di editori che l’avevano coperto di lodi solo per spiegargli a seguito come −
vista la sua condizione di esordiente e il rischio di impresa che comportava la
pubblicazione di un romanzo scritto da un autore praticamente sconosciuto al
grande pubblico − fosse necessario che lui contribuisse
di tasca propria alle spese di pubblicazione. I contributi richiesti variavano a seconda dei casi, e degli anni,
aggirandosi tra i duemilioni e mezzo e i cinquemilioni delle vecchie lire, per oscillare
successivamente tra i duemilacinquecento e i cinquemila euro, dopo l’avvento
della moneta unica, secondo la comune prassi di conversione fai-da-te delle
lire in euro, adottata da chiunque potesse decidere autonomamente il criterio
di equivalenza per le proprie tariffe.
«Alla faccia
del contributo!» era l’immancabile reazione
di Calogero Belluccia a ogni proposta di questo genere. «Con un tale contributo alla pubblicazione non sarà
certo l’editore ad aver bisogno di vendere il mio libro, visto che ci ha già
guadagnato sopra abbastanza! Ma che credono? Che non sappia quanto costa la
stampa di duecento copie in una tipografia? Se me le facessi stampare da Ciccio
Lo Cascio, meno di trecento euro mi chiederebbe!»
Provò anche a
spiegarlo a qualcuno dei gentili editori che insistevano su quanto fosse
opportuno che lui osasse fare un piccolo investimento su di sé al fine di
permettere al suo romanzo di uscire dal cassetto e di ottenere così
l’attenzione dei critici letterari.
«Ma una nostra
pubblicazione è tutt’altra cosa rispetto alla stampa di un tipografo!» aveva
replicato scandalizzato il titolare della casa editrice Il Gatto e la Volpe. «Noi dobbiamo sostenere anche i costi del
codice ISBN, e poi tutti quelli relativi alla promozione del libro!»
Tuttavia
Calogero Belluccia non s’era lasciato persuadere, sia perché aveva già avuto
modo di scoprire che i costi del codice ISBN (che faceva la differenza tra un
libro “stampato” e un libro “pubblicato”) non superavano i 10 euro, sia perché
aveva l’impressione che la suddetta casa editrice spendesse assai più per far
pubblicità sui quotidiani e su internet alla propria ricerca di manoscritti di
esordienti che non per i libri che poi effettivamente pubblicava. E il fatto
che rinnovasse a regolare scansione bimestrale una sorta di concorso per la
valutazione di opere inedite, che prometteva proposta di pubblicazione ai selezionati, rendeva ai suoi occhi sospetta
quella affamata ricerca di inediti, che gli pareva giustificata assai più dai duemilasettecento
euro richiesti come contributo alla pubblicazione che non da un effettivo zelo
nello scovare talenti sconosciuti.
Infatti Calogero
Giuseppe Belluccia era forse un sognatore, ma non era del tutto uno
sprovveduto, anche perché nel suo piccolo era un mercante lui stesso, capace cioè
di abbindolare sapientemente l’ingenuo malcapitato turista, che poteva pagare
soddisfatto anche qualche migliaia di euro per portarsi a casa, come resti
rinvenuti sulla Collina dei Templi, delle pietre che lui raccattava attorno a
una casa diroccata nei pressi della discarica. Non s’era dunque mai lasciato
ingannare da quelle parole così lusinghiere, quando a seguito gli proponevano
di metter mano al portafoglio. Era vero che di tanto in tanto si struggeva a
pensare che qualche “grande” della letteratura l’aveva pur fatta agli esordi la
follia di pubblicarsi un’opera a proprie spese, e forse − se non l’avesse fatto
− non sarebbe mai giunto alla notorietà. Ma tutta quell’alacrità nel tentare di
persuaderlo della validità del suo romanzo e dell’opportunità di fare quel
piccolo investimento per renderlo finalmente accessibile al grande pubblico,
che sicuramente l’avrebbe saputo apprezzare, gli ricordava troppo tutte le
storie che sapeva inventarsi per rifilare a peso d’oro al turista sprovveduto
la chincaglieria che di valore d’antiquariato aveva solo le crepe e le
sbeccature. No, lo capiva da sé Calogero Belluccia che l’editore che tanto lo
esortava a investire denaro sulla propria opera, se avesse creduto davvero a
quanto sosteneva, non si sarebbe tirato indietro di fronte al rischio d’impresa
di pubblicarla lui stesso. E allora Calogero se ne restava per un po’ tutto
arrabbiato e pensieroso, salvo concludere nuovamente: «È solo che il testo ha
ancora bisogno di essere perfezionato…»
E l’indomani
cominciava a scriverne una nuova versione.
Di questo
passo, forse nemmeno alla ventisettesima versione Calogero Belluccia si sarebbe
fermato, se il destino non avesse voluto offrirgli insperabilmente una assai
più allettante opportunità per vedere il proprio nome consegnato per sempre
alla storia della letteratura.
