La mia esperienza di premorte (4)

segue da: Il fattore temporale nelle NDE

Il fattore temporale nell’arresto cardiaco

Una sola rondine non fa primavera. Così può certo riuscire difficile mettere in discussione quanto di inoppugnabile crediamo di sapere su tempo, spazio e sul modo in cui il cervello “produce” le nostre esperienze, basandosi solo sull’informazione temporale che fornisce una NDE come la mia. Tuttavia l’argomento si fa intrigante se consideriamo come quei 60 secondi che dobbiamo considerare la massima durata possibile della mia esperienza di premorte vengano di primo acchito a sostegno proprio della tesi cerebralista, nella questione che più d’ogni altra è al cuore dell’intero dibattito scientifico sulle NDE: quando si producono esattamente quelle NDE che risultano associate a un arresto cardiaco da cui il paziente è stato poi rianimato con successo?

Sappiamo infatti fuor di ogni dubbio che un cervello rimasto privo di irrorazione sanguigna, come succede con l’arresto cardio-circolatorio (ischemia generalizzata), non è in grado di produrre nessun genere di esperienza, nemmeno onirico-allucinatoria. Se dunque dovessimo supporre che un’esperienza di premorte può presentarsi anche durante l’arresto cardiaco – come sembrerebbero suggerire certi casi clamorosi, di cui abbiamo testimonianza – dovremmo allora necessariamente concludere che non è il cervello a “produrre” queste esperienze, proprio come vogliono i Trascendentalisti.  Di conseguenza i Cerebralisti devono invece supporre che l’esperienza di premorte non intervenga mai, in questi casi, quando il cuore ha ormai smesso di battere e il cervello boccheggia per totale mancanza d’ossigeno in un’anossia cerebrale che sterminerà di lì a poco tutti i suoi neuroni se la funzionalità cardio-circolatoria non sarà al più presto ripristinata. Mancando un indicatore obiettivo dell’istante in cui l’NDE prende avvio in chi è già precipitato in uno stato d’incoscienza, è lecito pensare che l’esperienza non accompagni l’arresto cardiaco in atto, bensì lo preceda oppure lo segua.  

La perdita di conoscenza sopravviene infatti con la fibrillazione ventricolare già prima che il cuore si fermi, con un anticipo di 15-20 secondi sulla cessazione del battito, mentre il cervello smetterà di funzionare (EEG isoelettrico) circa 10-20 secondi dopo l’arresto cardiaco. Questi tempi si sono potuti cronometrare con precisione su pazienti monitorati in sala operatoria, durante interventi cardiochirurgici che procurano al paziente un arresto cardiaco indotto dall’operazione stessa (van Lommel, 2007).

Se dunque l’NDE davvero anticipa l’inattività cerebrale, avrebbe allora a disposizione −  volendo essere generosi − solo un massimo di 40 secondi per svolgersi dal suo principio alla fine (20+20 sec.). In alternativa, meno quantificabile deve considerarsi l’intervallo di tempo che potrebbe risultarne se invece l’esperienza insorgesse  dopo la sopravvenuta rianimazione cardiopolmonare (RCP) e dopo il recupero delle funzionalità cerebrali, seppur fintantoché il paziente non si è ancora risvegliato dal suo stato comatoso. In questo caso la tempistica resta infatti variabile da caso a caso, poiché dipende dalla durata dell’arresto prodottosi, e dal grado di sofferenza cerebrale che ne è derivato. Ma poiché a un arresto cardiaco di durata molto breve (es. 2 minuti) segue di solito quasi a ruota il ritorno a coscienza del paziente, dobbiamo pensare che l’intervallo di tempo in cui può prodursi l’NDE sia comunque esiguo anche in questo caso, perché il normalizzarsi dell’attività cerebrale – in assenza di danni neurologici permanenti – si porta appresso anche il recupero della coscienza di veglia (definendo così un termine finale alla durata dell’esperienza di premorte).

La principale obiezione dei Trascendentalisti all’idea cerebralista che le esperienze di premorte – in quanto prodotto del cervello – precedano o seguano l’arresto cardiaco viene da un cospicuo numero di NDE critiche che presentano tra i loro contenuti anche quelli immanenti di una OBE d’esordio (Out-of-Body Experience: esperienza fuori-dal-corpo), in base alla quale il paziente riesce poi a  riferire – spesso nei minimi dettagli – quanto osservato dall’alto (“fuori dal corpo”) mentre il suo cuore era fermo e con l’RCP gli venivano somministrate le scosse elettriche della defibrillazione ventricolare.

