Il manoscritto inedito (novella, 2008)



Il manoscritto inedito
novella

In ultimo ci sarà un’immagine, non una parola.
Prima delle immagini le parole muoiono.

(Christa Wolf, Cassandra)

Calogero Giuseppe Belluccia, detto in famiglia Calò, ma abituato a presentarsi a tutti come Gery,  non disdegnava affatto il suo sangue siculo, solo si vantava d’aver viaggiato molto in gioventù e d’essere stato perfino in America. Così preferiva per sé quel diminutivo di risonanza anglosassone piuttosto della lunga e altisonante sillabazione del proprio nome di battesimo: Ca-lo-ge-ro.  Nemmeno gli piaceva quel “Calò” con cui l’aveva sempre chiamato sua madre: sapeva troppo di voce del verbo “calare”, al passato remoto, e quel verbo e quel tempo verbale non gli parevano d’ottimo auspicio per le sue speranze future. Invece il nomignolo “Gery” era tutt’altra cosa. Così infatti l’aveva soprannominato la sua Dorothy, quella biondina americana con cui aveva vissuto una travolgente passione newyorkese al tempo in cui era stato ospite dei parenti di Little Italy. Ma “Gery” andava scritto rigorosamente con un sola “erre” e con la “G” iniziale (non con la “J”), perché italiano Calogero era  − anzi, siciliano − e tale, anche all’estero, voleva restare. 
Dorothy Wellington. Un grande amore, quello. Per questa ragione Calogero non si stancava mai di ricordarla e parlarne, o probabilmente perché Dorothy era stata l’unica donna che gli avesse mai dimostrato qualche simpatia e la sola con cui avesse avuto una pur breve storia. Così, col passar degli anni, i ricordi di lei ne avevano alzato la statura, modellato le forme, allungato la folta chioma ricciuta e mitigato il carattere, a somiglianza di quella che qualsiasi uomo avrebbe potuto considerare la propria donna ideale. Non fosse stato per l’oceano di distanza che li separava, Calogero Belluccia l’aveva un giorno trovata pure lui una donna da sposare. Peccato che di Dorothy Wellington non ce ne fossero più state altre.
Del resto, a quel tempo, quando aveva appena venticinque anni, anche lui si considerava un giovane piuttosto piacente. Certo, il suo metro e sessantotto di statura non lo rendeva proprio paragonabile a un fotomodello, ma i capelli allora c’erano ancora tutti − e neri e folti come quelli del maschio latino, che fa fremere di desideri erotici le allampanate ragazze americane − e le bretelle non gli servivano ancora, perché l’adipe era solo accennato e non somigliava affatto alla pinguedine che ormai aveva allargato a mo’ di ippopotamo il suo giro vita. Che poi Dorothy Wellington fosse stata davvero quella femmina mozzafiato che lui sempre decantava, questo non poteva garantirlo nessuno, visto che nemmeno una fotografia di lei gli era rimasta da mostrare agli amici. E che veramente lei fosse stata pronta a lasciare New York per sposarlo e venire a stabilirsi con lui ad Agrigento, se solo non fosse stato per la madre invalida che richiedeva la sua insostituibile assistenza, questa fu sempre la versione che Calogero dette alla storia. Ma la versione della controparte non la poté mai sentire nessuno. Comunque, dopo il suo rientro in Italia, Gery non era sembrato aver altrettanta fortuna con le donne di Agrigento. Forse per questo motivo era rimasto a vivere con la madre vedova e si era dedicato tutto al suo negozietto di rigattiere, la cui insegna a grandi caratteri gotici dichiarava pomposamente: “Gery’s Antiques”.  
A cinquant’anni suonati Calogero Belluccia aveva ormai trasposto tutto l’amore che più nessuna donna s’era meritata da lui alle chincaglierie d’epoca che andava a scovare nelle soffitte dove lo chiamavano a portar via bauli e scatoloni, quando la morte degli anziani proprietari induceva gli eredi a far piazza pulita delle cianfrusaglie per liberare la casa. Ma tra tutte le sue “antichità”, i libri − vecchi, antichi, rari, prime edizioni, manoscritti, incunaboli − erano ormai la sua più grande passione. L’amore per le Lettere l’aveva infatti accompagnato da sempre, tanto che si faceva vanto di parlare un perfetto italiano e di conoscere anche un po’ di inglese, sebbene in famiglia e con la maggior parte dei compaesani si ritrovasse a parlare quasi sempre in dialetto siciliano. E nel suo negozietto, stipato oltremisura di tutti i più assurdi ammennicoli, accatastati in disordine e tutti impolverati, solo la parete della libreria brillava d’un ordine meticoloso senza che granello di polvere osasse intaccarla. Lì troneggiavano tutte le edizioni pregiate (e addirittura un incunabolo), che era quasi fargli dispetto chiedergli di vendere, perché ogni mattina se le andava ad accarezzare, a lucidare, a odorare – quasi fosse profumo di donna quella fragranza di vecchia carta e di vecchie rilegature in pelle, che a lui evocava fantasie proibite.
«L’immortalità di un uomo è in ciò che scrive», era solito dire a chiunque lo interpellasse sui libri d’antiquariato. «Solo lo scrittore sopravvive alla sua stessa morte, perché le sue parole restano quando il suo corpo è ormai cenere. Le edizioni antiche mostrano tutto il contrasto tra lo scorrere del tempo, che la carta e la rilegatura consunte mettono in evidenza, e l’immortalità del pensiero  dell’autore, tuttora vivo e presente, se le generazioni attuali ancora lo leggono, e ancora lo ricordano…».
La fama che si era andato guadagnando nel corso degli anni, quale esperto conoscitore delle edizioni pregiate ed estimatore di libri antichi competente quanto bastava  per non venire imbrogliato con falsi d’epoca, era dunque davvero una reputazione meritata. Nessuno invece sapeva che la sua ben nota passione di collezionista di libri d’antiquariato ne nascondeva un’altra coltivata in segreto. Calogero sognava infatti da gran tempo il suo pezzetto di immortalità, ed erano vent’anni che stava scrivendo e riscrivendo il “suo” romanzo, quello che prima o poi sarebbe giunto alla versione definitiva e finalmente avrebbe fatto di Gery Belluccia (poiché quello, naturalmente, sarebbe stato il nome destinato a comparire sulla copertina del libro) uno degli scrittori più letti e più apprezzati d’Italia. Una volta pubblicato, Calogero era certo che il suo romanzo avrebbe vinto il premio Strega o il premio Campiello. E sarebbe sicuramente stato tradotto in molte lingue. Se poi, dopo, lui fosse riuscito a scriverne altri, magari prima di morire − chissà! − avrebbe potuto perfino vedersi insignito del premio Nobel per la Letteratura. E allora sì, la sua immortalità sarebbe stata definitivamente conseguita. Ma su quest’ultimo riconoscimento non era troppo fiducioso: avrebbe mai fatto in tempo a scrivere qualche altro libro, visto che dopo vent’anni il primo non era ancora terminato?
Questo sognava comunque, in gran segreto, Calogero Belluccia, mentre si trascinava sempre appresso, avanti e indietro da casa a negozio, il suo computer portatile, per dedicarsi a scrivere nelle lunghe ore in cui nella bottega non entrava nessuno, e poi in casa per impegnare le serate oziose in alternativa alla solita tv.
«Mii, Calò!» strillava sistematicamente sua madre, un po’ sorda, bussando alla porta della sua stanza, dove la domenica Calogero sempre si rinchiudeva a chiave. «Ma chi sta' a fari tuttu lu santu jornu chiuiuto d’intra a sta càmmara?»
Ma Calogero non ci badava, e si chiudeva a chiave proprio per non essere sorpreso dalla madre mentre era impegnato a scrivere, momento di incondivisibile intimità, che non ammetteva la presenza o il disturbo di chicchessia.
Non lo doveva sapere la vecchia signora Belluccia, che suo figlio non s’era mai stancato di portare avanti il progetto di pubblicazione del suo romanzo. Aveva cominciato a scriverlo quando aveva solo trent’anni. Ormai era giunto alla ventisettesima stesura. E ancora non era certo che potesse essere quella definitiva.
Amori americani di un italiano di provincia. Così si intitolava il suo romanzo. Vi compariva naturalmente − sotto mentite spoglie − Dorothy Wellington, di versione in versione sempre più bella, irresistibile e sessualmente esperta. Ma vi comparivano anche tutte le altre donne della sua immaginazione: quelle che non aveva mai avuto la fortuna di incontrare, ma che la sua mente conosceva alla perfezione. E c’era più sesso in quelle quattrocentoquaranta cartelle di quanto non ve ne fosse mai stato in tutta la sua vita.
«Eh! Le compensazioni dell’immaginario!» sospirava Calogero tra sé e sé, quando di tanto in tanto si avvedeva di quella beffarda contraddizione tra scrittura e vita.