Proprio in quei giorni era
infatti deceduta, all’età di settantotto anni, la signora Rosa Malaspina, vedova
del famoso avvocato Salvatore Mura, che l’aveva conosciuta a Milano ai tempi
della sua pratica forense nel Nord Italia, e se l’era sposata e portata con sé
ad Agrigento non appena aveva fatto ritorno alla sua amata isola. Si diceva che
in gioventù Rosa Malaspina fosse stata una bellissima donna e che, prima di
sposarsi, negli anni cinquanta, avesse perfino fatto l’attrice di teatro. Da
quel matrimonio, però, non erano venuti figli. E ormai da anni l’anziana vedova
viveva ritirata, con la badante, nella villa di famiglia lasciatale dal marito.
Con la sua morte, gli eredi si affrettarono a portarsi via i mobili antichi e i
quadri d’autore che arredavano gli ampi locali della villa, insieme a tutto ciò
che c’era di valore nella vecchia casa, chiamando Calogero Belluccia solo per
liberare il solaio, vista l’intenzione di mettere in vendita la proprietà.
Gli sgomberi
gratuiti erano una componente essenziale dell’attività di Calogero, poiché
immancabilmente gli fruttavano il recupero di oggetti altrimenti destinati alla
discarica, che invece lui risistemava e rivendeva a caro prezzo nella sua
bottega, come oggetti di antiquariato o modernariato. Calogero Belluccia attendeva da tempo di
poter mettere le mani sul solaio della signora Rosa, indovinando di trovarci parecchi
pizzi, biancheria ricamata e chincaglierie varie, che per il suo negozio
sarebbero stati una vera manna. Non si fece dunque pregare per svolgere quello
sgombero. Si tuffò tra polvere e ragnatele a rovistare nei bauli, gongolando a
ogni inaspettata sorpresa che gli capitava tra le mani: una bussola della prima
guerra mondiale, ancora funzionante, cappellini alla moda anni ’40, una
profusione di tovaglie e lenzuola ricamate a mano, un grazioso servizietto da
tè in porcellana Richard Ginori e quant’altro.
Stava giusto
rovistando in uno dei bauli, che conteneva vecchi e tarmati costumi teatrali,
quando il suo occhio esperto si accorse di un doppio fondo. Il cuore prese a
galoppargli, come sempre gli accadeva in tali circostanze. Adagio adagio riuscì
a sollevare il doppio fondo del baule. E lì apparve davanti ai suoi occhi una
voluminosa e consunta cartelletta di cartone, che Calogero estrasse con
meticolosa cura. Si portò quindi alla luce del lucernaio e l’aprì per
esaminarne il contenuto. Si trattava di una corposa pila di fogli ingialliti, riempiti
da una fitta scrittura ad inchiostro, un po’ scolorita ma perfettamente
leggibile. Numerose correzioni erano presenti sulle pagine. Di cosa mai poteva
trattarsi?
Calogero
inforcò gli occhiali. La pagina del frontespizio era chiaramente leggibile:
LE
SETTE VITE DI UN INQUISITORE
Romanzo
di
Luigi Pirandello
Berlino,
1929
Per te, Marta, ho scritto questo mio ultimo
romanzo,
sbocciatomi
in cuore dallo strazio della tua assenza.
E poiché tu, come per tutto, ne sei stata
l’ispiratrice,
a te lo dedico, e a te ne faccio esclusivo
dono.
Il tuo Maestro
Calogero Belluccia non poteva
credere ai propri occhi. Un romanzo inedito di Luigi Pirandello?
Dovette andare
a sedersi sullo sgabello sbilenco che stava vicino alla porta, perché le gambe
presero a tremargli in modo incontrollabile. E mentre col fazzoletto si
detergeva il sudore che aveva cominciato a imperlargli il viso rubicondo, con
l’altra mano teneva ben stretta in grembo la preziosa cartelletta.
«Calma, Gery!
Calma!» tentò di dirsi. «Non illuderti. Non può essere un manoscritto originale.
Non può essere un vero inedito di
Pirandello. Impossibile. Come potrebbe trovarsi in quel baule? E come puoi
pensare che sia capitato in mano proprio a te? Deve trattarsi per forza di un
falso… Non c’è altra spiegazione.»
Di questo
cercava di convincersi Calogero Belluccia per frenare la fantasia che già
correva al galoppo. Pirandello se l’era letto tutto, dalle novelle ai romanzi,
alle opere teatrali. Compreso l’ultimo dramma incompiuto, I giganti della montagna. Non c’era nessuna opera del grande letterato
che potesse prestarsi a un tale titolo, magari come prima stesura manoscritta
di un romanzo dato poi alle stampe in altra versione. Quindi, sicuramente, non
gli era capitata per le mani la versione originaria, manoscritta, di una delle
opere edite del grande letterato.
D’altra parte Calogero
conosceva abbastanza bene la biografia di Pirandello, e quella dedica a Marta −
ovviamente da intendersi come Marta Abba − non gli suonava inverosimile. La
grande passione senile del drammaturgo per la giovane attrice che ispirò,
interpretò e influenzò praticamente la maggior parte della sua opera teatrale
gli era perfettamente nota. Ed era anche al corrente del disperato senso di
solitudine che attanagliò il Maestro (proprio così Marta lo chiamava nelle sue
lettere) quando, dopo gli anni di stretta vicinanza nelle tournée della
Compagnia del Teatro dell’Arte, Pirandello
dovette sopportarne la lontananza e l’assenza.