Vale forse la pena di precisare che la defibrillazione ventricolare esige che il paziente si trovi già in stato d’incoscienza quando gli viene praticata, perché diversamente lo ucciderebbe (cioè gli procurerebbe essa stessa un arresto cardiaco).  Non si capisce pertanto come certe NDE ormai divenute famose abbiano consentito al paziente di descrivere poi correttamente quanto avvenuto in sala rianimazione proprio in quel frangente critico (es. quale medico gli aveva somministrato le scosse elettriche e con quale voltaggio, dove era stata riposta la dentiera estrattagli dalla bocca per l’intubazione tracheale, da quale vena gli era stato effettuato il prelievo del sangue, ecc.). Infatti l’argomento principe della tesi trascendentalista attiene proprio alla quantità di “percezioni veridiche” che risultano da quelle NDE critiche che sono esordite con un’esperienza extracorporea d’ambientazione terrena (OBE), prima di volgere all’escursione di qualche presunto Aldilà.

Confrontati due gruppi di pazienti rianimati da un arresto cardiaco sopravvenuto in ospedale, dove gli uni avevano poi riferito un’esperienza di premorte esordita con OBE mentre gli altri non ricordavano nessuna OBE e nessuna NDE, le descrizioni di quanto avvenuto nel corso della loro rianimazione cardiopolmonare si sono sempre dimostrate esatte al 100% tra i pazienti che pretendevano di aver assistito con un’OBE alla propria RCP, laddove tutta una serie di errori – marginali o grossolani – si sono sempre conteggiati nel gruppo di controllo di quei pazienti ai quali veniva chiesto soltanto di “immaginare nel dettaglio” la procedura di rianimazione che era stata loro praticata (Sabom, 1982; Sartori, 2004).

Ma la questione di queste clamorose OBE delle NDE – di cui la mia esperienza di premorte è purtroppo rimasta priva – l’affronteremo a parte più avanti. Invece mi interessa qui sottolineare piuttosto  il problema della durata delle NDE, che solleva proprio l’idea cerebralista per cui le esperienze di premorte sarebbero da intendersi precedenti alla cessazione dell’attività cerebrale in tutti i casi di arresto cardiaco, o in alternativa successive al suo ripristino a seguito di RCP. Che si tratti infatti di quel massimo di 40 secondi che il cervello ha a disposizione prima che l’elettroencefalogramma si appiattisca in un silenzio elettrico totale, o che possiamo aggiungervi qualche altra manciata di secondi  nell’imprecisabile intervallo di tempo che trascorre tra il momento in cui il cervello recupera a sufficienza le proprie funzionalità dopo l’RCP e il risveglio a coscienza del paziente, dovremmo allora concludere che la durata massima di appena 60 secondi della mia NDE, anziché apparire come una strana eccezione di cui rendere conto,  risulterebbe semmai perfino “sovrabbondante” rispetto a quella ancor più esigua che in prospettiva cerebralista dobbiamo attribuire a tutte le NDE associabili a un arresto cardiaco se l’esperienza precede la cessazione dell’attività cerebrale (come vorrebbe la sindrome del cervello morente suggerita da Susan Blackmore, 1993), o comunque pressoché equivalente a quella che dovremmo presumere nell’ipotesi di una loro insorgenza successiva alla rianimazione cardio-polmonare.

Ciò significa pertanto che quello stesso inspiegabile divario che si è configurato nel mio caso tra l’estrema brevità del tempo trascorso priva di sensi − come tempo massimo che il mio cervello avrebbe avuto a disposizione per produrre l’NDE − e la sovrabbondanza dei contenuti che l’esperienza mi ha mostrato deve essere attribuito anche a tutte quelle ben più paradigmatiche NDE critiche che sopravvengono in prossimità di una morte effettiva (arresto cardiaco), almeno ogni qualvolta anch’esse presentino una ricchezza di contenuti esperienziali incompatibile con una loro durata così breve (ovvero quasi sempre).  Ma ciò che più conta è che questa discrepanza tra contenuti e durata delle NDE (critiche e non-critiche), che interviene a violare quanto ormai sappiamo del funzionamento cerebrale associabile alle nostre esperienze di veglia e di sogno introducendo un “tempo atemporale” che scorre con velocità diversa da quello misurato dai nostri orologi, consegue proprio dall’assunto cerebralista che vuole le NDE come esperienze onirico-allucinatorie prodotte dal cervello − anziché come esperienze trascendentali attribuibili a una forma di coscienza indipendente dal medesimo.

