La mia esperienza di premorte (2)

segue da: Il contesto

NDE critiche e NDE non-critiche


Esperienze di premorte sono riferite tipicamente da chi ha rischiato di morire annegato. La morte per annegamento è una morte per asfissia acuta. La mia sincope fu preceduta/causata da un principio di asfissia – non importa se dovuto a causa organica, meccanica o solo psichica (es. attacco di panico). Durante quella sincope ho avuto anch’io un’esperienza di premorte. Ciò non dovrebbe dunque sembrare troppo strano. Nell’asfissia – qualunque ne sia la causa − si abbassano infatti i valori della concentrazione di ossigeno nel sangue (ipossiemia). E poiché è il sangue a rifornire di ossigeno tutti gli organi, ne sortisce rapidamente una condizione di diminuito apporto di ossigeno anche al cervello (ipossia cerebrale), che senza ossigeno non può funzionare, proprio come un’automobile si ferma quando esaurisce il carburante.

Non è però solo l’asfissia a potersi associare alle esperienze di premorte. Annegamenti, avvelenamenti da gas, shock anafilattici e altri casi affini possono certo innescarle, ma solo come può farlo qualsiasi condizione che comporti un rischio di morte imminente, perfino se il pericolo viene scampato senza che il soggetto riporti nemmeno un graffio (es. uno scontro frontale in automobile evitato d’un soffio).    

La terminologia inglese (Near-Death Experiences) ci ha abituati a considerarle tutte come esperienze che sopravvengono solo quando il faccia-a-faccia con la morte è un dato obiettivo. Questo aveva infatti preteso agli inizi Raymond Moody  (1975).  Ma non è così. Lo stesso Moody si è poi ricreduto su questo punto, almeno se mi attengo alla risposta che mi diede personalmente quando lo interpellai nell’intervallo di un seminario al quale avevo partecipato a Milano (nel 2012 o giù di lì, non ricordo più l’anno), dove c’era anche lui tra i relatori.

I ricercatori hanno infatti collezionato nel tempo tutta una serie di esperienze indistinguibili da una NDE per il loro contenuto, ma che si sono prodotte in circostanze in cui il pericolo di morte era assente: per esempio, negli stati febbrili di qualche malattia non letale, scatenate dall’assunzione di sostanze stupefacenti, o addirittura sopravvenute semplicemente nell’estatica contemplazione della natura di una passeggiata in montagna.

Nel corso degli anni la ricerca scientifica è così approdata a distinguere tra NDE critiche (dove il rischio di morte è stato obiettivo) e NDE non-critiche (senza un reale pericolo di morte), talora adottando anche una denominazione a parte per quelle speciali NDE critiche dove la morte non è stata soltanto "vicina" ma è sopravvenuta a tutti gli effetti, anche se resa reversibile da una tempestiva rianimazione cardio-polmonare.  Si è provato infatti a chiamare queste ultime Actual-Death Experiences (“esperienze di morte effettiva”: Parnia, 2013), ma né il nome esteso né l’acronimo (ADE) hanno mai incontrato grande successo.

La questione terminologica e classificatoria è tuttavia meno oziosa di quanto non possa sembrare. Non pone infatti nessun problema spiegare le NDE come prodotto onirico-allucinatorio fintantoché si producono in condizioni fisiche in cui il cervello è ancora in grado di funzionare (NDE non-critiche). Altra cosa è però spiegare col funzionamento cerebrale esperienze che sembrano subentrare proprio quando deve supporsi in atto uno scompenso cerebrale generalizzato (NDE critiche), o addirittura quando non sussiste scientificamente alcun dubbio che il cervello non sia in quel momento più in grado funzionare in nessun modo (durante un arresto cardiaco). 

L’intero dibattito scientifico sulle esperienze di premorte s’appunta pertanto sulle NDE critiche, e di preferenza su quelle dove l’esperienza risulta associata a un arresto cardiaco ben documentato dalle cartelle cliniche ospedaliere (Sabom, 1982).  

L’arresto cardiaco è morte clinica a tutti gli effetti (per assenza di battito cardiaco, respiro e riflessi tronco-encefalici). Non occorre nemmeno rilevare caso per caso i tracciati dell’elettroencefalogramma (EEG) per sapere se il cervello sta o non sta ancora funzionando. È infatti scientificamente ben nota la tempistica con cui subentra nel cervello il silenzio elettrico (EEG isoelettrico) a seguito di arresto cardio-circolatorio: l’EEG si appiattisce nell’arco di soli 10-20 secondi dall’ultimo battito del cuore. E poiché un paziente in arresto cardiaco è un paziente morto, non stupisce che non vi si riscontri più nessuna attività cerebrale − nemmeno quella di un sogno o di un’allucinazione. Da qui il problema scientifico che sollevano quelle NDE critiche che sembrano invece suggerire il prodursi dell’esperienza proprio mentre è in atto la rianimazione cardio-polmonare (ovvero mentre il cuore è in arresto).

Due contrapposte fazioni scientifiche vanno scontrandosi da quasi mezzo secolo su questi casi. Raggrupperò sotto il nome di Cerebralisti tutti i sostenitori della tesi che intende le NDE come un prodotto del cervello, a prescindere da quale sia la spiegazione neurologica che di volta in volta ne viene proposta. La stragrande maggioranza dei nostri neuroscienziati è ovviamente schierata su questo fronte. Per contro, chiamerò Trascendentalisti quanti – tra i quali anche uomini di scienza, come cardiologi, anestesisti, neurologi, psichiatri, psicologi ecc. – pretendono invece che le NDE siano l’evidenza di una forma di coscienza indipendente dal funzionamento cerebrale, che per questo è in grado di esprimerle anche in quei minuti in cui il cervello ha smesso di funzionare.