Ma se quel manoscritto era originale, e se era stato donato a Marta Abba, come
poteva trovarsi nel baule della signora Malaspina, vedova Mura?
Questo si
domandava Calogero Belluccia in quel solaio, mentre i suoi pensieri correvano al
galoppo, accompagnati da un gran ventaglio
di interrogativi. Di dov’era infatti Marta Abba? Non era forse una
settentrionale? Non era in realtà originaria di Milano? E non era proprio
Milano il luogo in cui infine morì, parecchi anni dopo il suo ritiro dalle
scene?
Così gli
pareva di ricordare, se la memoria non lo ingannava. E ricordava perfino di un
matrimonio americano, che l'aveva portata per un certo tempo nell’altro continente, ma
a cui fece comunque seguito il suo ritorno in Italia nei primi anni cinquanta −
l’anno esatto non avrebbe saputo dirlo. E dove mai aveva vissuto, dal suo
definitivo rientro in Italia fino alla morte?
Questo non lo
sapeva, così come non ricordava nemmeno la data della sua morte. Ma avrebbe
potuto comunque cercarne riscontri, poiché una rete di congetture andava ormai intessendosi
nella sua mente.
Anche la
signora Rosa Malaspina era infatti originaria di Milano. Lo sapevano tutti. E
da giovane si diceva che avesse fatto l’attrice di teatro. Proprio come Marta
Abba, sebbene con minor fortuna. Non era dunque possibile che la signora Rosa,
in gioventù, avesse avuto occasione di conoscere di persona la grande attrice,
magari perfino prima che quest’ultima si ritirasse definitivamente dalle scene?
«No, no, no!
Gery, tieni i piedi a terra», si disse a quel punto Calogero. «Qui bisogna
capire innanzitutto se si tratta di un originale o di pagine scritte da chissà
chi, con la pretesa che fossero di Pirandello…»
Calogero si
alzò e si guardò intorno. Bisognava risolvere al più presto quel dilemma. Non
c’era più tempo per occuparsi delle cianfrusaglie della signora Rosa. L’occhio
gli cadde su una grande cappelliera. Vi si precipitò, svuotandola e riponendovi
dentro il manoscritto. A momenti sarebbero arrivati i ragazzi col furgoncino
per aiutarlo a portar via i bauli e a liberare la soffitta. Non voleva lasciare
il manoscritto insieme all’altra roba e voleva correre subito alla sua bottega
per esaminarlo con più attenzione. Scese quindi le scale e uscì a riporre la
cappelliera nel bagagliaio della sua impolverata Fiat Uno grigio metallizzato.
Fece appena in tempo a richiudere il bagagliaio quando vide fermarsi davanti
alla villa il Ducato dei ragazzi che assoldava a ore per aiutarlo negli
sgomberi.
«Senza di mia aviti a fari sta matina!»,
gridò loro in siciliano dalla sua auto già messa in moto. «A la putìa aiu a iri. Sapiti chi aviti a fari? Caricati tuttu e
purtatimillu a 'u magazzinu.»
Sì, a portar
la roba in magazzino potevano pensarci loro. Lui aveva di meglio da fare.
Arrivato al
negozio, appese quindi alla porta il cartello trilingue che dichiarava: “Closed – Chiuiutu – Chiuso”, e portò
subito la cappelliera col manoscritto nello stanzino del retrobottega, dove
effettuava le perizie. Lì si immerse nell’accurato esame di quelle pagine e poi
iniziò la lettura.
Quando rientrò a casa, quella
sera, Calogero Belluccia era agitato come non mai. Aveva trascorso l’intera
giornata a leggere un capolavoro inedito di Luigi Pirandello: il suo ottavo romanzo, di cui nessuno al mondo
conosceva l’esistenza!
Ormai era
certo che si trattasse di un manoscritto originale. Un’opera scritta dal grande
scrittore e drammaturgo per l’adorata Marta Abba, e a lei donata.
Perché? Perché
Pirandello aveva rinunciato a pubblicare quello che forse poteva ritenersi,
ancor più de Il fu Mattia Pascal o di
Uno, nessuno, centomila, il suo vero
capolavoro? Perché mai aveva scelto di negare al mondo un romanzo di tale pregio
per confinarlo nelle mani di un’unica donna? E come aveva fatto quel
manoscritto, verosimilmente posseduto da Marta Abba, a finire nel baule della
signora Rosa Malaspina? Che fosse davvero al corrente la signora Rosa di ciò
che si trovava nel doppio fondo di quel baule oppure nemmeno lei era a
conoscenza della sua esistenza?
Calogero
Belluccia era certo uno scrittore mediocre, anche se non sembrava rendersene
conto, ma le sue conoscenze di letteratura erano ineccepibili. Ragazzetto
timido, durante l’infanzia e l’adolescenza era cresciuto a pane e libri, aveva studiato
al liceo classico e si era laureato a Palermo in Lingua e Letteratura Italiana.
