La mia esperienza di premorte (4)

segue da: Il fattore temporale nelle NDE

Il fattore temporale nell’arresto cardiaco

Una sola rondine non fa primavera. Così può certo riuscire difficile mettere in discussione quanto di inoppugnabile crediamo di sapere su tempo, spazio e sul modo in cui il cervello “produce” le nostre esperienze, basandosi solo sull’informazione temporale che fornisce una NDE come la mia. Tuttavia l’argomento si fa intrigante se consideriamo come quei 60 secondi che dobbiamo considerare la massima durata possibile della mia esperienza di premorte vengano di primo acchito a sostegno proprio della tesi cerebralista, nella questione che più d’ogni altra è al cuore dell’intero dibattito scientifico sulle NDE: quando si producono esattamente quelle NDE che risultano associate a un arresto cardiaco da cui il paziente è stato poi rianimato con successo?

Sappiamo infatti fuor di ogni dubbio che un cervello rimasto privo di irrorazione sanguigna, come succede con l’arresto cardio-circolatorio (ischemia generalizzata), non è in grado di produrre nessun genere di esperienza, nemmeno onirico-allucinatoria. Se dunque dovessimo supporre che un’esperienza di premorte può presentarsi anche durante l’arresto cardiaco – come sembrerebbero suggerire certi casi clamorosi, di cui abbiamo testimonianza – dovremmo allora necessariamente concludere che non è il cervello a “produrre” queste esperienze, proprio come vogliono i Trascendentalisti.  Di conseguenza i Cerebralisti devono invece supporre che l’esperienza di premorte non intervenga mai, in questi casi, quando il cuore ha ormai smesso di battere e il cervello boccheggia per totale mancanza d’ossigeno in un’anossia cerebrale che sterminerà di lì a poco tutti i suoi neuroni se la funzionalità cardio-circolatoria non sarà al più presto ripristinata. Mancando un indicatore obiettivo dell’istante in cui l’NDE prende avvio in chi è già precipitato in uno stato d’incoscienza, è lecito pensare che l’esperienza non accompagni l’arresto cardiaco in atto, bensì lo preceda oppure lo segua.  

La perdita di conoscenza sopravviene infatti con la fibrillazione ventricolare già prima che il cuore si fermi, con un anticipo di 15-20 secondi sulla cessazione del battito, mentre il cervello smetterà di funzionare (EEG isoelettrico) circa 10-20 secondi dopo l’arresto cardiaco. Questi tempi si sono potuti cronometrare con precisione su pazienti monitorati in sala operatoria, durante interventi cardiochirurgici che procurano al paziente un arresto cardiaco indotto dall’operazione stessa (van Lommel, 2007).

Se dunque l’NDE davvero anticipa l’inattività cerebrale, avrebbe allora a disposizione −  volendo essere generosi − solo un massimo di 40 secondi per svolgersi dal suo principio alla fine (20+20 sec.). In alternativa, meno quantificabile deve considerarsi l’intervallo di tempo che potrebbe risultarne se invece l’esperienza insorgesse  dopo la sopravvenuta rianimazione cardiopolmonare (RCP) e dopo il recupero delle funzionalità cerebrali, seppur fintantoché il paziente non si è ancora risvegliato dal suo stato comatoso. In questo caso la tempistica resta infatti variabile da caso a caso, poiché dipende dalla durata dell’arresto prodottosi, e dal grado di sofferenza cerebrale che ne è derivato. Ma poiché a un arresto cardiaco di durata molto breve (es. 2 minuti) segue di solito quasi a ruota il ritorno a coscienza del paziente, dobbiamo pensare che l’intervallo di tempo in cui può prodursi l’NDE sia comunque esiguo anche in questo caso, perché il normalizzarsi dell’attività cerebrale – in assenza di danni neurologici permanenti – si porta appresso anche il recupero della coscienza di veglia (definendo così un termine finale alla durata dell’esperienza di premorte).

La principale obiezione dei Trascendentalisti all’idea cerebralista che le esperienze di premorte – in quanto prodotto del cervello – precedano o seguano l’arresto cardiaco viene da un cospicuo numero di NDE critiche che presentano tra i loro contenuti anche quelli immanenti di una OBE d’esordio (Out-of-Body Experience: esperienza fuori-dal-corpo), in base alla quale il paziente riesce poi a  riferire – spesso nei minimi dettagli – quanto osservato dall’alto (“fuori dal corpo”) mentre il suo cuore era fermo e con l’RCP gli venivano somministrate le scosse elettriche della defibrillazione ventricolare.