Tutte le ventisette versioni degli Amori americani di un italiano di provincia erano state di volta in volta spedite, nell’arco di quei vent’anni, a innumerevoli case editrici. Per la verità, la prima versione l’aveva a suo tempo destinata miratamente solo alla Mondatori, alla Rizzoli e alla Einaudi. Infatti gli pareva allora che non esistessero altri editori degni di ricevere in valutazione il suo manoscritto. Purtroppo, dopo un anno di inspiegabile silenzio da parte dei suddetti, e dopo risposte così sgradevolmente evasive alle sue insistenti telefonate settimanali per verificare il ricevimento del manoscritto e il relativo stato di lettura, aveva deciso che forse era il caso di allargare un pochino la rosa dei candidati degni di pubblicare la sua opera. Ma nel frattempo, a rileggere il romanzo a distanza di tempo, si era anche accorto che qualcosa nell’intreccio non funzionava proprio benissimo. Forse era proprio questa la ragione che spiegava il disinteresse dimostratogli da editori notoriamente avvezzi a riconoscere al volo il futuro best-seller. Così Calogero Belluccia si fece un punto d’onore nel provvedere tempestivamente alla prima ristesura del romanzo, correggendo quei difettucci che probabilmente avevano giocato a favore di un non pieno apprezzamento dell’opera. Anche il Manzoni non era forse arrivato a scrivere I Promessi Sposi solo come revisione del suo originario Fermo e Lucia?  
Poiché qualcosa in quelle criptiche risposte telefoniche non lo aveva del tutto persuaso, decise di inviare la seconda versione del suo romanzo a una lista un po’ più numerosa di editori, comunque di consolidata fama. Grande fu quindi l’eccitazione con cui aprì la lettera che gli giunse da Adelphi. Ma la missiva intendeva solo comunicargli che il suo romanzo non risultava coerente con i loro progetti editoriali. Altrettanto accadde con parecchie delle altre case editrici che avevano ricevuto il romanzo, mentre le restanti risposero ancora una volta con il silenzio. Di nuovo Calogero si persuase che fosse rimasto nel testo qualche difetto da correggere e si decise a riscrivere da capo l’opera per una terza volta. E così, di riscrittura in riscrittura, era approdato nel corso degli anni alla ventisettesima versione degli Amori americani di un italiano di provincia, mentre di volta in volta la lista degli editori cui inviarlo si era doverosamente allungata fino a includere anche case editrici quasi del tutto sconosciute.
In verità, nel corso degli anni e delle numerose spedizioni del manoscritto, qualche proposta di pubblicazione l’aveva pur ricevuta. Ma si trattava sempre, inesorabilmente, di editori che l’avevano coperto di lodi solo per spiegargli a seguito come − vista la sua condizione di esordiente e il rischio di impresa che comportava la pubblicazione di un romanzo scritto da un autore praticamente sconosciuto al grande pubblico − fosse necessario che lui contribuisse di tasca propria alle spese di pubblicazione. I contributi richiesti variavano a seconda dei casi, e degli anni, aggirandosi tra i duemilioni e mezzo e i cinquemilioni delle vecchie lire, per oscillare successivamente tra i duemilacinquecento e i cinquemila euro, dopo l’avvento della moneta unica, secondo la comune prassi di conversione fai-da-te delle lire in euro, adottata da chiunque potesse decidere autonomamente il criterio di equivalenza per le proprie tariffe.
«Alla faccia del contributo!» era l’immancabile reazione di Calogero Belluccia a ogni proposta di questo genere. «Con un tale contributo alla pubblicazione non sarà certo l’editore ad aver bisogno di vendere il mio libro, visto che ci ha già guadagnato sopra abbastanza! Ma che credono? Che non sappia quanto costa la stampa di duecento copie in una tipografia? Se me le facessi stampare da Ciccio Lo Cascio, meno di trecento euro mi chiederebbe!»
Provò anche a spiegarlo a qualcuno dei gentili editori che insistevano su quanto fosse opportuno che lui osasse fare un piccolo investimento su di sé al fine di permettere al suo romanzo di uscire dal cassetto e di ottenere così l’attenzione dei critici letterari.
«Ma una nostra pubblicazione è tutt’altra cosa rispetto alla stampa di un tipografo!» aveva replicato scandalizzato il titolare della casa editrice Il Gatto e la Volpe. «Noi dobbiamo sostenere anche i costi del codice ISBN, e poi tutti quelli relativi alla promozione del libro!»
Tuttavia Calogero Belluccia non s’era lasciato persuadere, sia perché aveva già avuto modo di scoprire che i costi del codice ISBN (che faceva la differenza tra un libro “stampato” e un libro “pubblicato”) non superavano i 10 euro, sia perché aveva l’impressione che la suddetta casa editrice spendesse assai più per far pubblicità sui quotidiani e su internet alla propria ricerca di manoscritti di esordienti che non per i libri che poi effettivamente pubblicava. E il fatto che rinnovasse a regolare scansione bimestrale una sorta di concorso per la valutazione di opere inedite, che prometteva proposta di pubblicazione ai selezionati, rendeva ai suoi occhi sospetta quella affamata ricerca di inediti, che gli pareva giustificata assai più dai duemilasettecento euro richiesti come contributo alla pubblicazione che non da un effettivo zelo nello scovare talenti sconosciuti.
Infatti Calogero Giuseppe Belluccia era forse un sognatore, ma non era del tutto uno sprovveduto, anche perché nel suo piccolo era un mercante lui stesso, capace cioè di abbindolare sapientemente l’ingenuo malcapitato turista, che poteva pagare soddisfatto anche qualche migliaia di euro per portarsi a casa, come resti rinvenuti sulla Collina dei Templi, delle pietre che lui raccattava attorno a una casa diroccata nei pressi della discarica. Non s’era dunque mai lasciato ingannare da quelle parole così lusinghiere, quando a seguito gli proponevano di metter mano al portafoglio. Era vero che di tanto in tanto si struggeva a pensare che qualche “grande” della letteratura l’aveva pur fatta agli esordi la follia di pubblicarsi un’opera a proprie spese, e forse − se non l’avesse fatto − non sarebbe mai giunto alla notorietà. Ma tutta quell’alacrità nel tentare di persuaderlo della validità del suo romanzo e dell’opportunità di fare quel piccolo investimento per renderlo finalmente accessibile al grande pubblico, che sicuramente l’avrebbe saputo apprezzare, gli ricordava troppo tutte le storie che sapeva inventarsi per rifilare a peso d’oro al turista sprovveduto la chincaglieria che di valore d’antiquariato aveva solo le crepe e le sbeccature. No, lo capiva da sé Calogero Belluccia che l’editore che tanto lo esortava a investire denaro sulla propria opera, se avesse creduto davvero a quanto sosteneva, non si sarebbe tirato indietro di fronte al rischio d’impresa di pubblicarla lui stesso. E allora Calogero se ne restava per un po’ tutto arrabbiato e pensieroso, salvo concludere nuovamente: «È solo che il testo ha ancora bisogno di essere perfezionato…»
E l’indomani cominciava a scriverne una nuova versione.
Di questo passo, forse nemmeno alla ventisettesima versione Calogero Belluccia si sarebbe fermato, se il destino non avesse voluto offrirgli insperabilmente una assai più allettante opportunità per vedere il proprio nome consegnato per sempre alla storia della letteratura.  