Luigi Pirandello, poi, era proprio tra i suoi grandi miti. Per questo si era da
tempo procurato copie di sue lettere manoscritte, e la sua competenza di
grafologo non gli lasciava ombra di dubbio che quella del manoscritto fosse
proprio la sua grafia.
No, non
c’erano più dubbi ormai. Si trattava proprio del manoscritto originale di un
romanzo inedito di Luigi Pirandello.
Del resto,
anche a prescindere dalla perizia grafologica da lui effettuata, quel romanzo
non avrebbe potuto essere stato scritto da altri che da Luigi Pirandello in
persona. Tutto il miglior Pirandello narratore era lì, in un romanzo storico
ambientato ai tempi dell’inquisizione e dei processi alle streghe, che certo
sorprendeva rispetto alle consuete ambientazioni Pirandelliane, ma che rivelava
inequivocabilmente al lettore esperto la particolare, originalissima
commistione del romanzo storico con tutte le tematiche care al grande scrittore,
nel suo inconfondibile stile. Inoltre quella storia, che riproponeva in altra
epoca l’ironia pirandelliana e il classico tema del relativismo psicologico,
raccontava dell’invaghimento di un anziano inquisitore della Chiesa Cattolica
per una giovane attricetta itinerante accusata di stregoneria. L’associazione
del personaggio femminile con quello di Marta Abba risultava immediata, tanto
quanto la figura dell’inquisitore finiva inevitabilmente per svolgere il ruolo
di alter-ego rispetto a Pirandello stesso. Che fosse stata dunque proprio la
peculiarità di trama e personaggi a motivare il dono che l’autore volle fare
dell’opera a colei che indubbiamente ne era stata la musa ispiratrice?
«Probabile»,
si disse Calogero.
Un’opera
inedita con tali caratteristiche avrebbe indubbiamente spalancato un nuovo
punto di vista su uno dei più grandi autori della letteratura del novecento. E
anche il suo valore monetario sarebbe stato inestimabile. Calogero Belluccia
questa volta aveva trovato in una soffitta una vera miniera d’oro.
Quella sera, dopo una cena
frettolosa, poiché il suo stomaco era accartocciato per le troppe emozioni
della giornata, Calogero si ricordò tuttavia di aprire comunque la sua casella
di posta elettronica per appurare se per caso vi fossero nuovi messaggi. E qui
vi trovò una sorpresa.
Negli ultimi
mesi si era risolto a provare a spedire il suo Amori americani di un italiano di provincia anche a qualche agenzia
letteraria, per vedere se magari con quelle riusciva ad avere miglior fortuna. Fino
ad allora si era astenuto dal farlo, perché riteneva il contatto diretto con
gli editori la via più consona per una pubblicazione.
Delle quattro
agenzie cui aveva inviato il dattiloscritto, tre gli avevano già risposto. Da
qualche settimana era in attesa della risposta della quarta. Così, quando
Calogero vide nella sua posta un’email sopraggiuntagli dall’agenzia letteraria B&T, fu colto da una vampata di
calore e si scordò immediatamente di Pirandello e del prezioso inedito.
Ma
l’eccitazione sbollì non appena lesse il contenuto dell’email:
“Gentile signor Belluccia,
ho il piacere di informarla che la lettura
del suo manoscritto ha ottenuto un apprezzabile riscontro. È nostra opinione
che l'opera presenti buoni spunti narrativi e discrete potenzialità.
Ben inteso, ho avuto modo di discutere con la persona che ha letto il suo libro, e siamo entrambi del parere che siano necessari alcuni interventi di revisione affinché possa divenire un oggetto editoriale appetibile per il mercato. Se vorrà valutare la possibilità di iniziare con la nostra Agenzia una collaborazione finalizzata ad un'eventuale rappresentanza o segnalazione presso i nostri editori di riferimento, Le sarà proposto di avvalersi del nostro servizio di editing, che avrà come unica finalità quella di affinare e avvalorare le qualità che il Suo manoscritto già possiede.”
Ben inteso, ho avuto modo di discutere con la persona che ha letto il suo libro, e siamo entrambi del parere che siano necessari alcuni interventi di revisione affinché possa divenire un oggetto editoriale appetibile per il mercato. Se vorrà valutare la possibilità di iniziare con la nostra Agenzia una collaborazione finalizzata ad un'eventuale rappresentanza o segnalazione presso i nostri editori di riferimento, Le sarà proposto di avvalersi del nostro servizio di editing, che avrà come unica finalità quella di affinare e avvalorare le qualità che il Suo manoscritto già possiede.”
Ancora la
proposta di usufruire del servizio di editing dell’agenzia, come già aveva
letto nelle risposte ricevute dalle altre a cui aveva spedito il romanzo. Ancora
un altro che voleva metter mano al suo romanzo per farne una ventottesima
versione. Lo sconforto di Calogero era palese.
«Possibile che
ventisette revisioni non siano bastate a farne un’opera pubblicabile?» si
domandò scoraggiato il buon Calogero.
Ma una vocetta
subito gli si intromise nella testa a rispondergli.