Vale forse la pena di precisare che la defibrillazione ventricolare esige che il paziente si trovi già in stato d’incoscienza quando gli viene praticata, perché diversamente lo ucciderebbe (cioè gli procurerebbe essa stessa un arresto cardiaco).  Non si capisce pertanto come certe NDE ormai divenute famose abbiano consentito al paziente di descrivere poi correttamente quanto avvenuto in sala rianimazione proprio in quel frangente critico (es. quale medico gli aveva somministrato le scosse elettriche e con quale voltaggio, dove era stata riposta la dentiera estrattagli dalla bocca per l’intubazione tracheale, da quale vena gli era stato effettuato il prelievo del sangue, ecc.). Infatti l’argomento principe della tesi trascendentalista attiene proprio alla quantità di “percezioni veridiche” che risultano da quelle NDE critiche che sono esordite con un’esperienza extracorporea d’ambientazione terrena (OBE), prima di volgere all’escursione di qualche presunto Aldilà.

Confrontati due gruppi di pazienti rianimati da un arresto cardiaco sopravvenuto in ospedale, dove gli uni avevano poi riferito un’esperienza di premorte esordita con OBE mentre gli altri non ricordavano nessuna OBE e nessuna NDE, le descrizioni di quanto avvenuto nel corso della loro rianimazione cardiopolmonare si sono sempre dimostrate esatte al 100% tra i pazienti che pretendevano di aver assistito con un’OBE alla propria RCP, laddove tutta una serie di errori – marginali o grossolani – si sono sempre conteggiati nel gruppo di controllo di quei pazienti ai quali veniva chiesto soltanto di “immaginare nel dettaglio” la procedura di rianimazione che era stata loro praticata (Sabom, 1982; Sartori, 2004).

Ma la questione di queste clamorose OBE delle NDE – di cui la mia esperienza di premorte è purtroppo rimasta priva – l’affronteremo a parte più avanti. Invece mi interessa qui sottolineare piuttosto  il problema della durata delle NDE, che solleva proprio l’idea cerebralista per cui le esperienze di premorte sarebbero da intendersi precedenti alla cessazione dell’attività cerebrale in tutti i casi di arresto cardiaco, o in alternativa successive al suo ripristino a seguito di RCP. Che si tratti infatti di quel massimo di 40 secondi che il cervello ha a disposizione prima che l’elettroencefalogramma si appiattisca in un silenzio elettrico totale, o che possiamo aggiungervi qualche altra manciata di secondi  nell’imprecisabile intervallo di tempo che trascorre tra il momento in cui il cervello recupera a sufficienza le proprie funzionalità dopo l’RCP e il risveglio a coscienza del paziente, dovremmo allora concludere che la durata massima di appena 60 secondi della mia NDE, anziché apparire come una strana eccezione di cui rendere conto,  risulterebbe semmai perfino “sovrabbondante” rispetto a quella ancor più esigua che in prospettiva cerebralista dobbiamo attribuire a tutte le NDE associabili a un arresto cardiaco se l’esperienza precede la cessazione dell’attività cerebrale (come vorrebbe la sindrome del cervello morente suggerita da Susan Blackmore, 1993), o comunque pressoché equivalente a quella che dovremmo presumere nell’ipotesi di una loro insorgenza successiva alla rianimazione cardio-polmonare.

Ciò significa pertanto che quello stesso inspiegabile divario che si è configurato nel mio caso tra l’estrema brevità del tempo trascorso priva di sensi − come tempo massimo che il mio cervello avrebbe avuto a disposizione per produrre l’NDE − e la sovrabbondanza dei contenuti che l’esperienza mi ha mostrato deve essere attribuito anche a tutte quelle ben più paradigmatiche NDE critiche che sopravvengono in prossimità di una morte effettiva (arresto cardiaco), almeno ogni qualvolta anch’esse presentino una ricchezza di contenuti esperienziali incompatibile con una loro durata così breve (ovvero quasi sempre).  Ma ciò che più conta è che questa discrepanza tra contenuti e durata delle NDE (critiche e non-critiche), che interviene a violare quanto ormai sappiamo del funzionamento cerebrale associabile alle nostre esperienze di veglia e di sogno introducendo un “tempo atemporale” che scorre con velocità diversa da quello misurato dai nostri orologi, consegue proprio dall’assunto cerebralista che vuole le NDE come esperienze onirico-allucinatorie prodotte dal cervello − anziché come esperienze trascendentali attribuibili a una forma di coscienza indipendente dal medesimo.