La contraddizione che si configura può quindi sintetizzarsi in questi termini: per spiegare col funzionamento cerebrale le NDE testimoniate a seguito di un arresto cardiaco ci troviamo costretti ad attribuire all’esperienza una durata brevissima (pressoché equivalente ai 60 secondi che dobbiamo assumere come massima durata possibile anche della mia NDE), ma proprio una durata così minimale dell’NDE risulta incompatibile col tempo di cui avrebbe invece bisogno il cervello per produrre tutti i contenuti onirico-allucinatori che solitamente ricorrono in una esperienza di premorte. Questo divario tra la quantità dei contenuti onirico-allucinatori elaborati dal cervello in una NDE e il tempo avuto a disposizione per produrli contraddice infatti non solo quanto ci hanno dimostrato sperimentalmente tutte le ricerche di laboratorio sulla durata obiettiva delle esperienze oniriche che sono riportate nei sogni lucidi (Gackenbach J. & LaBerge S, 1988), ma anche quel fattore temporale della coscienza che fin dalla seconda metà del secolo scorso era stato indagato con gli esperimenti condotti da Benjamin Libet (2005), e che in seguito è valso agli stessi ricercatori dell’Informazione Integrata  – in direzione opposta rispetto alle ipotesi esplicative avanzate da Libet – come argomento a sostegno della loro teoria (TII), che resta probabilmente fin qui la più autorevole di tutte le spiegazioni cerebraliste della coscienza prodotte dalle neuroscienze.

Sostengo pertanto che quel vero gioiello metodologico, teorico e sperimentale, che è parsa essere anche ai miei occhi la Teoria dell’Informazione Integrata, di Giulio Tononi e colleghi (Edelman & Tononi, 2000; Massimini & Tononi, 20013), inciampa proprio sul “sassolino” delle NDE – per quanto la TII non sembra aver preso in considerazione la violazione che queste propongono del fattore temporale implicato dalla teoria, nonché il funzionamento talamo-corticale ipotizzabile in base alle condizioni critiche in cui versa il cervello nella maggior parte dei casi in cui le NDE si presentano.  Ma ben lungi dal voler buttar via il bambino con l’acqua sporca, mi piacerebbe che tutto ciò che la Teoria dell’Informazione Integrata ci ha ben dimostrato sul funzionamento cerebrale associabile alle nostre “esperienze coscienti” (ridondanza!), di veglia e di sogno, potesse aiutarci − proprio grazie alle NDE − a costruire un ponte tra la prospettiva cerebralista e quella trascendentalista sulla nostra coscienza, che è esattamente ciò che ancora ci manca.

(work in progress)

Blackmore S. (1993) Dying to live: science and the near-death experience. London, Harper Collins Publishers.

Edelman, G. M. & Tononi G. (2000), A universe of consciousness (tr.it. Un universo di coscienza, Torino, Einaudi, 2000).

Gackenbach J. & LaBerge S. (eds.) (1988), Conscious mind, sleeping brain. New York, Plenum Press.

Libet B. (2005). Mind Time: the temporal factor in consciousness (tr. it. Mind Time: il fattore temporale nella coscienza. Milano, Cortina, 2007).

Massimini, M. & Tononi, G. (2013) Nulla di più grande, Milano, Baldini & Castoldi.

Sabom M.B. (1982). Recollection of Deaths: a medical investication, New York: Harper and Row (tr. it.: Dai confini della vita: un’indagine scientifica, Milano, Longanesi, 1983).

Sartori, P. (2004) NDEs in an Intensive Therapy Unit. The Christian Parapsychologist, Vol. 16 (2), 34–40.

Van Lommel P. (2007). Risposta a Shermer: https://www.nderf.org/Italian/von_lommel_italian.htm.