«Vede, signor
Belluccia, il problema è che nessun autore può essere editor di se stesso», gli
aveva spiegato l’ultimo degli agenti con cui aveva avuto un breve colloquio
telefonico. «Occorre che a curare l’editing sia un professionista. Da solo non
ce la farà mai!»
Che avesse
davvero ragione lui?
Se lo domandò
Calogero di fronte alla litania che si ripeteva per la quarta volta
immodificata.
Lui sapeva che
Alessandro Manzoni se l’era fatto da sé l’editing del Fermo e Lucia per trarne I
Promessi Sposi. Ed era certo che nessuno dei grandi autori che lui venerava
si sarebbe affidato alla professionalità altrui per trarne una revisione della
propria opera. Quel libro era una sua creatura, sangue del suo sangue. Ma come
potevano pensare che lui l’affidasse ad altri, perché glielo storpiassero, glielo
stravolgessero, o − peggio ancora − tranciassero brutalmente tutto ciò che di
peculiare aveva il suo stile, solo per farne un’opera “normalizzata” secondo i
gusti alla moda? Forse che una madre
mette in mano al chirurgo plastico il figlio partorito dal suo ventre, perché
ne modifichi le fattezze in funzione dei canoni estetici dominanti?
Fosse stato un
editore a proporgli di intervenire sul testo con opportune modifiche, perché in
cambio gli proponeva di pubblicarglielo, allora sì non ci avrebbe pensato due
volte ad acconsentire. Ma una simile proposta, proveniente da un’agenzia letteraria… Puah! Solo un
altro modo per provare a spillargli quattrini, offrendogli in cambio semplicemente
la speranza di una possibile
pubblicazione, se mai l’agente fosse poi riuscito davvero a trovare un editore
interessato all’opera così revisionata.
E, la speranza,
Calogero Belluccia era andata ormai perdendola anno dopo anno, revisione dopo
revisione.
Che lo
proponessero a lui soltanto o a tutti gli esordienti quel loro servizio di
editing di cui si facevano pure un vanto?
Questa domanda
frullò insolente per la sua testa e quasi senza che Calogero se ne avvedesse
una pericolosissima idea cominciò ad affacciarsi alla sua mente.
«Lo
proporrebbero forse anche a Pirandello il loro servizio di editing?» si
domandò.
No, certo che
no! Il problema era proprio che il suo romanzo non era paragonabile a un
romanzo di Luigi Pirandello. Avesse scritto Calogero quel romanzo inedito che
aveva trascorso il pomeriggio a leggere, allora sì che si sarebbero aperte per
lui tutte le porte fino ad allora rimaste chiuse. Perfino la Mondadori avrebbe
fatto a gara con gli altri per pubblicarglielo. Altro che “revisione per farne
un oggetto editoriale appetibile per il mercato”! Se solo l’avesse scritto lui…
Non l’avesse mai pensato!
Quella notte non
fece che girarsi e rigirarsi nel letto, incapace di addormentarsi. Calogero
Belluccia aveva tra le mani il capolavoro inedito di un Premio Nobel della
Letteratura, e di quel manoscritto nessuno al mondo era a conoscenza, eccetto
lui. Si era già figurato i milioni di euro che avrebbe potuto ricavarci, ma non
aveva ancora concepito quell’intrigante e possibile alternativa.
Valeva di più
il denaro immediato che poteva procurarsi dalla vendita di un manoscritto
inedito di Luigi Pirandello oppure la fama immortale che poteva acquisire se
avesse presentato agli editori quel romanzo come opera propria?
Eccola lì, la
tentazione, la possibilità concreta di conquistarsi quel pezzetto di
immortalità sempre vagheggiato. E sarebbe stato anche il riscatto morale dei
suoi vent’anni spesi a scrivere e a riscrivere un romanzo che non aveva mai interessato
nessuno.
Solo che la
coscienza gli rimordeva. Lui, l’immortalità, la voleva per un’opera scritta di
suo pugno, non per un’opera scritta da qualcun altro. Ma la tentazione restava
grande. Ah, come avrebbe goduto a prendersi la rivincita su tutto quel lungo
snobbarlo da parte di editori e di agenti letterari! Altro che servizi di
editing a pagamento! Voleva proprio vedere chi mai avrebbe avuto il coraggio di
correggere un testo di Luigi Pirandello.
Non fu facile decisione per
Calogero Belluccia, esperto estimatore di opere d’antiquariato ma anche all’occasione
abile truffatore, capace di spacciar per autentici e pregiati oggetti da due soldi,
appena lo sprovveduto turista gliene dava l’opportunità (coi compaesani mai: se
ne faceva un punto d’onore). Non fu una decisione facile, perché era lui un
vero appassionato di letteratura, e gli
spezzava il cuore l’idea del plagio e la consapevolezza di privare il
mondo della conoscenza che il grande scrittore e drammaturgo siciliano aveva in
realtà scritto un’ulteriore romanzo dopo Uno,
nessuno, centomila. Si rendeva
perfettamente conto Calogero Belluccia di quanto turpe fosse il proposito che aveva
in mente. Probabilmente lo spirito di Luigi Pirandello, indignato, sarebbe
venuto a trovarlo di notte per tirargli le coperte. O che fosse stato proprio
lo spirito di Pirandello, suo concittadino, ad aver fatto in modo che fosse lui
a trovare il manoscritto, come se, mosso a compassione dalla sua lunga
tribolazione di aspirante scrittore, avesse voluto fargliene dono? Chi poteva
dirlo?
