Il contesto
Era il settembre del
1988. Ormai da due anni mi ero trasferita a Milano per specializzarmi in
psicologia dopo la laurea conseguita a Pisa. Abitavo all’epoca in Corso di Porta Romana con
un’anziana signora che mi aveva subaffittato una stanza del suo appartamento.
Era stata proprio lei, praticante di yoga di lunga data e socia di un circolo
amatoriale che teneva corsi per principianti e per esperti della disciplina, a convincermi
a iscrivermi al loro corso base in quel principio d’autunno.
In quegli istanti non ho
minimamente pensato di rischiare una morte per soffocamento. In una stanza piena
d’aria, certa di non essere incorsa in uno shock
anafilattico e senza nessun boccone andato per traverso, attribuivo la mia
dispnea solo alla posizione anomala in cui erano venuti a trovarsi i miei
polmoni quando li avevo svuotati di tutta l’aria. Pensavo dunque che mi sarebbe
bastato raddrizzare la schiena per recuperare un respiro regolare. Solo che
andavo scontrandomi con la frustrazione di non riuscire più a risollevarmi, perché
la privazione d’aria cominciava a obnubilarmi la mente e a farmi barcollare,
togliendomi le forze per dare alla schiena la spinta all’insù che mi serviva.
Perlomeno è questo il ricordo che mi è rimasto dei momenti immediatamente
precedenti a quello in cui andavo a sbattere contro la vetrata e nella mia
mente tutto si faceva nero, mentre crollavo svenuta sul pavimento.
Che quella crisi
respiratoria sia poi andata rapidamente incontro a remissione spontanea, tanto che al mio recupero dei sensi già respiravo
a ritmo regolare, fa escludere a posteriori un collasso polmonare di natura
organica (es. pneumotorace) o uno scompenso cardiaco. D’altro canto non sono né
cardiopatica né epilettica, così come non ho mai sofferto di asma, diabete, bassa
pressione o quant’altro. Ma non sono nemmeno mai andata soggetta ad attacchi di
panico, per quanto resti giustificato il sospetto che una dispnea a così rapida
remissione spontanea possa spiegarsi solo col fattore psichico.
Nessun’altro episodio
del genere si è mai ripresentato nella mia vita, né come dispnea né come
sincope. Prima di allora ero invece
svenuta altre due volte, ma solo per quella perdita di coscienza transitoria che
può subentrare in certe persone alla vista di uno stimolo altamente emotigeno e
disturbante, come effetto di un improvviso abbassarsi della pressione arteriosa
(sincopi vaso-vagali). A me succede
con la vista del sangue, anche per un banale prelievo, se manco dell’accortezza
di non osservarlo mentre defluisce
nella siringa. Nessuna crisi
respiratoria aveva però accompagnato allora i capogiri che mi avevano fatta
crollare tra le braccia del medico, appena rialzatami dalla sedia. A quella lezione di yoga mi ero invece trovata
a boccheggiare come se stessi annegando in una stanza piena d’aria, finché il
soffocamento non aveva avuto la meglio sul mio sforzo di restare cosciente,
facendomi crollare platealmente svenuta al cospetto di tutti i presenti.
È stato proprio in quella sincope che al venir meno della coscienza ordinaria mi è successo di vivere (in una dimensione onirico-allucinatoria?) un’esperienza lucidissima e indimenticabile, che solo molto più tardi ho scoperto potersi definire a tutti gli effetti un’esperienza di premorte. A quel tempo non sapevo nemmeno che esistesse un fenomeno chiamato così. Ma anche quando ne sono poi venuta a conoscenza, ho impiegato molti altri anni prima di convincermi che era stata un’esperienza di premorte anche la mia, poiché ho creduto a lungo – erroneamente − che meritassero quel nome solo le esperienze di chi si era trovato davvero in punto di morte, come ritenevo che non fosse stato il mio caso.
A trarmi in inganno era
stata la denominazione data in lingua inglese al fenomeno: Near-Death Experiences (esperienze “di quasi-morte”, o “di morte
vicina”). Il suo acronimo (NDE) è ormai divenuto
una sigla internazionale per identificare tutte le esperienze che in uno stato
d’incoscienza esteriore si presentano coi contenuti apparenti di un’escursione
ultraterrena in qualche presunto oltrevita. Per questo motivo mi servirò anch’io
della sigla NDE, in alternanza all’espressione italiana “esperienze di
premorte”.
Che siano sogno o realtà è la questione
controversa che hanno sollevato queste esperienze fin dalla loro prima
divulgazione al pubblico, nel 1975, ad opera di Raymond Moody – che coniò anche
il nome inglese col quale le designiamo.
