segue da: Il fattore temporale nelle NDE
Il fattore temporale nell’arresto cardiaco
La perdita di
conoscenza sopravviene infatti con la fibrillazione ventricolare già prima che il cuore si fermi, con un
anticipo di 15-20 secondi sulla cessazione del battito, mentre il cervello
smetterà di funzionare (EEG isoelettrico) circa 10-20 secondi dopo l’arresto cardiaco. Questi tempi si
sono potuti cronometrare con precisione su pazienti monitorati in sala
operatoria, durante interventi cardiochirurgici che procurano al paziente un
arresto cardiaco indotto
dall’operazione stessa (van Lommel, 2007).
Se dunque l’NDE davvero anticipa l’inattività cerebrale, avrebbe allora a disposizione − volendo essere generosi − solo un massimo di 40 secondi per svolgersi dal suo principio alla fine (20+20 sec.). In alternativa, meno quantificabile deve considerarsi l’intervallo di tempo che potrebbe risultarne se invece l’esperienza insorgesse dopo la sopravvenuta rianimazione cardiopolmonare (RCP) e dopo il recupero delle funzionalità cerebrali, seppur fintantoché il paziente non si è ancora risvegliato dal suo stato comatoso. In questo caso la tempistica resta infatti variabile da caso a caso, poiché dipende dalla durata dell’arresto prodottosi, e dal grado di sofferenza cerebrale che ne è derivato. Ma poiché a un arresto cardiaco di durata molto breve (es. 2 minuti) segue di solito quasi a ruota il ritorno a coscienza del paziente, dobbiamo pensare che l’intervallo di tempo in cui può prodursi l’NDE sia comunque esiguo anche in questo caso, perché il normalizzarsi dell’attività cerebrale – in assenza di danni neurologici permanenti – si porta appresso anche il recupero della coscienza di veglia (definendo così un termine finale alla durata dell’esperienza di premorte).
La principale obiezione
dei Trascendentalisti all’idea cerebralista che le esperienze di premorte – in
quanto prodotto del cervello – precedano
o seguano l’arresto cardiaco viene da un cospicuo numero di NDE critiche
che presentano tra i loro contenuti anche quelli immanenti di una OBE d’esordio
(Out-of-Body Experience: esperienza
fuori-dal-corpo), in base alla quale il paziente riesce poi a riferire – spesso nei minimi dettagli – quanto
osservato dall’alto (“fuori dal corpo”) mentre il suo cuore era fermo e con l’RCP
gli venivano somministrate le scosse elettriche della defibrillazione
ventricolare.
Vale forse la pena di precisare
che la defibrillazione ventricolare esige
che il paziente si trovi già in stato d’incoscienza quando gli viene praticata,
perché diversamente lo ucciderebbe (cioè gli procurerebbe essa stessa un arresto
cardiaco). Non si capisce pertanto come
certe NDE ormai divenute famose abbiano consentito al paziente di descrivere
poi correttamente quanto avvenuto in sala rianimazione proprio in quel
frangente critico (es. quale medico gli aveva somministrato le scosse
elettriche e con quale voltaggio, dove era stata riposta la dentiera
estrattagli dalla bocca per l’intubazione tracheale, da quale vena gli era
stato effettuato il prelievo del sangue, ecc.). Infatti l’argomento principe
della tesi trascendentalista attiene proprio alla quantità di “percezioni
veridiche” che risultano da quelle NDE critiche che sono esordite con
un’esperienza extracorporea d’ambientazione terrena (OBE), prima di volgere
all’escursione di qualche presunto Aldilà.
Confrontati due gruppi
di pazienti rianimati da un arresto cardiaco sopravvenuto in ospedale, dove gli
uni avevano poi riferito un’esperienza di premorte esordita con OBE mentre gli
altri non ricordavano nessuna OBE e nessuna NDE, le descrizioni di quanto
avvenuto nel corso della loro rianimazione cardiopolmonare si sono sempre
dimostrate esatte al 100% tra i pazienti che pretendevano di aver assistito con
un’OBE alla propria RCP, laddove tutta una serie di errori – marginali o
grossolani – si sono sempre conteggiati nel gruppo di controllo di quei
pazienti ai quali veniva chiesto soltanto di “immaginare nel dettaglio” la
procedura di rianimazione che era stata loro praticata (Sabom, 1982; Sartori,
2004).
Ma la questione di queste clamorose OBE delle NDE – di cui la mia esperienza di premorte è purtroppo rimasta priva – l’affronteremo a parte più avanti. Invece mi interessa qui sottolineare piuttosto il problema della durata delle NDE, che solleva proprio l’idea cerebralista per cui le esperienze di premorte sarebbero da intendersi precedenti alla cessazione dell’attività cerebrale in tutti i casi di arresto cardiaco, o in alternativa successive al suo ripristino a seguito di RCP. Che si tratti infatti di quel massimo di 40 secondi che il cervello ha a disposizione prima che l’elettroencefalogramma si appiattisca in un silenzio elettrico totale, o che possiamo aggiungervi qualche altra manciata di secondi nell’imprecisabile intervallo di tempo che trascorre tra il momento in cui il cervello recupera a sufficienza le proprie funzionalità dopo l’RCP e il risveglio a coscienza del paziente, dovremmo allora concludere che la durata massima di appena 60 secondi della mia NDE, anziché apparire come una strana eccezione di cui rendere conto, risulterebbe semmai perfino “sovrabbondante” rispetto a quella ancor più esigua che in prospettiva cerebralista dobbiamo attribuire a tutte le NDE associabili a un arresto cardiaco se l’esperienza precede la cessazione dell’attività cerebrale (come vorrebbe la sindrome del cervello morente suggerita da Susan Blackmore, 1993), o comunque pressoché equivalente a quella che dovremmo presumere nell’ipotesi di una loro insorgenza successiva alla rianimazione cardio-polmonare.