Alla fine, dopo
tre lunghe settimane di tormenti, la decisione venne presa. Si rintanò in
camera e nello stanzino del retrobottega in tutti i momenti liberi che aveva, e
si mise meticolosamente a trascrivere sul suo computer portatile il
manoscritto. Solo da ultimo compose il frontespizio:
LE
SETTE VITE DI UN INQUISITORE
Romanzo
di
Gery Belluccia
Agrigento,
2008
Quando poi ne
stampò tre copie e le portò a rilegare dal suo amico Ciccio Lo Cascio, Calogero
sprizzava entusiasmo da tutti i pori.
«Mii Gery... ma chi facisti? Cangiasti ‘u
titulu?» gli domandò Ciccio, dopo più di vent’anni che gli rilegava le
infinite versioni degli Amori americani
di un italiano di provincia.
Calogero fece
orecchie da mercante e se ne uscì sogghignando con le sue tre copie sotto il
braccio, senza dare spiegazioni.
Secondo il
criterio prescritto per i capolavori, le inviò alla Mondadori e all’Einaudi, e alla
Rizzoli. Esagerò: spedì anche una sintesi con estratti alla Longanesi. Era il
minimo che potesse meritare un romanzo nientedimeno che di Luigi Pirandello,
sia pur figurante a nome di Gery Belluccia.
Fortuna poi
aveva voluto che si trattasse di un romanzo storico, ovvero di un genere che in
quegli anni risultava particolarmente apprezzato dal grande pubblico. Quanti
non conoscevano I pilastri della terra,
di Ken Follett, con il suo recente seguito in Mondo senza fine?
Già Calogero si
figurava tutte le recensioni che si sarebbero scritte sul romanzo, con il suo
nome destinato a passare di bocca in bocca. Gery
Belluccia: la nuova rivelazione della narrativa italiana. Questo avrebbero
scritto di lui i giornali. E se il buon Pirandello avesse avuto qualcosa da
ridire dall’aldilà, lui si sarebbe premurato di compensarlo facendo dire a Don
Cataldo una buona quantità di messe per l’anima del defunto, senza badare a
spese. Così, magari, il grande drammaturgo avrebbe avuto perfino da
ringraziarlo, qualora si fosse ritrovato con qualche peccatuccio di troppo da
dover scontare in Purgatorio.
Quanto poi
alla signora Rosa Malaspina, era ormai convinto che nemmeno sapesse del tesoro
che possedeva nella sua soffitta, ma − per prudenza − avrebbe fatto dire
qualche decina di messe anche per l’anima sua.
Dopo dieci mesi, tuttavia, era
giunta soltanto la lettera standard di rifiuto della Longanesi, con cui lo si
informava cortesemente che l’opera non rientrava nelle loro linee editoriali. Dalle
altre case editrici ancora nessuna notizia.
«Forse non
avranno letto il manoscritto. Sarà giunto a destinazione? Lo avranno letto?»
cominciò a preoccuparsi Calogero, inorridito a immaginarsi un tale capolavoro
sepolto sotto pile e pile di dattiloscritti nei magazzini
degli editori. «Forse editori del calibro della Mondadori davvero faticano a
smaltire la mole dei manoscritti che ricevono, e magari privilegiano per la
lettura quelli che provengono da autori già affermati, senza nemmeno leggere uno sconosciuto come me… Lo sapessero che si
tratta di un inedito di Luigi Pirandello, allora sì non aspetterebbero nemmeno un
giorno a prenderlo in considerazione!»
Calogero
Belluccia decise che doveva ridimensionare qualcosa. Per questa ragione si
risolse a procedere a nuove e numerose stampe, con successiva rilegatura, per
passare alla “spedizione a pioggia” su tutta la media e piccola editoria di
comprovata serietà. Quei vent’anni di vane peregrinazioni editoriali lo avevano
ormai portato a capire che la piccola e media editoria era più ben disposta
verso gli esordienti. E ormai Calogero disponeva di una sua lunga lista di nomi
di case editrici, dove erano ben depennati con una marcata croce nera tutti
quegli editori che in precedenza avevano osato proporgli una pubblicazione con richiesta
di contributo. I restanti erano andati quindi a costituire la sua personale
“lista bianca” di editori puri, pronti
a fare il loro mestiere senza ricorrere a mezzucci per speculare sugli
esordienti.
Effettuata a
scaglioni la spedizione dei pacchi, Calogero si dispose all’attesa, fiducioso.
Ma avvenne a quel
punto qualcosa di veramente incomprensibile, poiché le prime email di risposta dicevano
che nemmeno il capolavoro di Pirandello (presentato a suo nome) si prestava
facilmente alle diverse linee editoriali.