Ma si può sognare
durante una sincope?
Poteva sembrare ovvio che tale possibilità fosse da escludere, fintantoché le
neuroscienze hanno preteso che i nostri sogni fossero un prodotto esclusivo della
fase REM del sonno, che fa la sua
prima comparsa solo 90-100 minuti dopo l’addormentamento. Era infatti il 1953 quando il giovane Eugene
Aserinsky scopriva che il cervello dormiente torna a farsi ciclicamente attivo nel
sonno quanto lo è nella veglia vigile (tracciati EEG rapidi), in uno stadio successivo a quelli in cui l’attività
cerebrale rallenta fino a ritmi ipersincroni inferiori a un
impulso al secondo (onde delta: 0.5-1
Hz), e proprio quando anche i movimenti oculari osservabili sotto le palpebre diventano
improvvisamente rapidi (REM: Rapid Eye
Movements). In questo sonno, dove sono rapidi sia i movimenti oculari sia i ritmi con cui i neuroni del sistema talamo-corticale si trasmettono gli impulsi, quasi tutti i soggetti riferiscono il vivido ricordo di un
sogno se vengono svegliati in quel momento dal ricercatore. L’equivalenza di sogni e sonno REM − che si impose allora in neuropsicologia con la scoperta di
Aserinsky, il cui articolo su Science ebbe per cofirmatario un luminare della neurofisiologia del sonno, qual era all’epoca Nathaniel
Kleitman − ha così fatto la storia di quasi mezzo secolo di ricerche su sonno e
sogni basate su un presupposto clamorosamente sbagliato, come quello che attribuiva soltanto a un cervello
funzionante in modalità REM la capacità di produrre sogni.
Tra parentesi, possa
magari questo suggerirci qualcosa del valore che possiamo acriticamente attribuire
a certi “assiomi scientifici” anche nei tempi attuali.
Nonostante le
molteplici evidenze sperimentali dell’esistenza di sogni anche non-REM, che per
decenni furono portate da ricercatori dissidenti rispetto all’ortodossia
scientifica dominante, abbiamo dovuto attendere i risultati dello studio
clinico-sperimentale condotto su un campione di pazienti neurologici da Mark
Solms per avere l’inoppugnabile conferma della doppia dissociazione che
sussiste tra sogni e fase REM del sonno (Solms, 2000). Continuano infatti a riferire
sogni notturni tutti i pazienti che pur sono stati colpiti da lesioni cerebrali
che non consentono più alla fase REM di presentarsi nel sonno, mentre altri pazienti
neurologici che pur conservano nel loro sonno la fase REM lamentano di non
ricordare più nessun sogno dopo un danno prodottosi in altre due regioni
cerebrali specifiche.
Caduto dunque il mito
scientifico dell’equivalenza “sogni = sonno
REM”, cambia anche la risposta che possiamo dare alla mia precedente
domanda sulla possibilità di sognare durante una sincope. Abbiamo così perfino ricercatori
che ci suggeriscono ormai come discriminante tra una sincope e una crisi
epilettica proprio il fatto che il soggetto riferisca poi un sogno
sopravvenuto durante la sua perdita di conoscenza: in un confronto tra un
gruppo di 100 soggetti già diagnosticati come epilettici e un gruppo di 100
soggetti incorsi in quella che fu diagnosticata per certo come una sincope,
nessun epilettico dichiarò di aver sognato durante la sua crisi convulsiva di
Grande Male, mentre riferì il ricordo di un sogno il 19% dei soggetti incorsi
in una sincope (Chiesa et al., 2011).
Ma da qui a concludere
che anche nel mio caso si trattò solo di un sogno, abbiamo ben altro da
considerare.
prosegue con: NDE critiche e NDE non-critiche
Aserinsky, E. & Kleitman, N. (1953). Regularly
occurring periods of eye motility, and concomitant phenomena, during sleep. Science, 118, 273-74.
Chiesa V., Terranova P., Vignoli A., Canevini M.P. (2011).
Dreaming experience as a useful diagnostic clue for syncopal episodes. European Journal of Neurology, 18 (11),
1361-3.
Greyson B. (1999). Defining near-death experiences. Mortality, 4 (1), 7-19.
Moody
R.A. jr (1975). Life
after Life (tr.it.: La vita oltre la vita, Milano, Mondadori,1977).
Solms, M.
(2000). Dreaming and REM sleep are
controlled by different brain mechanisms. Behavioral and Brain Sciences, 23, 843-850.
Solms, M. & Turnbull O. (2002). The brain and the inner world (tr. it.: Il cervello e il mondo interno, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2004).