La mia esperienza di premorte (3)

segue da: NDE critiche e NDE non-critiche

Il fattore temporale nelle NDE

Non possiamo sapere se nel paziente in fin di vita che giace a terra privo di sensi o che ha perso conoscenza quando già in ospedale − nel letto dov’è assistito dal personale medico-infermieristico, o per un’anestesia generale praticatagli per sottoporlo a intervento chirurgico − è in atto in quel momento una NDE.  L’esperienza di premorte non ha indicatori osservabili che ne segnalino la presenza agli altri. Per questo non possiamo nemmeno sapere in quale istante l’esperienza prenda avvio, quando presente.

Vale altrettanto anche per i nostri sogni, nel sonno, ma con un’importante eccezione che riguarda quei sogni in cui succede all’alter-ego onirico del sognatore di acquisire la consapevolezza di stare sognando, di solito perché si avvede di macroscopiche incongruenze della scena onirica, che non potrebbero mai darsi nella realtà (es. una banana blu, l’anomala assenza del palazzo che si dovrebbe vedere dalla finestra, una persona già morta che gli viene incontro come se fosse ancora viva). Questa lucidità onirica sopravviene tipicamente nel corso di un sogno già in atto, ma per la maggior parte di noi tende ad accompagnarsi il più delle volte a un repentino risveglio. Esistono però persone che hanno imparato fin dall’infanzia ad acquisirla con grande facilità nei loro sogni e a mantenerla poi per tutto il seguito dell’esperienza onirica, tanto da riuscire perfino a “pilotare” il sogno verso contenuti più graditi di quelli che si erano presentati spontaneamente.

Questi sognatori lucidi abituali si sono dimostrati una preziosissima risorsa per i nostri scienziati, perché facendoli dormire nei Laboratori del Sonno, monitorati da tutte le strumentazioni della polisonnografia, si è potuto concordare con loro un segnale convenzionale (una specifica sequenza di movimenti oculari: es. destra-sinistra-destra-sinistra) da fornire nel sonno al ricercatore per comunicargli in quale preciso istante il loro sogno diventava lucido. In questo modo, almeno per i sogni lucidi, si è potuto ottenere un indicatore obiettivo che segnalasse non solo l’attività onirica in atto, ma anche il momento esatto in cui il sogno si faceva lucido per il sognatore. Interrompendo di lì a poco quel sogno con un risveglio procurato dal ricercatore − qualche minuto dopo il segnale oculare − è risultato pertanto possibile misurare la durata del sogno lucido, come intervallo di tempo obiettivamente trascorso tra il segnale e il risveglio, e rapportarla ai contenuti onirici raccontati poi al ricercatore dal sognatore ormai sveglio.  

Questo filone di studio sui sogni lucidi ha preso avvio agli inizi degli anni ’80 con le pionieristiche ricerche di laboratorio realizzate da Stephen LaBerge, e ha confutato con la mole dei suoi dati sperimentali la precedente convinzione delle neuroscienze che i sogni lucidi non esistessero, in quanto li si intendeva solo come un estemporaneo riaffiorare della coscienza di veglia durante microrisvegli notturni.  Al contrario è stato invece appurato (con i tracciati della polisonnografia) che la totalità dei sogni lucidi si produce proprio nel sonno, e nella stragrande maggioranza dei casi in piena fase di sonno REM.

È ovvio che nulla del genere può praticarsi in sede sperimentale sulle NDE, sebbene siano anch’esse da considerarsi esperienze lucide, per la piena consapevolezza del protagonista di non trovarsi in quel momento nella dimensione della realtà ordinaria. Se infatti − diversamente dal sognatore lucido – quest’ultimo non trae dalle incongruenze che parimenti percepisce la conclusione di stare sognando, quanto piuttosto quella di essere morto, e di stare pertanto esplorando la vita ultraterrena, lo si deve al fatto che la consapevolezza riaffiorante in uno stato d’incoscienza apparente comporta anche il recupero della memoria episodica di veglia.  La memoria di veglia fa infatti sopravvenire nel sognatore lucido anche il ricordo di essere andato a dormire (tant’è che in laboratorio potrà perfino ricordarsi del segnale convenzionale concordato previamente col ricercatore), mentre nel caso di una NDE gli permetterà semmai di ricordare il malore o l’incidente appena sopravvenuto, legittimando così l’ipotesi della propria morte, anziché l'idea di trovarsi un sogno − che lo presupporrebbe invece placidamente addormentato nel proprio letto.

