segue da: Il contesto
NDE critiche e NDE non-critiche
Non è però solo
l’asfissia a potersi associare alle esperienze di premorte. Annegamenti,
avvelenamenti da gas, shock anafilattici e altri casi affini possono certo
innescarle, ma solo come può farlo qualsiasi
condizione che comporti un rischio di morte imminente, perfino se il pericolo
viene scampato senza che il soggetto riporti nemmeno un graffio (es. uno
scontro frontale in automobile evitato d’un soffio).
La terminologia inglese (Near-Death Experiences) ci ha abituati a considerarle tutte come esperienze che sopravvengono solo quando il faccia-a-faccia con la morte è un dato obiettivo. Questo aveva infatti preteso agli inizi Raymond Moody (1975). Ma non è così. Lo stesso Moody si è poi ricreduto su questo punto, almeno se mi attengo alla risposta che mi diede personalmente quando lo interpellai nell’intervallo di un seminario al quale avevo partecipato a Milano (nel 2012 o giù di lì, non ricordo più l’anno), dove c’era anche lui tra i relatori.
I ricercatori hanno
infatti collezionato nel tempo tutta una serie di esperienze indistinguibili da
una NDE per il loro contenuto, ma che si sono prodotte in circostanze in cui il
pericolo di morte era assente: per esempio, negli stati febbrili di qualche
malattia non letale, scatenate dall’assunzione di sostanze stupefacenti, o
addirittura sopravvenute semplicemente nell’estatica contemplazione della
natura di una passeggiata in montagna.
Nel corso degli anni la
ricerca scientifica è così approdata a distinguere tra NDE critiche (dove il rischio di morte è stato obiettivo) e NDE non-critiche (senza un reale
pericolo di morte), talora adottando anche una denominazione a parte per quelle speciali NDE critiche dove la morte
non è stata soltanto "vicina" ma è
sopravvenuta a tutti gli effetti, anche se resa reversibile da una tempestiva
rianimazione cardio-polmonare. Si è
provato infatti a chiamare queste ultime Actual-Death
Experiences (“esperienze di morte effettiva”: Parnia, 2013), ma né il nome
esteso né l’acronimo (ADE) hanno mai incontrato grande successo.
La questione
terminologica e classificatoria è tuttavia meno oziosa di quanto non possa
sembrare. Non pone infatti nessun problema spiegare le NDE come prodotto
onirico-allucinatorio fintantoché si producono in condizioni fisiche in cui il
cervello è ancora in grado di funzionare (NDE
non-critiche). Altra cosa è però spiegare col funzionamento cerebrale esperienze
che sembrano subentrare proprio quando deve supporsi in atto uno scompenso cerebrale
generalizzato (NDE critiche), o addirittura
quando non sussiste scientificamente alcun dubbio che il cervello non sia in
quel momento più in grado funzionare in nessun modo (durante un arresto
cardiaco).
L’intero dibattito scientifico
sulle esperienze di premorte s’appunta pertanto sulle NDE critiche, e di preferenza su quelle dove l’esperienza risulta associata
a un arresto cardiaco ben documentato dalle cartelle cliniche ospedaliere (Sabom, 1982).
L’arresto cardiaco è morte clinica a tutti gli effetti (per assenza
di battito cardiaco, respiro e riflessi tronco-encefalici). Non occorre nemmeno
rilevare caso per caso i tracciati dell’elettroencefalogramma (EEG) per sapere
se il cervello sta o non sta ancora funzionando. È infatti scientificamente ben
nota la tempistica con cui subentra nel cervello il silenzio elettrico (EEG
isoelettrico) a seguito di arresto cardio-circolatorio: l’EEG si appiattisce nell’arco
di soli 10-20 secondi dall’ultimo battito del cuore. E poiché un paziente in
arresto cardiaco è un paziente morto,
non stupisce che non vi si riscontri più nessuna attività cerebrale − nemmeno quella
di un sogno o di un’allucinazione. Da qui il problema scientifico che sollevano
quelle NDE critiche che sembrano invece suggerire il prodursi dell’esperienza
proprio mentre è in atto la
rianimazione cardio-polmonare (ovvero mentre il cuore è in arresto).
Due contrapposte fazioni
scientifiche vanno scontrandosi da quasi mezzo secolo su questi casi. Raggrupperò
sotto il nome di Cerebralisti tutti i
sostenitori della tesi che intende le NDE come un prodotto del cervello, a
prescindere da quale sia la spiegazione neurologica che di volta in volta ne viene
proposta. La stragrande maggioranza dei nostri neuroscienziati è ovviamente schierata
su questo fronte. Per contro, chiamerò Trascendentalisti
quanti – tra i quali anche uomini di scienza, come cardiologi, anestesisti,
neurologi, psichiatri, psicologi ecc. – pretendono invece che le NDE siano
l’evidenza di una forma di coscienza
indipendente dal funzionamento cerebrale, che per questo è in grado di esprimerle
anche in quei minuti in cui il cervello ha smesso di funzionare.