La contraddizione che si configura può quindi sintetizzarsi in questi termini: per spiegare col funzionamento cerebrale le NDE testimoniate a seguito di un arresto cardiaco ci troviamo costretti ad attribuire all’esperienza una durata brevissima (pressoché equivalente ai 60 secondi che dobbiamo assumere come massima durata possibile anche della mia NDE), ma proprio una durata così minimale dell’NDE risulta incompatibile col tempo di cui avrebbe invece bisogno il cervello per produrre tutti i contenuti onirico-allucinatori che solitamente ricorrono in una esperienza di premorte. Questo divario tra la quantità dei contenuti onirico-allucinatori elaborati dal cervello in una NDE e il tempo avuto a disposizione per produrli contraddice infatti non solo quanto ci hanno dimostrato sperimentalmente tutte le ricerche di laboratorio sulla durata obiettiva delle esperienze oniriche che sono riportate nei sogni lucidi (Gackenbach J. & LaBerge S, 1988), ma anche quel fattore temporale della coscienza che fin dalla seconda metà del secolo scorso era stato indagato con gli esperimenti condotti da Benjamin Libet (2005), e che in seguito è valso agli stessi ricercatori dell’Informazione Integrata  – in direzione opposta rispetto alle ipotesi esplicative avanzate da Libet – come argomento a sostegno della loro teoria (TII), che resta probabilmente fin qui la più autorevole di tutte le spiegazioni cerebraliste della coscienza prodotte dalle neuroscienze.

Sostengo pertanto che quel vero gioiello metodologico, teorico e sperimentale, che è parsa essere anche ai miei occhi la Teoria dell’Informazione Integrata, di Giulio Tononi e colleghi (Edelman & Tononi, 2000; Massimini & Tononi, 20013), inciampa proprio sul “sassolino” delle NDE – per quanto la TII non sembra aver preso in considerazione la violazione che queste propongono del fattore temporale implicato dalla teoria, nonché il funzionamento talamo-corticale ipotizzabile in base alle condizioni critiche in cui versa il cervello nella maggior parte dei casi in cui le NDE si presentano.  Ma ben lungi dal voler buttar via il bambino con l’acqua sporca, mi piacerebbe che tutto ciò che la Teoria dell’Informazione Integrata ci ha ben dimostrato sul funzionamento cerebrale associabile alle nostre “esperienze coscienti” (ridondanza!), di veglia e di sogno, potesse aiutarci − proprio grazie alle NDE − a costruire un ponte tra la prospettiva cerebralista e quella trascendentalista sulla nostra coscienza, che è esattamente ciò che ancora ci manca.

(work in progress)

Blackmore S. (1993) Dying to live: science and the near-death experience. London, Harper Collins Publishers.

Edelman, G. M. & Tononi G. (2000), A universe of consciousness (tr.it. Un universo di coscienza, Torino, Einaudi, 2000).

Gackenbach J. & LaBerge S. (eds.) (1988), Conscious mind, sleeping brain. New York, Plenum Press.

Libet B. (2005). Mind Time: the temporal factor in consciousness (tr. it. Mind Time: il fattore temporale nella coscienza. Milano, Cortina, 2007).

Massimini, M. & Tononi, G. (2013) Nulla di più grande, Milano, Baldini & Castoldi.

Sabom M.B. (1982). Recollection of Deaths: a medical investication, New York: Harper and Row (tr. it.: Dai confini della vita: un’indagine scientifica, Milano, Longanesi, 1983).

Sartori, P. (2004) NDEs in an Intensive Therapy Unit. The Christian Parapsychologist, Vol. 16 (2), 34–40.

Van Lommel P. (2007). Risposta a Shermer: https://www.nderf.org/Italian/von_lommel_italian.htm.


La mia esperienza di premorte (5)