Ciò significa pertanto
che quello stesso inspiegabile divario che si è configurato nel mio caso tra
l’estrema brevità del tempo trascorso priva di sensi − come tempo massimo che il mio cervello
avrebbe avuto a disposizione per produrre l’NDE − e la sovrabbondanza dei
contenuti che l’esperienza mi ha mostrato deve
essere attribuito anche a tutte
quelle ben più paradigmatiche NDE critiche che sopravvengono in prossimità di
una morte effettiva (arresto cardiaco), almeno ogni qualvolta anch’esse
presentino una ricchezza di contenuti esperienziali incompatibile con una loro durata così breve (ovvero quasi sempre).
Ma ciò che più conta è che questa discrepanza tra contenuti e durata
delle NDE (critiche e non-critiche), che interviene a violare quanto ormai sappiamo
del funzionamento cerebrale associabile alle nostre esperienze di veglia e di
sogno introducendo un “tempo atemporale” che scorre con velocità diversa da
quello misurato dai nostri orologi, consegue proprio dall’assunto cerebralista che vuole le NDE come
esperienze onirico-allucinatorie prodotte dal cervello − anziché come
esperienze trascendentali attribuibili a una forma di coscienza indipendente
dal medesimo.
La contraddizione che si
configura può quindi sintetizzarsi in questi termini: per spiegare col
funzionamento cerebrale le NDE testimoniate a seguito di un arresto cardiaco ci
troviamo costretti ad attribuire all’esperienza una durata brevissima (pressoché equivalente ai 60 secondi che dobbiamo
assumere come massima durata possibile anche della mia NDE), ma proprio una durata così
minimale dell’NDE risulta incompatibile
col tempo di cui avrebbe invece bisogno il cervello per produrre tutti i contenuti onirico-allucinatori
che solitamente ricorrono in una esperienza di premorte. Questo divario tra la quantità dei contenuti onirico-allucinatori
elaborati dal cervello in una NDE e il
tempo avuto a disposizione per produrli contraddice infatti non solo quanto
ci hanno dimostrato sperimentalmente tutte le ricerche di laboratorio sulla
durata obiettiva delle esperienze oniriche che sono riportate nei sogni lucidi (Gackenbach J. & LaBerge S, 1988), ma anche quel
fattore temporale della coscienza che
fin dalla seconda metà del secolo scorso era stato indagato con gli esperimenti condotti
da Benjamin Libet (2005), e che in seguito è valso agli stessi ricercatori dell’Informazione
Integrata – in direzione opposta
rispetto alle ipotesi esplicative avanzate da Libet – come argomento a sostegno
della loro teoria (TII), che resta probabilmente fin qui la più autorevole di
tutte le spiegazioni cerebraliste della
coscienza prodotte dalle neuroscienze.
Sostengo pertanto che
quel vero gioiello metodologico, teorico e sperimentale, che è parsa essere anche
ai miei occhi la Teoria dell’Informazione Integrata, di Giulio Tononi e
colleghi (Edelman & Tononi, 2000; Massimini & Tononi, 20013), inciampa
proprio sul “sassolino” delle NDE – per quanto la TII non sembra aver preso in considerazione
la violazione che queste propongono
del fattore temporale implicato dalla teoria, nonché il funzionamento
talamo-corticale ipotizzabile in base alle condizioni critiche in cui versa il cervello
nella maggior parte dei casi in cui le NDE si presentano. Ma ben lungi dal voler buttar via il bambino
con l’acqua sporca, mi piacerebbe che tutto ciò che la Teoria dell’Informazione
Integrata ci ha ben dimostrato sul funzionamento cerebrale associabile alle
nostre “esperienze coscienti” (ridondanza!), di veglia e di sogno, potesse
aiutarci − proprio grazie alle NDE − a costruire
un ponte tra la prospettiva cerebralista e quella trascendentalista sulla
nostra coscienza, che è esattamente ciò che ancora ci manca.
(work in progress)
Blackmore S. (1993) Dying to live: science and
the near-death experience. London, Harper Collins Publishers.
Edelman, G. M. &
Tononi G. (2000), A universe of consciousness (tr.it. Un universo di coscienza, Torino,
Einaudi, 2000).
Gackenbach J.
& LaBerge S. (eds.) (1988), Conscious mind, sleeping brain. New York, Plenum Press.
Libet B.
(2005). Mind Time: the temporal factor in
consciousness (tr. it. Mind Time: il
fattore temporale nella coscienza. Milano, Cortina, 2007).
Massimini,
M. & Tononi, G. (2013) Nulla
di più grande, Milano, Baldini & Castoldi.
Sabom M.B. (1982). Recollection of
Deaths: a medical investication, New York: Harper and Row (tr. it.: Dai
confini della vita: un’indagine
scientifica, Milano, Longanesi, 1983).
Sartori, P. (2004) NDEs in an Intensive
Therapy Unit. The Christian Parapsychologist,
Vol. 16 (2), 34–40.
Van Lommel P. (2007). Risposta a
Shermer: https://www.nderf.org/Italian/von_lommel_italian.htm.