Sarebbe dunque a questa
seconda forma di coscienza – generalmente
chiamata “anima” dalle religioni – che potrebbe allora spettare quel destino di
sopravvivenza alla morte del corpo per cui le esperienze di premorte sono
portate tanto spesso come “prova”.
Le NDE critiche – e in
particolare quelle associate a un arresto cardiaco – sono sempre state il
“cavallo di battaglia” dei Trascendentalisti, mentre sono stati i Cerebralisti
a puntare i riflettori sulle tante NDE non-critiche che parimenti si
riscontrano, perché la sussistenza stessa di queste ultime sembra aprire una
crepa nella tesi trascendentalista, nella misura in cui queste esperienze sono fenomenologicamente indistinguibili dalle
altre ma possono ben spiegarsi col funzionamento cerebrale (senza bisogno di
postulare una forma di coscienza indipendente dal cervello). Come a dire: se A=B, e se X spiega A, forse allora X (cervello) può spiegare anche B.
Per la remissione
spontanea alla quale andò rapidamente incontro il mio principio di asfissia ho
sempre ritenuto di dover considerare la mia esperienza di premorte come una NDE
non-critica. Ma per il pregiudizio
che solo le NDE critiche potessero fornire contributi chiarificatori al
dibattito scientifico sulle esperienze di premorte ho lungamente pensato che il
mio caso personale non avesse nulla da aggiungere alle considerazioni che si
potevano trarre da quelle NDE ben più sensazionali che la letteratura scientifica
di matrice trascendentalista ci ha presentato come i suoi esempi paradigmatici
(es. l’NDE di Pam Reynolds: Sabom, 1998;
il caso della dentiera: van Lommel et
al. 2001; le NDE dei ciechi: Ring
& Cooper, 1999).
Solo in tempi
abbastanza recenti mi sono invece resa conto che proprio le condizioni
non-critiche della mia esperienza di premorte mi avevano fornito un’informazione quasi impossibile da evincere con
altrettanta evidenza nel caso delle NDE critiche. Per quanto quest’informazione obiettiva potrebbe forse dimostrarsi
di rilevanza cruciale per spalancare un
nuovo punto di vista sulle NDE, capace di dirimere una questione che si
trascina da sempre solo come scontro tra Cerebralisti e Trascendentalisti, ho
finito così per sentire un dovere morale di uscire − seppur tardivamente − allo
scoperto su un’esperienza personale che in tutti questi anni avevo invece preferito
custodire gelosamente sotto silenzio.
Non è pertanto l’intento
di proporre al mondo qualche Nuovo Vangelo di amore e fratellanza − come fin
troppi Trascendentalisti hanno voluto fare a seguito della propria o delle
altrui esperienze di premorte − ma quello di sollevare piuttosto un problema scientifico di vasta portata,
che sembra tuttavia passato quasi inosservato con le pur tante NDE che ci sono
state documentate fin qui, a farmi scegliere di mettere pubblicamente in rete sia
un resoconto dettagliato dell’esperienza che ho lucidamente vissuto durante la
sincope in cui incorsi in quella mia prima lezione di yoga, sia gli
interrogativi che quella NDE mi ha sollevato e le risposte che sono andata poi cercando
in tutti questi anni – come non-cattolica,
da sempre dichiaratamente agnostica dal punto di vista religioso – alla grande
domanda che indubbiamente quell’esperienza mi ha posto: esiste o non esiste una vita dopo la morte?
La mia formazione
scientifica, della quale sono debitrice a un Dottorato di Ricerca votato alle
problematiche metodologiche ed epistemologiche della ricerca in Psicologia
Sociale, mi ha reso infatti oltremodo critica verso tante “verità scientifiche”
che di scientifico hanno solo le
pretese dei lucrosi interessi economici che le sostengono. Ma ancora non è
morta la mia fiducia nella scienza, né la mia volontà di provare a dare un piccolo contributo affinché i nostri ricercatori possano forse cominciare a porsi le domande giuste.
(prosegue con: Il fattore temporale nelle NDE)
Moody
R.A. jr (1975). Life after Life (tr.it.: La vita oltre la vita, Milano, Mondadori1977).
Greyson B. (1999). Defining near-death experiences. Mortality, 4 (1), 7-19.
Parnia S. (2013). Erasing death. New York, HarperOne.
Ring K. &
Cooper S. (1999). Mindsight: near-death and out-of-body experiences in the blind.
Palo Alto: William James Center for Consciousness Studies.
Sabom M.B. (1982). Recollection of Deaths: a medical investication, New York: Harper and Row (tr. it.: Dai confini della vita: un’indagine scientifica, Milano, Longanesi, 1983).
Sabom M.B. (1998), Light and Death: one doctor's fascinating account of near-
Van Lommel P.,
van Wees R., Meyers V., Elfferich I. (2001). Near-death
experience in survivors of cardiac arrest: a prospective study in the
Netherlands. The Lancet, 358 (15),
2039-45.
Van Lommel P. (2007). Risposta a
Shermer: https://www.nderf.org/Italian/von_lommel_italian.htm.
Van Lommel P. (2010), Consciousness Beyond
Life, New York: Harpercollins Reprint
edition, 2011.