La lucidità delle NDE non consente tuttavia di essere sfruttata per trarne qualche indicatore obiettivo del fatto che l’esperienza è in atto, né di conseguenza della sua durata obiettiva. Dobbiamo pertanto accontentarci di stimarne la durata approssimativa basandoci solo sull’intervallo di tempo che il soggetto trascorre privo di sensi.

Fatta eccezione per certe NDE associate a gravi incidenti stradali, dove può succedere che la persona racconti poi un esordio dell’esperienza quando ancora era alla guida del veicolo e l’incidente gli era parso svolgersi “al rallentatore”, di norma le NDE si presentano solo allorché la coscienza di veglia è ormai venuta a mancare – così come non perdurano mai oltre il recupero dei sensi che ne consegue. Ciò fornisce pertanto due estremi temporali − obiettivamente identificabili – alla durata massima che l’NDE può aver avuto in ciascun caso. L’intervallo di tempo (misurabile) che il soggetto trascorre esteriormente in stato d’incoscienza non coincide necessariamente con la durata della sua NDE, ma l’esperienza non può sicuramente essersi prodotta in un tempo più lungo. Il margine d’errore di questa stima temporale resta pertanto alto, ma solo per eccesso – non per difetto.

Purtroppo, quando ci si deve confrontare coi tempi necessari al salvataggio di chi sta annegando – portandolo a riva e praticandogli una respirazione bocca-a-bocca – o quando corrono i minuti nel recuperare al più presto un defibrillatore ventricolare e posizionarne gli elettrodi per praticare al paziente in arresto cardiaco una rianimazione cardiopolmonare, o quando si tratta di estrarre dalle lamiere un corpo già esanime per l’incidente sopravvenuto − e via dicendo − anche la durata effettiva dello stato d’incoscienza resta il più delle volte, se non indeterminabile (quando il soggetto sia già privo di coscienza all’arrivo dei soccorsi), quantificabile perlomeno in un certo numero variabile di minuti − piuttosto che in una manciata di secondi. Ma proprio su questo fattore temporale la mia personale NDE non-critica si presta invece a fornirci un'informazione illuminante.

Innanzi tutto la sincope che scatenò la mia esperienza di premorte si produsse in un contesto particolare come può considerarsi quello di una lezione di yoga, alla quale partecipavano – oltre al maestro − almeno una dozzina di altre persone: tutte testimoni oculari dirette dell’intero episodio, prontamente intervenute a soccorrermi allorché mi videro accasciarmi esanime sul pavimento (perfino spostandomi ancora incosciente su un tappetino di gommapiuma steso a terra lì accanto, come invece in questi casi non si dovrebbe mai fare). Quelle persone hanno quindi ben potuto farsi un’idea abbastanza precisa del tempo che ho trascorso priva di sensi. E anche se non penso che nessuno di loro si sia dato la pena di misurarlo con l’orologio, il fatto che tutti i presenti abbiano concordato nello stimarlo come inferiore al minuto (<60 secondi) ci consente di ritenere che una sua approssimazione ai 60 secondi sia perfino una stima prudenziale per eccesso, che adotta proprio il limite superiore del ventaglio di durate possibili attribuite dagli astanti a quella mia transitoria perdita di conoscenza.

Ma se allora consideriamo attendibile il mio non essere rimasta svenuta per più di un minuto, dobbiamo anche assumere che quel massimo di 60 secondi sia stato tutto il tempo che il mio cervello ha avuto a disposizione per produrre la sua NDE. Può tuttavia il nostro cervello produrre in forma onirico-allucinatoria – nell’arco di un solo minuto − una quantità di pensieri coscienti ed esperienze percettive (immagini, scene d’azione, conversazioni, ecc.) che nella vita di veglia potrebbero prodursi soltanto in un tempo incommensurabilmente più lungo?

Questa sembra essere una domanda cruciale, sulla quale il dibattito scientifico intorno alle NDE ha però fin qui mancato di soffermarsi. E di nuovo sono le ricerche condotte sui sogni lucidi ad aiutarci a rispondere alla domanda, perché proprio dai sogni lucidi abbiamo potuto apprendere che l’esperienza onirica (lucida) si svolge sempre nello stesso arco di tempo che un’esperienza equivalente richiederebbe per attuarsi nella vita reale.