Proprio in quei giorni era infatti deceduta, all’età di settantotto anni, la signora Rosa Malaspina, vedova del famoso avvocato Salvatore Mura, che l’aveva conosciuta a Milano ai tempi della sua pratica forense nel Nord Italia, e se l’era sposata e portata con sé ad Agrigento non appena aveva fatto ritorno alla sua amata isola. Si diceva che in gioventù Rosa Malaspina fosse stata una bellissima donna e che, prima di sposarsi, negli anni cinquanta, avesse perfino fatto l’attrice di teatro. Da quel matrimonio, però, non erano venuti figli. E ormai da anni l’anziana vedova viveva ritirata, con la badante, nella villa di famiglia lasciatale dal marito. Con la sua morte, gli eredi si affrettarono a portarsi via i mobili antichi e i quadri d’autore che arredavano gli ampi locali della villa, insieme a tutto ciò che c’era di valore nella vecchia casa, chiamando Calogero Belluccia solo per liberare il solaio, vista l’intenzione di mettere in vendita la proprietà.
Gli sgomberi gratuiti erano una componente essenziale dell’attività di Calogero, poiché immancabilmente gli fruttavano il recupero di oggetti altrimenti destinati alla discarica, che invece lui risistemava e rivendeva a caro prezzo nella sua bottega, come oggetti di antiquariato o modernariato.  Calogero Belluccia attendeva da tempo di poter mettere le mani sul solaio della signora Rosa, indovinando di trovarci parecchi pizzi, biancheria ricamata e chincaglierie varie, che per il suo negozio sarebbero stati una vera manna. Non si fece dunque pregare per svolgere quello sgombero. Si tuffò tra polvere e ragnatele a rovistare nei bauli, gongolando a ogni inaspettata sorpresa che gli capitava tra le mani: una bussola della prima guerra mondiale, ancora funzionante, cappellini alla moda anni ’40, una profusione di tovaglie e lenzuola ricamate a mano, un grazioso servizietto da tè in porcellana Richard Ginori e quant’altro.
Stava giusto rovistando in uno dei bauli, che conteneva vecchi e tarmati costumi teatrali, quando il suo occhio esperto si accorse di un doppio fondo. Il cuore prese a galoppargli, come sempre gli accadeva in tali circostanze. Adagio adagio riuscì a sollevare il doppio fondo del baule. E lì apparve davanti ai suoi occhi una voluminosa e consunta cartelletta di cartone, che Calogero estrasse con meticolosa cura. Si portò quindi alla luce del lucernaio e l’aprì per esaminarne il contenuto. Si trattava di una corposa pila di fogli ingialliti, riempiti da una fitta scrittura ad inchiostro, un po’ scolorita ma perfettamente leggibile. Numerose correzioni erano presenti sulle pagine. Di cosa mai poteva trattarsi?
Calogero inforcò gli occhiali. La pagina del frontespizio era chiaramente leggibile:

LE SETTE VITE DI UN INQUISITORE
Romanzo
di Luigi Pirandello
Berlino, 1929

Per te, Marta, ho scritto questo mio ultimo romanzo,
 sbocciatomi in cuore dallo strazio della tua assenza.
E poiché tu, come per tutto, ne sei stata l’ispiratrice,
a te lo dedico, e a te ne faccio esclusivo dono.
Il tuo Maestro


Calogero Belluccia non poteva credere ai propri occhi. Un romanzo inedito di Luigi Pirandello?
Dovette andare a sedersi sullo sgabello sbilenco che stava vicino alla porta, perché le gambe presero a tremargli in modo incontrollabile. E mentre col fazzoletto si detergeva il sudore che aveva cominciato a imperlargli il viso rubicondo, con l’altra mano teneva ben stretta in grembo la preziosa cartelletta.
«Calma, Gery! Calma!» tentò di dirsi. «Non illuderti. Non può essere un manoscritto originale. Non può essere un vero inedito di Pirandello. Impossibile. Come potrebbe trovarsi in quel baule? E come puoi pensare che sia capitato in mano proprio a te? Deve trattarsi per forza di un falso… Non c’è altra spiegazione.»
Di questo cercava di convincersi Calogero Belluccia per frenare la fantasia che già correva al galoppo. Pirandello se l’era letto tutto, dalle novelle ai romanzi, alle opere teatrali. Compreso l’ultimo dramma incompiuto, I giganti della montagna. Non c’era nessuna opera del grande letterato che potesse prestarsi a un tale titolo, magari come prima stesura manoscritta di un romanzo dato poi alle stampe in altra versione. Quindi, sicuramente, non gli era capitata per le mani la versione originaria, manoscritta, di una delle opere edite del grande letterato.
D’altra parte Calogero conosceva abbastanza bene la biografia di Pirandello, e quella dedica a Marta − ovviamente da intendersi come Marta Abba − non gli suonava inverosimile. La grande passione senile del drammaturgo per la giovane attrice che ispirò, interpretò e influenzò praticamente la maggior parte della sua opera teatrale gli era perfettamente nota. Ed era anche al corrente del disperato senso di solitudine che attanagliò il Maestro (proprio così Marta lo chiamava nelle sue lettere) quando, dopo gli anni di stretta vicinanza nelle tournée della Compagnia del Teatro dell’Arte, Pirandello dovette sopportarne la lontananza e l’assenza.
Ma se quel manoscritto era originale, e se era stato donato a Marta Abba, come poteva trovarsi nel baule della signora Malaspina, vedova Mura?
Questo si domandava Calogero Belluccia in quel solaio, mentre i suoi pensieri correvano al galoppo, accompagnati da  un gran ventaglio di interrogativi. Di dov’era infatti Marta Abba? Non era forse una settentrionale? Non era in realtà originaria di Milano? E non era proprio Milano il luogo in cui infine morì, parecchi anni dopo il suo ritiro dalle scene?
Così gli pareva di ricordare, se la memoria non lo ingannava. E ricordava perfino di un matrimonio americano, che l'aveva portata per un certo tempo nell’altro continente, ma a cui fece comunque seguito il suo ritorno in Italia nei primi anni cinquanta − l’anno esatto non avrebbe saputo dirlo. E dove mai aveva vissuto, dal suo definitivo rientro in Italia fino alla morte?
Questo non lo sapeva, così come non ricordava nemmeno la data della sua morte. Ma avrebbe potuto comunque cercarne riscontri, poiché una rete di congetture andava ormai intessendosi nella sua mente.
Anche la signora Rosa Malaspina era infatti originaria di Milano. Lo sapevano tutti. E da giovane si diceva che avesse fatto l’attrice di teatro. Proprio come Marta Abba, sebbene con minor fortuna. Non era dunque possibile che la signora Rosa, in gioventù, avesse avuto occasione di conoscere di persona la grande attrice, magari perfino prima che quest’ultima si ritirasse definitivamente dalle scene?
«No, no, no! Gery, tieni i piedi a terra», si disse a quel punto Calogero. «Qui bisogna capire innanzitutto se si tratta di un originale o di pagine scritte da chissà chi, con la pretesa che fossero di Pirandello…»
Calogero si alzò e si guardò intorno. Bisognava risolvere al più presto quel dilemma. Non c’era più tempo per occuparsi delle cianfrusaglie della signora Rosa. L’occhio gli cadde su una grande cappelliera. Vi si precipitò, svuotandola e riponendovi dentro il manoscritto. A momenti sarebbero arrivati i ragazzi col furgoncino per aiutarlo a portar via i bauli e a liberare la soffitta. Non voleva lasciare il manoscritto insieme all’altra roba e voleva correre subito alla sua bottega per esaminarlo con più attenzione. Scese quindi le scale e uscì a riporre la cappelliera nel bagagliaio della sua impolverata Fiat Uno grigio metallizzato. Fece appena in tempo a richiudere il bagagliaio quando vide fermarsi davanti alla villa il Ducato dei ragazzi che assoldava a ore per aiutarlo negli sgomberi.
«Senza di mia aviti a fari sta matina!», gridò loro in siciliano dalla sua auto già messa in moto. «A la putìa aiu a iri. Sapiti chi aviti a fari? Caricati tuttu e purtatimillu a 'u magazzinu.»
Sì, a portar la roba in magazzino potevano pensarci loro. Lui aveva di meglio da fare.
Arrivato al negozio, appese quindi alla porta il cartello trilingue che dichiarava: “Closed – Chiuiutu – Chiuso”, e portò subito la cappelliera col manoscritto nello stanzino del retrobottega, dove effettuava le perizie. Lì si immerse nell’accurato esame di quelle pagine e poi iniziò la lettura.

