segue da: NDE critiche e NDE non-critiche
Il fattore temporale nelle NDE
Vale altrettanto anche
per i nostri sogni, nel sonno, ma con un’importante eccezione che riguarda quei
sogni in cui succede all’alter-ego onirico del sognatore di acquisire la
consapevolezza di stare sognando, di solito perché si avvede di macroscopiche
incongruenze della scena onirica, che non potrebbero mai darsi nella realtà (es.
una banana blu, l’anomala assenza del palazzo che si dovrebbe vedere dalla
finestra, una persona già morta che gli viene incontro come se fosse ancora
viva). Questa lucidità onirica
sopravviene tipicamente nel corso di un sogno già in atto, ma per la maggior
parte di noi tende ad accompagnarsi il più delle volte a un repentino
risveglio. Esistono però persone che hanno imparato fin dall’infanzia ad
acquisirla con grande facilità nei loro sogni e a mantenerla poi per tutto il
seguito dell’esperienza onirica, tanto da riuscire perfino a “pilotare” il
sogno verso contenuti più graditi di quelli che si erano presentati spontaneamente.
Questi sognatori lucidi abituali si sono
dimostrati una preziosissima risorsa per i nostri scienziati, perché facendoli
dormire nei Laboratori del Sonno, monitorati da tutte le strumentazioni della
polisonnografia, si è potuto concordare con loro un segnale convenzionale (una
specifica sequenza di movimenti oculari: es. destra-sinistra-destra-sinistra) da
fornire nel sonno al ricercatore per
comunicargli in quale preciso istante
il loro sogno diventava lucido. In questo modo, almeno per i sogni lucidi, si è
potuto ottenere un indicatore obiettivo
che segnalasse non solo l’attività onirica in atto, ma anche il momento esatto
in cui il sogno si faceva lucido per il sognatore. Interrompendo di lì a poco quel
sogno con un risveglio procurato dal ricercatore − qualche minuto dopo il
segnale oculare − è risultato pertanto possibile misurare la durata del sogno lucido, come intervallo di tempo
obiettivamente trascorso tra il segnale e il risveglio, e rapportarla ai
contenuti onirici raccontati poi al ricercatore dal sognatore ormai sveglio.
Questo filone di
studio sui sogni lucidi ha preso avvio agli inizi degli anni ’80 con le pionieristiche ricerche di laboratorio realizzate da Stephen LaBerge, e ha confutato con la mole dei suoi dati
sperimentali la precedente convinzione delle neuroscienze che i sogni lucidi non
esistessero, in quanto li si intendeva solo come un estemporaneo
riaffiorare della coscienza di veglia durante microrisvegli notturni. Al
contrario è stato invece appurato (con i tracciati della polisonnografia) che
la totalità dei sogni lucidi si produce proprio nel sonno, e nella stragrande
maggioranza dei casi in piena fase di sonno
REM.
È ovvio che nulla del genere può praticarsi in sede sperimentale sulle NDE, sebbene siano anch’esse da considerarsi esperienze lucide, per la piena consapevolezza del protagonista di non trovarsi in quel momento nella dimensione della realtà ordinaria. Se infatti − diversamente dal sognatore lucido – quest’ultimo non trae dalle incongruenze che parimenti percepisce la conclusione di stare sognando, quanto piuttosto quella di essere morto, e di stare pertanto esplorando la vita ultraterrena, lo si deve al fatto che la consapevolezza riaffiorante in uno stato d’incoscienza apparente comporta anche il recupero della memoria episodica di veglia. La memoria di veglia fa infatti sopravvenire nel sognatore lucido anche il ricordo di essere andato a dormire (tant’è che in laboratorio potrà perfino ricordarsi del segnale convenzionale concordato previamente col ricercatore), mentre nel caso di una NDE gli permetterà semmai di ricordare il malore o l’incidente appena sopravvenuto, legittimando così l’ipotesi della propria morte, anziché l'idea di trovarsi un sogno − che lo presupporrebbe invece placidamente addormentato nel proprio letto.
La lucidità delle NDE
non consente tuttavia di essere sfruttata per trarne qualche indicatore
obiettivo del fatto che l’esperienza è in atto, né di conseguenza della sua durata obiettiva. Dobbiamo pertanto
accontentarci di stimarne la durata approssimativa basandoci solo sull’intervallo
di tempo che il soggetto trascorre privo di sensi.