Sarebbe dunque a questa seconda forma di coscienza – generalmente chiamata “anima” dalle religioni – che potrebbe allora spettare quel destino di sopravvivenza alla morte del corpo per cui le esperienze di premorte sono portate tanto spesso come “prova”.

Le NDE critiche – e in particolare quelle associate a un arresto cardiaco – sono sempre state il “cavallo di battaglia” dei Trascendentalisti, mentre sono stati i Cerebralisti a puntare i riflettori sulle tante NDE non-critiche che parimenti si riscontrano, perché la sussistenza stessa di queste ultime sembra aprire una crepa nella tesi trascendentalista, nella misura in cui queste esperienze sono fenomenologicamente indistinguibili dalle altre ma possono ben spiegarsi col funzionamento cerebrale (senza bisogno di postulare una forma di coscienza indipendente dal cervello). Come a dire: se A=B, e se X spiega A, forse allora X (cervello) può spiegare anche B. 

Per la remissione spontanea alla quale andò rapidamente incontro il mio principio di asfissia ho sempre ritenuto di dover considerare la mia esperienza di premorte come una NDE non-critica. Ma per il pregiudizio che solo le NDE critiche potessero fornire contributi chiarificatori al dibattito scientifico sulle esperienze di premorte ho lungamente pensato che il mio caso personale non avesse nulla da aggiungere alle considerazioni che si potevano trarre da quelle NDE ben più sensazionali che la letteratura scientifica di matrice trascendentalista ci ha presentato come i suoi esempi paradigmatici (es. l’NDE di Pam Reynolds: Sabom, 1998; il caso della dentiera: van Lommel et al. 2001; le NDE dei ciechi: Ring & Cooper, 1999).

Solo in tempi abbastanza recenti mi sono invece resa conto che proprio le condizioni non-critiche della mia esperienza di premorte mi avevano fornito un’informazione quasi impossibile da evincere con altrettanta evidenza nel caso delle NDE critiche. Per quanto quest’informazione obiettiva potrebbe forse dimostrarsi di rilevanza cruciale per spalancare un nuovo punto di vista sulle NDE, capace di dirimere una questione che si trascina da sempre solo come scontro tra Cerebralisti e Trascendentalisti, ho finito così per sentire un dovere morale di uscire − seppur tardivamente − allo scoperto su un’esperienza personale che in tutti questi anni avevo invece preferito custodire gelosamente sotto silenzio.

Non è pertanto l’intento di proporre al mondo qualche Nuovo Vangelo di amore e fratellanza − come fin troppi Trascendentalisti hanno voluto fare a seguito della propria o delle altrui esperienze di premorte − ma quello di sollevare piuttosto un problema scientifico di vasta portata, che sembra tuttavia passato quasi inosservato con le pur tante NDE che ci sono state documentate fin qui, a farmi scegliere di mettere pubblicamente in rete sia un resoconto dettagliato dell’esperienza che ho lucidamente vissuto durante la sincope in cui incorsi in quella mia prima lezione di yoga, sia gli interrogativi che quella NDE mi ha sollevato e le risposte che sono andata poi cercando in tutti questi anni  – come non-cattolica, da sempre dichiaratamente agnostica dal punto di vista religioso – alla grande domanda che indubbiamente quell’esperienza mi ha posto: esiste o non esiste una vita dopo la morte?

La mia formazione scientifica, della quale sono debitrice a un Dottorato di Ricerca votato alle problematiche metodologiche ed epistemologiche della ricerca in Psicologia Sociale, mi ha reso infatti oltremodo critica verso tante “verità scientifiche” che di scientifico hanno solo le pretese dei lucrosi interessi economici che le sostengono. Ma ancora non è morta la mia fiducia nella scienza, né la mia volontà di provare a dare un piccolo contributo affinché i nostri ricercatori possano forse cominciare a porsi le domande giuste.

 

(prosegue con: Il fattore temporale nelle NDE)


Moody R.A. jr (1975). Life after Life (tr.it.: La vita oltre la vita, Milano, Mondadori1977).

Greyson B. (1999). Defining near-death experiences. Mortality, 4 (1), 7-19.

Parnia S. (2013). Erasing death. New York, HarperOne.

Ring K. & Cooper S. (1999). Mindsight: near-death and out-of-body experiences in the blind. Palo Alto: William James Center for Consciousness Studies.

Sabom M.B. (1982). Recollection of Deaths: a medical investication, New York: Harper and Row (tr. it.: Dai confini della vitaun’indagine scientifica, Milano, Longanesi, 1983).

Sabom M.B. (1998), Light and Death: one doctor's fascinating account of near-death experiences. Grand Rapids: MI, Zondervan.

Van Lommel P., van Wees R., Meyers V., Elfferich I. (2001). Near-death experience in survivors of cardiac arrest: a prospective study in the Netherlands. The Lancet, 358 (15), 2039-45.

Van Lommel P. (2007). Risposta a Shermer: https://www.nderf.org/Italian/von_lommel_italian.htm.

Van Lommel P. (2010), Consciousness Beyond Life, New York: Harpercollins Reprint edition, 2011.


La mia esperienza di premorte (5)