Quando rientrò a casa, quella sera, Calogero Belluccia era agitato come non mai. Aveva trascorso l’intera giornata a leggere un capolavoro inedito di Luigi Pirandello: il suo ottavo romanzo, di cui nessuno al mondo conosceva l’esistenza!
Ormai era certo che si trattasse di un manoscritto originale. Un’opera scritta dal grande scrittore e drammaturgo per l’adorata Marta Abba, e a lei donata.
Perché? Perché Pirandello aveva rinunciato a pubblicare quello che forse poteva ritenersi, ancor più de Il fu Mattia Pascal o di Uno, nessuno, centomila, il suo vero capolavoro? Perché mai aveva scelto di negare al mondo un romanzo di tale pregio per confinarlo nelle mani di un’unica donna? E come aveva fatto quel manoscritto, verosimilmente posseduto da Marta Abba, a finire nel baule della signora Rosa Malaspina? Che fosse davvero al corrente la signora Rosa di ciò che si trovava nel doppio fondo di quel baule oppure nemmeno lei era a conoscenza della sua esistenza?
Calogero Belluccia era certo uno scrittore mediocre, anche se non sembrava rendersene conto, ma le sue conoscenze di letteratura erano ineccepibili. Ragazzetto timido, durante l’infanzia e l’adolescenza era cresciuto a pane e libri, aveva studiato al liceo classico e si era laureato a Palermo in Lingua e Letteratura Italiana. Luigi Pirandello, poi, era proprio tra i suoi grandi miti. Per questo si era da tempo procurato copie di sue lettere manoscritte, e la sua competenza di grafologo non gli lasciava ombra di dubbio che quella del manoscritto fosse proprio la sua grafia.
No, non c’erano più dubbi ormai. Si trattava proprio del manoscritto originale di un romanzo inedito di Luigi Pirandello.
Del resto, anche a prescindere dalla perizia grafologica da lui effettuata, quel romanzo non avrebbe potuto essere stato scritto da altri che da Luigi Pirandello in persona. Tutto il miglior Pirandello narratore era lì, in un romanzo storico ambientato ai tempi dell’inquisizione e dei processi alle streghe, che certo sorprendeva rispetto alle consuete ambientazioni Pirandelliane, ma che rivelava inequivocabilmente al lettore esperto la particolare, originalissima commistione del romanzo storico con tutte le tematiche care al grande scrittore, nel suo inconfondibile stile. Inoltre quella storia, che riproponeva in altra epoca l’ironia pirandelliana e il classico tema del relativismo psicologico, raccontava dell’invaghimento di un anziano inquisitore della Chiesa Cattolica per una giovane attricetta itinerante accusata di stregoneria. L’associazione del personaggio femminile con quello di Marta Abba risultava immediata, tanto quanto la figura dell’inquisitore finiva inevitabilmente per svolgere il ruolo di alter-ego rispetto a Pirandello stesso. Che fosse stata dunque proprio la peculiarità di trama e personaggi a motivare il dono che l’autore volle fare dell’opera a colei che indubbiamente ne era stata la musa ispiratrice?
«Probabile», si disse Calogero.
Un’opera inedita con tali caratteristiche avrebbe indubbiamente spalancato un nuovo punto di vista su uno dei più grandi autori della letteratura del novecento. E anche il suo valore monetario sarebbe stato inestimabile. Calogero Belluccia questa volta aveva trovato in una soffitta una vera miniera d’oro.

Quella sera, dopo una cena frettolosa, poiché il suo stomaco era accartocciato per le troppe emozioni della giornata, Calogero si ricordò tuttavia di aprire comunque la sua casella di posta elettronica per appurare se per caso vi fossero nuovi messaggi. E qui vi trovò una sorpresa.
Negli ultimi mesi si era risolto a provare a spedire il suo Amori americani di un italiano di provincia anche a qualche agenzia letteraria, per vedere se magari con quelle riusciva ad avere miglior fortuna. Fino ad allora si era astenuto dal farlo, perché riteneva il contatto diretto con gli editori la via più consona per una pubblicazione.
Delle quattro agenzie cui aveva inviato il dattiloscritto, tre gli avevano già risposto. Da qualche settimana era in attesa della risposta della quarta. Così, quando Calogero vide nella sua posta un’email sopraggiuntagli dall’agenzia letteraria B&T, fu colto da una vampata di calore e si scordò immediatamente di Pirandello e del prezioso inedito.
Ma l’eccitazione sbollì non appena lesse il contenuto dell’email:

Gentile signor Belluccia,
ho il piacere di informarla che la lettura del suo manoscritto ha ottenuto un apprezzabile riscontro. È nostra opinione che l'opera presenti buoni spunti narrativi e discrete potenzialità.
Ben inteso, ho avuto modo di discutere con la persona che ha letto il suo libro, e siamo entrambi del parere che siano necessari alcuni interventi di revisione affinché possa divenire un oggetto editoriale appetibile per il mercato.  Se vorrà valutare la possibilità di iniziare con la nostra Agenzia una collaborazione finalizzata ad un'eventuale rappresentanza o segnalazione presso i nostri editori di riferimento, Le sarà proposto di avvalersi del nostro servizio di editing, che avrà come unica finalità quella di affinare e avvalorare le qualità che il Suo manoscritto già possiede
.”