Fatta eccezione per certe NDE associate a gravi incidenti stradali, dove può succedere che la persona racconti poi un esordio dell’esperienza quando ancora era alla guida del veicolo e l’incidente gli era parso svolgersi “al rallentatore”, di norma le NDE si presentano solo allorché la coscienza di veglia è ormai venuta a mancare – così come non perdurano mai oltre il recupero dei sensi che ne consegue. Ciò fornisce pertanto due estremi temporali − obiettivamente identificabili – alla durata massima che l’NDE può aver avuto in ciascun caso. L’intervallo di tempo (misurabile) che il soggetto trascorre esteriormente in stato d’incoscienza non coincide necessariamente con la durata della sua NDE, ma l’esperienza non può sicuramente essersi prodotta in un tempo più lungo. Il margine d’errore di questa stima temporale resta pertanto alto, ma solo per eccesso – non per difetto.
Purtroppo, quando ci si deve confrontare coi tempi necessari al salvataggio di chi sta annegando – portandolo a riva e praticandogli una respirazione bocca-a-bocca – o quando corrono i minuti nel recuperare al più presto un defibrillatore ventricolare e posizionarne gli elettrodi per praticare al paziente in arresto cardiaco una rianimazione cardiopolmonare, o quando si tratta di estrarre dalle lamiere un corpo già esanime per l’incidente sopravvenuto − e via dicendo − anche la durata effettiva dello stato d’incoscienza resta il più delle volte, se non indeterminabile (quando il soggetto sia già privo di coscienza all’arrivo dei soccorsi), quantificabile perlomeno in un certo numero variabile di minuti − piuttosto che in una manciata di secondi. Ma proprio su questo fattore temporale la mia personale NDE non-critica si presta invece a fornirci un'informazione illuminante.
Innanzi tutto la sincope che scatenò la mia esperienza di premorte si produsse in un contesto particolare come può considerarsi quello di una lezione di yoga, alla quale partecipavano – oltre al maestro − almeno una dozzina di altre persone: tutte testimoni oculari dirette dell’intero episodio, prontamente intervenute a soccorrermi allorché mi videro accasciarmi esanime sul pavimento (perfino spostandomi ancora incosciente su un tappetino di gommapiuma steso a terra lì accanto, come invece in questi casi non si dovrebbe mai fare). Quelle persone hanno quindi ben potuto farsi un’idea abbastanza precisa del tempo che ho trascorso priva di sensi. E anche se non penso che nessuno di loro si sia dato la pena di misurarlo con l’orologio, il fatto che tutti i presenti abbiano concordato nello stimarlo come inferiore al minuto (<60 secondi) ci consente di ritenere che una sua approssimazione ai 60 secondi sia perfino una stima prudenziale per eccesso, che adotta proprio il limite superiore del ventaglio di durate possibili attribuite dagli astanti a quella mia transitoria perdita di conoscenza.
Ma se allora consideriamo attendibile il mio non essere rimasta svenuta per più di un minuto, dobbiamo anche assumere che quel massimo di 60 secondi sia stato tutto il tempo che il mio cervello ha avuto a disposizione per produrre la sua NDE. Può tuttavia il nostro cervello produrre in forma onirico-allucinatoria – nell’arco di un solo minuto − una quantità di pensieri coscienti ed esperienze percettive (immagini, scene d’azione, conversazioni, ecc.) che nella vita di veglia potrebbero prodursi soltanto in un tempo incommensurabilmente più lungo?
Questa sembra essere una
domanda cruciale, sulla quale il dibattito scientifico intorno alle NDE ha però fin
qui mancato di soffermarsi. E di nuovo sono le ricerche condotte sui sogni
lucidi ad aiutarci a rispondere alla domanda, perché proprio dai sogni
lucidi abbiamo potuto apprendere che l’esperienza onirica (lucida) si svolge sempre nello stesso arco di tempo che
un’esperienza equivalente richiederebbe per attuarsi nella vita reale.
Poiché di questi sogni
si è potuta misurare la durata (dall’insorgenza della lucidità onirica
al procurato risveglio), è stato infatti possibile anche confrontarla con il racconto
che il sognatore faceva al risveglio della propria vicenda onirica. E mai si è riscontrata una discrepanza apparente
tra la durata obiettiva del sogno e la quantità di azioni/percezioni oniriche
che venivano raccontate. Ma se invece passiamo a esaminare – come faremo più
avanti – i contenuti della mia NDE, non abbiamo nemmeno bisogno di tentarne una
quantificazione approssimativa per accorgerci di quanto sia macroscopico il divario
che sussiste quantitativamente tra quei
contenuti rappresentativi e l’esiguo intervallo di tempo (60 secondi) che
avrebbe dovuto “contenerli” tutti. In
altre parole, il tempo misurato dai nostri orologi appare – anche a una
valutazione superficiale e sommaria – come radicalmente incompatibile col tempo soggettivamente trascorso nella mia NDE.