Calogero era
perplesso, anche perché c’erano perfino critiche di fondo. Quasi tutti i
piccoli editori che avevano fornito una risposta, dando effettivamente
l’impressione di aver davvero letto l’opera, non mancavano di sottolinearne i
pregi e la qualità della scrittura (come mai era avvenuto in precedenza per il
suo romanzo), ma si mostravano comunque perplessi o per la solita
incompatibilità con la linea editoriale o, più spesso, per un problema di
“contaminazione di genere”, che veniva ripetutamente segnalato.
Certo, questa
volta, soddisfazioni in più ne aveva tratte, se perfino editori che ben
specificavano sul loro sito di non ricorrere a lettere standard in caso di
valutazione negativa, perché il silenzio stesso era da intendersi come rifiuto,
si erano invece degnati di rispondergli comunque con un’email, e due perfino
con una telefonata.
Proprio grazie
a quelle due telefonate gli riuscì dunque di capire meglio il problema di “contaminazione”
segnalato.
«Vede, signor
Belluccia, si tratta indubbiamente di un romanzo interessante, che ha i suoi
pregi», gli spiegò al telefono il primo dei due che lo contattò. «Ma poiché si
tratta, nel caso, di un romanzo storico, ci sono delle regole di genere da
rispettare… I romanzi storici che hanno attualmente maggior successo sono
marcatamente plot-centered, con un ritmo quasi da thriller, che avvince
il lettore attraverso trame di intrighi, piene di suspence… Qui abbiamo, effettivamente, una scrittura deliziosa, con
un sapiente uso dell’ironia nel tratteggiare i personaggi. Ma la trama è un po’
deboluccia, per via dei colpi di scena e delle soluzioni a mio avviso piuttosto
inverosimili… Certo, l’ambientazione storica pare indubbiamente accurata, ma
l’attenzione è tutta portata sulla disanima dei personaggi… Ora, le confesso,
che sono rimasto molto intrigato nel leggere il romanzo, perché quella sorta di
relativismo psicologico che vi traspare ha una sua indubbia presa sul lettore. E
c’è un trapasso dall’umoristico al tragico che indubbiamente viene gestito in
maniera efficace, ma, francamente, lascia anche un po’ perplessi… Insomma, io
ci tenevo a farle sapere che il romanzo, a suo modo, è scritto bene e presenta
anche degli spunti originalissimi… Però questa commistione di romanzo storico e
romanzo psicologico non è molto apprezzata dall’odierno mercato editoriale, e
non mi sembra che l’opera sia − allo stato attuale − pubblicabile… Io le
suggerirei di rivedere il romanzo in una prospettiva un po’ meno psicologica, con
soluzioni di intreccio un po’ più verosimili…»
Preso atto di questi “difetti”
segnalati sull’opera, che probabilmente avrebbero fatto rivoltare Pirandello
nella tomba se solo il suo corpo non fosse stato cremato, Calogero si persuase
che fosse semplicemente la miopia dei piccoli editori o la loro esitazione a
sfidare le regole di genere e i gusti di mercato ad impedir loro di riconoscere
in quegli azzardi narrativi
l’originalità e il talento di un premio Nobel. Bisognava raggiungere i
“grandi”, probabilmente più avvezzi alle opere dei geni. Era tornato il momento
di rivolgersi agli agenti letterari.
«E vediamo un
po’ se pretendono di sottoporre a editing anche l’opera di Pirandello!» si
disse sorridendo sotto i baffi.
Contrappeso, B&T, Eureka & S.C.,
Agenzia Scopritalenti, Il Trovatore, L’intermediario, PubliKa: queste e molte altre tra le più note
agenzie letterarie che non richiedevano preliminare tassa di lettura vennero
contattate da Calogero Belluccia. Ma anche se cambiava il mittente la risposta
era sempre, nella sostanza, la medesima:
“Gentile
sig. Belluccia,
come da Sua richiesta, abbiamo letto il Suo Le
sette vite di un inquisitore, che
reputiamo idoneo agli standard qualitativi che contraddistinguono le scelte della
nostra Agenzia.
Essendo l’esito della prima valutazione sostanzialmente positivo, siamo senz’altro disponibili ad annoverarLa eventualmente fra gli autori da noi assistiti sul panorama editoriale italiano.
Essendo l’esito della prima valutazione sostanzialmente positivo, siamo senz’altro disponibili ad annoverarLa eventualmente fra gli autori da noi assistiti sul panorama editoriale italiano.
Dalla lettura di selezione sono emerse
sostanzialmente due cose: da un lato il testo ci risulta sensatamente
proponibile, dall’altro si avvertono
tuttavia alcune ingenuità riguardanti l’edificio letterario (ma questo è
naturale, dal momento che Lei, per quanto ci è noto, non è un professionista
della scrittura).
Venendo quindi agli aspetti più strettamente
programmatici, ciò che anzitutto è fondamentale disporre è che il romanzo venga affidato alle
cure di un editor esperto. Questo perché, per prima cosa,
dobbiamo portare l’opera a maturazione, sia sotto il profilo letterario che
sotto quello della caratterizzazione editoriale.