Ancora la proposta di usufruire del servizio di editing dell’agenzia, come già aveva letto nelle risposte ricevute dalle altre a cui aveva spedito il romanzo. Ancora un altro che voleva metter mano al suo romanzo per farne una ventottesima versione. Lo sconforto di Calogero era palese.
«Possibile che ventisette revisioni non siano bastate a farne un’opera pubblicabile?» si domandò scoraggiato il buon Calogero.
Ma una vocetta subito gli si intromise nella testa a rispondergli.
«Vede, signor Belluccia, il problema è che nessun autore può essere editor di se stesso», gli aveva spiegato l’ultimo degli agenti con cui aveva avuto un breve colloquio telefonico. «Occorre che a curare l’editing sia un professionista. Da solo non ce la farà mai!»
Che avesse davvero ragione lui?
Se lo domandò Calogero di fronte alla litania che si ripeteva per la quarta volta immodificata.
Lui sapeva che Alessandro Manzoni se l’era fatto da sé l’editing del Fermo e Lucia per trarne I Promessi Sposi. Ed era certo che nessuno dei grandi autori che lui venerava si sarebbe affidato alla professionalità altrui per trarne una revisione della propria opera. Quel libro era una sua creatura, sangue del suo sangue. Ma come potevano pensare che lui l’affidasse ad altri, perché glielo storpiassero, glielo stravolgessero, o − peggio ancora − tranciassero brutalmente tutto ciò che di peculiare aveva il suo stile, solo per farne un’opera “normalizzata” secondo i gusti alla moda?  Forse che una madre mette in mano al chirurgo plastico il figlio partorito dal suo ventre, perché ne modifichi le fattezze in funzione dei canoni estetici dominanti?
Fosse stato un editore a proporgli di intervenire sul testo con opportune modifiche, perché in cambio gli proponeva di pubblicarglielo, allora sì non ci avrebbe pensato due volte ad acconsentire. Ma una simile proposta, proveniente da un’agenzia letteraria… Puah! Solo un altro modo per provare a spillargli quattrini, offrendogli in cambio semplicemente la speranza di una possibile pubblicazione, se mai l’agente fosse poi riuscito davvero a trovare un editore interessato all’opera così revisionata.
E, la speranza, Calogero Belluccia era andata ormai perdendola anno dopo anno, revisione dopo revisione.
Che lo proponessero a lui soltanto o a tutti gli esordienti quel loro servizio di editing di cui si facevano pure un vanto?
Questa domanda frullò insolente per la sua testa e quasi senza che Calogero se ne avvedesse una pericolosissima idea cominciò ad affacciarsi alla sua mente.
«Lo proporrebbero forse anche a Pirandello il loro servizio di editing?» si domandò.
No, certo che no! Il problema era proprio che il suo romanzo non era paragonabile a un romanzo di Luigi Pirandello. Avesse scritto Calogero quel romanzo inedito che aveva trascorso il pomeriggio a leggere, allora sì che si sarebbero aperte per lui tutte le porte fino ad allora rimaste chiuse. Perfino la Mondadori avrebbe fatto a gara con gli altri per pubblicarglielo. Altro che “revisione per farne un oggetto editoriale appetibile per il mercato”! Se solo l’avesse scritto lui…

Non l’avesse mai pensato!
Quella notte non fece che girarsi e rigirarsi nel letto, incapace di addormentarsi. Calogero Belluccia aveva tra le mani il capolavoro inedito di un Premio Nobel della Letteratura, e di quel manoscritto nessuno al mondo era a conoscenza, eccetto lui. Si era già figurato i milioni di euro che avrebbe potuto ricavarci, ma non aveva ancora concepito quell’intrigante e possibile alternativa.
Valeva di più il denaro immediato che poteva procurarsi dalla vendita di un manoscritto inedito di Luigi Pirandello oppure la fama immortale che poteva acquisire se avesse presentato agli editori quel romanzo come opera propria?
Eccola lì, la tentazione, la possibilità concreta di conquistarsi quel pezzetto di immortalità sempre vagheggiato. E sarebbe stato anche il riscatto morale dei suoi vent’anni spesi a scrivere e a riscrivere un romanzo che non aveva mai interessato nessuno.
Solo che la coscienza gli rimordeva. Lui, l’immortalità, la voleva per un’opera scritta di suo pugno, non per un’opera scritta da qualcun altro. Ma la tentazione restava grande. Ah, come avrebbe goduto a prendersi la rivincita su tutto quel lungo snobbarlo da parte di editori e di agenti letterari! Altro che servizi di editing a pagamento! Voleva proprio vedere chi mai avrebbe avuto il coraggio di correggere un testo di Luigi Pirandello.

Non fu facile decisione per Calogero Belluccia, esperto estimatore di opere d’antiquariato ma anche all’occasione abile truffatore, capace di spacciar per autentici e pregiati oggetti da due soldi, appena lo sprovveduto turista gliene dava l’opportunità (coi compaesani mai: se ne faceva un punto d’onore). Non fu una decisione facile, perché era lui un vero appassionato di letteratura, e gli  spezzava il cuore l’idea del plagio e la consapevolezza di privare il mondo della conoscenza che il grande scrittore e drammaturgo siciliano aveva in realtà scritto un’ulteriore romanzo dopo Uno, nessuno, centomila.   Si rendeva perfettamente conto Calogero Belluccia di quanto turpe fosse il proposito che aveva in mente. Probabilmente lo spirito di Luigi Pirandello, indignato, sarebbe venuto a trovarlo di notte per tirargli le coperte. O che fosse stato proprio lo spirito di Pirandello, suo concittadino, ad aver fatto in modo che fosse lui a trovare il manoscritto, come se, mosso a compassione dalla sua lunga tribolazione di aspirante scrittore, avesse voluto fargliene dono? Chi poteva dirlo?
Alla fine, dopo tre lunghe settimane di tormenti, la decisione venne presa. Si rintanò in camera e nello stanzino del retrobottega in tutti i momenti liberi che aveva, e si mise meticolosamente a trascrivere sul suo computer portatile il manoscritto. Solo da ultimo compose il frontespizio:

LE SETTE VITE DI UN INQUISITORE
Romanzo
di Gery Belluccia
Agrigento, 2008

Quando poi ne stampò tre copie e le portò a rilegare dal suo amico Ciccio Lo Cascio, Calogero sprizzava entusiasmo da tutti i pori.
«Mii Gery... ma chi facisti? Cangiasti ‘u titulu?» gli domandò Ciccio, dopo più di vent’anni che gli rilegava le infinite versioni degli Amori americani di un italiano di provincia.
Calogero fece orecchie da mercante e se ne uscì sogghignando con le sue tre copie sotto il braccio, senza dare spiegazioni.  
Secondo il criterio prescritto per i capolavori, le inviò alla Mondadori e all’Einaudi, e alla Rizzoli. Esagerò: spedì anche una sintesi con estratti alla Longanesi. Era il minimo che potesse meritare un romanzo nientedimeno che di Luigi Pirandello, sia pur figurante a nome di Gery Belluccia.
Fortuna poi aveva voluto che si trattasse di un romanzo storico, ovvero di un genere che in quegli anni risultava particolarmente apprezzato dal grande pubblico. Quanti non conoscevano I pilastri della terra, di Ken Follett, con il suo recente seguito in Mondo senza fine?
Già Calogero si figurava tutte le recensioni che si sarebbero scritte sul romanzo, con il suo nome destinato a passare di bocca in bocca. Gery Belluccia: la nuova rivelazione della narrativa italiana. Questo avrebbero scritto di lui i giornali. E se il buon Pirandello avesse avuto qualcosa da ridire dall’aldilà, lui si sarebbe premurato di compensarlo facendo dire a Don Cataldo una buona quantità di messe per l’anima del defunto, senza badare a spese. Così, magari, il grande drammaturgo avrebbe avuto perfino da ringraziarlo, qualora si fosse ritrovato con qualche peccatuccio di troppo da dover scontare in Purgatorio.
Quanto poi alla signora Rosa Malaspina, era ormai convinto che nemmeno sapesse del tesoro che possedeva nella sua soffitta, ma − per prudenza − avrebbe fatto dire qualche decina di messe anche per l’anima sua.