Ma c’è di più. Sappiamo infatti che nella nostra percezione soggettiva il tempo può scorrere comunque con una velocità diversa da quello misurato dagli orologi, anche senza bisogno di scomodare Einstein e un tempo variabile a seconda dell’altitudine o di un moto che si approssimi alla velocità della luce. Il tempo del divertimento passa infatti soggettivamente molto più veloce del tempo dell’attesa. Ma non è semplicemente “soggettiva” la velocità con cui trascorre il tempo nelle NDE, se possiamo rapportarla al numero dei contenuti rappresentativi di cui si è fatta esperienza in quell’intervallo temporale. Voglio dire che se in un sogno lucido, la cui durata sia stata misurata obiettivamente in laboratorio, il sognatore ci raccontasse di aver fatto (per esempio) in quei soli cinque minuti un viaggio in treno di andata e ritorno Milano-Roma, contrassegnato da tutte le fermate alle stazioni intermedie e dalla lucida visione dei paesaggi sfilati dal finestrino, o dal numero di pagine che nel frattempo ha letto nel suo libro, ci troveremmo allora di fronte alla medesima anomalia del fattore temporale.
Ciò non succede mai nei sogni lucidi, ma la mia NDE dimostra che questo può invece succedere nelle esperienze di premorte. E poiché i nostri neuroni si attivano e si trasmettono gli impulsi in unità temporali discrete (millisecondi), per quanto minimo possa essere il tempo con cui il nostro cervello elabora le percezioni - siano esse quelle sensoriali di veglia o quelle pseudo-sensoriali delle nostre esperienze onirico-allucinatorie - non c'è esperienza che possa ragionevolmente prodursi "tutta in un istante", in violazione del tempo richiesto dalla conduzione dell’impulso neurale. Nel caso delle percezioni sensoriali di veglia, ha fatto perfino grande clamore l’evidenza portata sperimentalmente da Benjamin Libet già negli anni '70, di un ritardo della coscienza che ammonterebbe a ben mezzo secondo rispetto all'istante in cui si produce la stimolazione sensoriale effettiva. La stessa Teoria dell'Informazione Integrata (TII), che spiega la nostra "esperienza cosciente" (mi si perdoni la ridondanza), di veglia e di sogno, con quell'integrazione dell'informazione che si produce nel cervello allorché si propaga in tutte le direzioni - alla quasi totalità del sistema talamo-corticale - qualsiasi attivazione locale della corteccia cerebrale, sembra dirci che la nostra coscienza esige quel pur minimo "tempo cerebrale" di propagazione/integrazione dell'informazione (Edelman & Tononi, 2000; Massimini & Tononi, 2013). Ma com’è possibile allora che in quei soli 60 secondi il mio cervello - in quel momento funzionalmente scompensato dal diminuito apporto d’ossigeno (ipossia cerebrale), tanto da mettersi in modalità di "risparmio energetico" proprio spegnendo la coscienza di veglia - abbia prodotto tutta una carrellata di contenuti onirico-allucinatori che avrebbero diversamente richiesto ore intere, se non giorni, settimane, mesi – o addirittura anni e anni – per potersi manifestare a quel modo alla coscienza di veglia?
Quale dimensione temporale a noi ancora ignota – o più esattamente “atemporale”
– fa dunque la sua inspiegabile comparsa nelle NDE, secondo quanto porta ad
evidenza al di là di ogni ragionevole dubbio la mia personale esperienza di
premorte?
Questo è il problema
scientifico di enorme portata – per
le sue ricadute anche sulla nozione di tempo della Fisica − che la mia esperienza solleva a chiare lettere, forse meglio di qualsiasi altra NDE. E proprio come
Einstein ci ha insegnato a raccordare spazio e tempo con la sua nozione di spaziotempo, così la mia NDE mette significativamente
in scena anche nella dimensione spaziale
un’anomalia percettiva parimenti inspiegabile – che esaminerò solo più avanti −
corrispettiva a quella del fattore temporale.
Né tempo né spazio – le due categorie dell’a priori Kantiano − sono infatti stati presenti nella mia NDE al modo in cui siamo abituati a concepirli.
Bernini, A.
(2017). Neurobiologia del tempo.
Milano, Raffaello Cortina Editore.
Blackmore, S.
(2005). Conversations in consciousness.
Oxford, OUP: “intervista a Stephen LaBerge”, pp. 137-148.
Edelman, G. M. &
Tononi G. (2000), A universe of consciousness (tr.it. Un universo di coscienza, Torino,
Einaudi, 2000).
Gackenbach J. & LaBerge S. (eds.) (1988), Conscious mind, sleeping brain. New York, Plenum Press.
Libet B.
(2005). Mind Time: the temporal factor in
consciousness (tr. it. Mind Time: il
fattore temporale nella coscienza. Milano, Cortina, 2007).
Massimini,
M. & Tononi, G. (2013) Nulla di più grande, Milano,
Baldini & Castoldi.
Rovelli C. (2017). L’ordine
del tempo. Milano, Adelphi.