Il livello di riconoscibilità al quale opera la nostra Agenzia Letteraria (che implica evidenti vantaggi per le firme
assistite, ma anche oneri d’immagine) esclude ormai da tempo che noi prendiamo in gestione
opere non lavorate da un editor di nostra fiducia. Mi rendo
conto che questa indicazione può suonare come un aut-aut, ma è inutile
nasconderLe che i casi in cui, nel passato, siamo stati meno intransigenti
sulla questione, hanno prodotto immancabilmente esiti farraginosi non appena
entrati in casa editrice – o, peggio ancora, non appena usciti sul mercato come
libri veri e propri.”
Nemmeno Luigi Pirandello raggiungeva
dunque la sufficienza con quei professoroni. Di questo, Calogero Belluccia doveva
ormai prendere atto.
Si guardò allo
specchio, sgomento. Quali altre possibilità gli restavano?
Se lo chiese e,
mentre se lo chiedeva, gli vennero in mente quei vent’anni trascorsi a riscrivere il suo
romanzo e a spedirlo instancabilmente in giro. Aveva davvero creduto che solo i difetti
dell’opera ne precludessero la pubblicazione. E forse – se appena la
confrontava con il manoscritto scovato in soffitta − era davvero così. Ma
adesso che aveva osato arrogarsi il merito di aver scritto ciò che personaggio
di ben altra ed indubbia statura letteraria aveva prodotto, tutto diventava soltanto
una grande vera beffa.
Non ce la
faceva più. Dopo due anni dal giorno in cui aveva trovato il manoscritto nel
solaio della signora Rosa Malaspina, in una domenica di primavera inoltrata
Calogero Belluccia scese in giardino con le ventisette versioni degli Amori americani di un italiano di provincia e con il manoscritto
originale di Luigi Pirandello. Accatastò su uno spiazzo sterrato le ventisette
copie del suo romanzo, adagiandovi sopra il fascicolo di vecchi fogli
ingialliti, accese un fiammifero e vi
appiccò il fuoco. La fiamma esitò dapprima ad attecchire ma poi divampò alta,
come in una piccola pira.
Calogero
Belluccia restò a osservare il fuoco che mangiava, divorava milioni di parole, mentre
i fogli si accartocciavano, si gonfiavano come mostriciattoli neri. Lì dentro
c’erano le migliaia e migliaia di pagine che in tutti quegli anni aveva continuato a scrivere
e riscrivere. Come se non bastasse, c’era pure il manoscritto inedito di un
premio Nobel, il cui valore – sia monetario sia culturale − era probabilmente
inestimabile.
Ma forse era
destino che la volontà del grande Pirandello venisse rispettata. Non aveva
forse lui stesso scritto quel romanzo
per farne dono esclusivo alla donna che tanto intensamente amava, rinunciando a
darlo alle stampe? Non aveva forse Marta Abba evitato di farlo pubblicare?
Chissà! Forse il
manoscritto era andato perso insieme al baule che conteneva i suoi costumi teatrali.
O forse Marta aveva fatto dono del suo baule di costumi alla giovane signora
Rosa Malaspina, al tempo in cui lei pure aveva calcato le scene, magari
dimenticandosi del doppio fondo e di ciò che vi era contenuto. Come erano
andate veramente le cose? Chi poteva dirlo?
Calogero
Belluccia era solo consapevole di essere ormai l’unica persona a conoscenza di
quell’ottavo romanzo scritto da Luigi Pirandello.
Certo, dalla
vendita di quel manoscritto avrebbe potuto ricavare molto denaro, ma avrebbe
dovuto risolversi a farlo prima, invece di far uso del romanzo spacciandolo per
proprio. Divulgarlo ora? Sarebbe stato sicuramente accusato di tentato plagio.
E Calogero Belluccia non ci teneva a passare per lestofante. No, non c’era
proprio altra soluzione, anche se il suo cuore si lacerava a veder divorati dal
fuoco quei fogli su cui era impressa la scrittura autentica del grande Maestro
della narrativa e del teatro italiano.
Adesso
Calogero aveva finalmente capito che non sarebbe mai riuscito a conquistarsi
quel pezzetto di immortalità a cui teneva tanto. Tutte le sue aspirazioni
andavano ormai riviste. La sua smodata ambizione doveva abbassarsi… calare.
Calò. Ce l’aveva da sempre impresso in
quel nome il proprio destino. Era già scritto in principio, con quel verbo
inesorabile, posto al passato remoto, come qualcosa già accaduto nella notte
dei tempi, e per questo immodificabile. Calò, lo chiamava sua madre. Calò la speranza, calò l’aspettativa, calò
l’aspirazione, calò…tutto. Il “bel
vecchio” (poiché questo significava in greco antico il nome Calogero, come gli
avevano insegnato al liceo classico) non aveva possibilità di ascendere
all’empireo del sogno: sarebbe rimasto un rigattiere e basta − un antiquario,
tutt’al più.
Tutto questo
pensava Calogero asciugandosi il sudore della fronte mentre la pira di carte
lentamente si trasformava in cenere.
Luigi
Pirandello aveva scritto nel 1929 un ottavo romanzo, un romanzo che era un
autentico capolavoro. Ma nessuno al mondo, eccetto Calogero Giuseppe Belluccia
− detto Gery − l’avrebbe mai saputo.
Egler Ghinato