Dopo dieci mesi, tuttavia, era giunta soltanto la lettera standard di rifiuto della Longanesi, con cui lo si informava cortesemente che l’opera non rientrava nelle loro linee editoriali. Dalle altre case editrici ancora nessuna notizia.
«Forse non avranno letto il manoscritto. Sarà giunto a destinazione? Lo avranno letto?» cominciò a preoccuparsi Calogero, inorridito a immaginarsi un tale capolavoro sepolto  sotto  pile e pile di dattiloscritti nei magazzini degli editori. «Forse editori del calibro della Mondadori davvero faticano a smaltire la mole dei manoscritti che ricevono, e magari privilegiano per la lettura quelli che provengono da autori già affermati, senza nemmeno  leggere  uno sconosciuto come me… Lo sapessero che si tratta di un inedito di Luigi Pirandello, allora sì non aspetterebbero nemmeno un giorno a prenderlo in considerazione!»
Calogero Belluccia decise che doveva ridimensionare qualcosa. Per questa ragione si risolse a procedere a nuove e numerose stampe, con successiva rilegatura, per passare alla “spedizione a pioggia” su tutta la media e piccola editoria di comprovata serietà. Quei vent’anni di vane peregrinazioni editoriali lo avevano ormai portato a capire che la piccola e media editoria era più ben disposta verso gli esordienti. E ormai Calogero disponeva di una sua lunga lista di nomi di case editrici, dove erano ben depennati con una marcata croce nera tutti quegli editori che in precedenza avevano osato proporgli una pubblicazione con richiesta di contributo. I restanti erano andati quindi a costituire la sua personale “lista bianca” di editori puri, pronti a fare il loro mestiere senza ricorrere a mezzucci per speculare sugli esordienti.
Effettuata a scaglioni la spedizione dei pacchi, Calogero si dispose all’attesa, fiducioso.
Ma avvenne a quel punto qualcosa di veramente incomprensibile, poiché le prime email di risposta dicevano che nemmeno il capolavoro di Pirandello (presentato a suo nome) si prestava facilmente alle diverse linee editoriali.
Calogero era perplesso, anche perché c’erano perfino critiche di fondo. Quasi tutti i piccoli editori che avevano fornito una risposta, dando effettivamente l’impressione di aver davvero letto l’opera, non mancavano di sottolinearne i pregi e la qualità della scrittura (come mai era avvenuto in precedenza per il suo romanzo), ma si mostravano comunque perplessi o per la solita incompatibilità con la linea editoriale o, più spesso, per un problema di “contaminazione di genere”, che veniva ripetutamente segnalato.
Certo, questa volta, soddisfazioni in più ne aveva tratte, se perfino editori che ben specificavano sul loro sito di non ricorrere a lettere standard in caso di valutazione negativa, perché il silenzio stesso era da intendersi come rifiuto, si erano invece degnati di rispondergli comunque con un’email, e due perfino con una telefonata.
Proprio grazie a quelle due telefonate gli riuscì dunque di capire meglio il problema di “contaminazione” segnalato.
«Vede, signor Belluccia, si tratta indubbiamente di un romanzo interessante, che ha i suoi pregi», gli spiegò al telefono il primo dei due che lo contattò. «Ma poiché si tratta, nel caso, di un romanzo storico, ci sono delle regole di genere da rispettare… I romanzi storici che hanno attualmente maggior successo sono marcatamente plot-centered,  con un ritmo quasi da thriller, che avvince il lettore attraverso trame di intrighi, piene di suspence… Qui abbiamo, effettivamente, una scrittura deliziosa, con un sapiente uso dell’ironia nel tratteggiare i personaggi. Ma la trama è un po’ deboluccia, per via dei colpi di scena e delle soluzioni a mio avviso piuttosto inverosimili… Certo, l’ambientazione storica pare indubbiamente accurata, ma l’attenzione è tutta portata sulla disanima dei personaggi… Ora, le confesso, che sono rimasto molto intrigato nel leggere il romanzo, perché quella sorta di relativismo psicologico che vi traspare ha una sua indubbia presa sul lettore. E c’è un trapasso dall’umoristico al tragico che indubbiamente viene gestito in maniera efficace, ma, francamente, lascia anche un po’ perplessi… Insomma, io ci tenevo a farle sapere che il romanzo, a suo modo, è scritto bene e presenta anche degli spunti originalissimi… Però questa commistione di romanzo storico e romanzo psicologico non è molto apprezzata dall’odierno mercato editoriale, e non mi sembra che l’opera sia − allo stato attuale − pubblicabile… Io le suggerirei di rivedere il romanzo in una prospettiva un po’ meno psicologica, con soluzioni di intreccio un po’ più verosimili…»

Preso atto di questi “difetti” segnalati sull’opera, che probabilmente avrebbero fatto rivoltare Pirandello nella tomba se solo il suo corpo non fosse stato cremato, Calogero si persuase che fosse semplicemente la miopia dei piccoli editori o la loro esitazione a sfidare le regole di genere e i gusti di mercato ad impedir loro di riconoscere  in quegli azzardi narrativi l’originalità e il talento di un premio Nobel. Bisognava raggiungere i “grandi”, probabilmente più avvezzi alle opere dei geni. Era tornato il momento di rivolgersi agli agenti letterari.
«E vediamo un po’ se pretendono di sottoporre a editing anche l’opera di Pirandello!» si disse sorridendo sotto i baffi.
Contrappeso, B&T, Eureka & S.C., Agenzia Scopritalenti, Il Trovatore, L’intermediario, PubliKa: queste e molte altre tra le più note agenzie letterarie che non richiedevano preliminare tassa di lettura vennero contattate da Calogero Belluccia. Ma anche se cambiava il mittente la risposta era sempre, nella sostanza, la medesima:

Gentile sig. Belluccia,
come da Sua richiesta, abbiamo letto il Suo Le sette vite di un inquisitore, che reputiamo idoneo agli standard qualitativi che contraddistinguono le scelte della nostra Agenzia.
Essendo l’esito della prima valutazione sostanzialmente positivo, siamo senz’altro disponibili ad annoverarLa eventualmente fra gli autori da noi assistiti sul panorama editoriale italiano.
Dalla lettura di selezione sono emerse sostanzialmente due cose: da un lato il testo ci risulta sensatamente proponibile, dall’altro  si avvertono tuttavia alcune ingenuità riguardanti l’edificio letterario (ma questo è naturale, dal momento che Lei, per quanto ci è noto, non è un professionista della scrittura).
Venendo quindi agli aspetti più strettamente programmatici, ciò che anzitutto è fondamentale disporre è che il romanzo venga affidato alle cure di un editor esperto. Questo perché, per prima cosa, dobbiamo portare l’opera a maturazione, sia sotto il profilo letterario che sotto quello della caratterizzazione editoriale.
Il livello di riconoscibilità al quale opera la nostra Agenzia Letteraria (che implica evidenti vantaggi per le firme assistite, ma anche oneri d’immagine) esclude ormai da tempo che noi prendiamo in gestione opere non lavorate da un editor di nostra fiducia. Mi rendo conto che questa indicazione può suonare come un aut-aut, ma è inutile nasconderLe che i casi in cui, nel passato, siamo stati meno intransigenti sulla questione, hanno prodotto immancabilmente esiti farraginosi non appena entrati in casa editrice – o, peggio ancora, non appena usciti sul mercato come libri veri e propri.”

Nemmeno Luigi Pirandello raggiungeva dunque la sufficienza con quei professoroni. Di questo, Calogero Belluccia doveva ormai prendere atto.  
Si guardò allo specchio, sgomento. Quali altre possibilità gli restavano?
Se lo chiese e, mentre se lo chiedeva, gli vennero in mente  quei vent’anni trascorsi a riscrivere il suo romanzo e a spedirlo instancabilmente in giro.  Aveva davvero creduto che solo i difetti dell’opera ne precludessero la pubblicazione. E forse – se appena la confrontava con il manoscritto scovato in soffitta − era davvero così. Ma adesso che aveva osato arrogarsi il merito di aver scritto ciò che personaggio di ben altra ed indubbia statura letteraria aveva prodotto, tutto diventava soltanto una grande vera beffa.
Non ce la faceva più. Dopo due anni dal giorno in cui aveva trovato il manoscritto nel solaio della signora Rosa Malaspina, in una domenica di primavera inoltrata Calogero Belluccia scese in giardino con le ventisette versioni degli Amori americani di un italiano di provincia e con il manoscritto originale di Luigi Pirandello. Accatastò su uno spiazzo sterrato le ventisette copie del suo romanzo, adagiandovi sopra il fascicolo di vecchi fogli ingialliti, accese un fiammifero  e vi appiccò il fuoco. La fiamma esitò dapprima ad attecchire ma poi divampò alta, come in una piccola pira.
Calogero Belluccia restò a osservare il fuoco che mangiava, divorava milioni di parole, mentre i fogli si accartocciavano, si gonfiavano come mostriciattoli neri. Lì dentro c’erano le migliaia e migliaia di pagine che in  tutti quegli anni aveva continuato a scrivere e riscrivere. Come se non bastasse, c’era pure il manoscritto inedito di un premio Nobel, il cui valore – sia monetario sia culturale − era probabilmente inestimabile.
Ma forse era destino che la volontà del grande Pirandello venisse rispettata. Non aveva forse  lui stesso scritto quel romanzo per farne dono esclusivo alla donna che tanto intensamente amava, rinunciando a darlo alle stampe? Non aveva forse Marta Abba evitato di farlo pubblicare?
Chissà! Forse il manoscritto era andato perso insieme al baule che conteneva i suoi costumi teatrali. O forse Marta aveva fatto dono del suo baule di costumi alla giovane signora Rosa Malaspina, al tempo in cui lei pure aveva calcato le scene, magari dimenticandosi del doppio fondo e di ciò che vi era contenuto. Come erano andate veramente le cose? Chi poteva dirlo?
Calogero Belluccia era solo consapevole di essere ormai l’unica persona a conoscenza di quell’ottavo romanzo scritto da Luigi Pirandello.
Certo, dalla vendita di quel manoscritto avrebbe potuto ricavare molto denaro, ma avrebbe dovuto risolversi a farlo prima, invece di far uso del romanzo spacciandolo per proprio. Divulgarlo ora? Sarebbe stato sicuramente accusato di tentato plagio. E Calogero Belluccia non ci teneva a passare per lestofante. No, non c’era proprio altra soluzione, anche se il suo cuore si lacerava a veder divorati dal fuoco quei fogli su cui era impressa la scrittura autentica del grande Maestro della narrativa e del teatro italiano.
Adesso Calogero aveva finalmente capito che non sarebbe mai riuscito a conquistarsi quel pezzetto di immortalità a cui teneva tanto. Tutte le sue aspirazioni andavano ormai riviste. La sua smodata ambizione doveva abbassarsi… calare. 
Calò. Ce l’aveva da sempre impresso in quel nome il proprio destino. Era già scritto in principio, con quel verbo inesorabile, posto al passato remoto, come qualcosa già accaduto nella notte dei tempi, e per questo immodificabile. Calò, lo chiamava sua madre. Calò la speranza, calò l’aspettativa, calò l’aspirazione, calò…tutto. Il “bel vecchio” (poiché questo significava in greco antico il nome Calogero, come gli avevano insegnato al liceo classico) non aveva possibilità di ascendere all’empireo del sogno: sarebbe rimasto un rigattiere e basta − un antiquario, tutt’al più.
Tutto questo pensava Calogero asciugandosi il sudore della fronte mentre la pira di carte lentamente si trasformava in cenere.
Luigi Pirandello aveva scritto nel 1929 un ottavo romanzo, un romanzo che era un autentico capolavoro. Ma nessuno al mondo, eccetto Calogero Giuseppe Belluccia −  detto Gery − l’avrebbe mai saputo.



Egler Ghinato






La mia esperienza di premorte (5)