Poiché di questi sogni si è potuta misurare la durata (dall’insorgenza della lucidità onirica al procurato risveglio), è stato infatti possibile anche confrontarla con il racconto che il sognatore faceva al risveglio della propria vicenda onirica. E mai si è riscontrata una discrepanza apparente tra la durata obiettiva del sogno e la quantità di azioni/percezioni oniriche che venivano raccontate. Ma se invece passiamo a esaminare – come faremo più avanti – i contenuti della mia NDE, non abbiamo nemmeno bisogno di tentarne una quantificazione approssimativa per accorgerci di quanto sia macroscopico il divario che sussiste quantitativamente tra quei contenuti rappresentativi e l’esiguo intervallo di tempo (60 secondi) che avrebbe dovuto “contenerli” tutti. In altre parole, il tempo misurato dai nostri orologi appare – anche a una valutazione superficiale e sommaria – come radicalmente incompatibile col tempo soggettivamente trascorso nella mia NDE.

Ma c’è di più. Sappiamo infatti che nella nostra percezione soggettiva il tempo può scorrere comunque con una velocità diversa da quello misurato dagli orologi, anche senza bisogno di scomodare Einstein e un tempo variabile a seconda dell’altitudine o di un moto che si approssimi alla velocità della luce. Il tempo del divertimento passa infatti soggettivamente molto più veloce del tempo dell’attesa. Ma non è semplicemente “soggettiva” la velocità con cui trascorre il tempo nelle NDE, se possiamo rapportarla al numero dei contenuti rappresentativi di cui si è fatta esperienza in quell’intervallo temporale.  Voglio dire che se in un sogno lucido, la cui durata sia stata misurata obiettivamente in laboratorio, il sognatore ci raccontasse di aver fatto (per esempio)  in quei soli cinque minuti un viaggio in treno di andata e ritorno Milano-Roma, contrassegnato da tutte le fermate alle stazioni intermedie e dalla lucida visione dei paesaggi sfilati dal finestrino, o dal numero di pagine che nel frattempo ha letto nel suo libro, ci troveremmo allora di fronte alla medesima anomalia del fattore temporale.   

Ciò non succede mai nei sogni lucidi, ma la mia NDE dimostra che questo può invece succedere nelle esperienze di premorte. E poiché i nostri neuroni si attivano e si trasmettono gli impulsi in unità temporali discrete (millisecondi), per quanto minimo possa essere il tempo con cui il nostro cervello elabora le percezioni - siano esse quelle sensoriali di veglia o quelle pseudo-sensoriali delle nostre esperienze onirico-allucinatorie -  non c'è esperienza che possa ragionevolmente prodursi "tutta in un istante", in violazione del tempo richiesto dalla conduzione dell’impulso neurale. Nel caso delle percezioni sensoriali di veglia, ha fatto perfino grande clamore l’evidenza portata sperimentalmente  da Benjamin Libet già negli anni '70, di un ritardo della coscienza che ammonterebbe a ben mezzo secondo rispetto all'istante in cui si produce la stimolazione sensoriale effettiva. La stessa Teoria dell'Informazione Integrata (TII), che spiega la nostra "esperienza cosciente" (mi si perdoni la ridondanza), di veglia e di sogno, con quell'integrazione dell'informazione che si produce nel cervello allorché si propaga in tutte le direzioni - alla quasi totalità del sistema talamo-corticale - qualsiasi attivazione locale della corteccia cerebrale, sembra dirci che la nostra coscienza esige quel pur minimo "tempo cerebrale" di propagazione/integrazione dell'informazione  (Edelman & Tononi, 2000; Massimini & Tononi, 2013). Ma com’è possibile allora che in quei soli 60 secondi il mio cervello - in quel momento funzionalmente scompensato  dal diminuito apporto d’ossigeno (ipossia cerebrale), tanto da mettersi in modalità di "risparmio energetico" proprio spegnendo la coscienza di veglia - abbia prodotto tutta una carrellata di contenuti onirico-allucinatori che avrebbero diversamente richiesto ore intere, se non giorni, settimane, mesi – o addirittura anni e anni – per potersi manifestare a quel modo alla coscienza di veglia? 

Quale dimensione temporale a noi ancora ignota – o più esattamente “atemporale” – fa dunque la sua inspiegabile comparsa nelle NDE, secondo quanto porta ad evidenza al di là di ogni ragionevole dubbio la mia personale esperienza di premorte?

Questo è il problema scientifico di enorme portata – per le sue ricadute anche sulla nozione di tempo della Fisica − che la mia esperienza solleva a chiare lettere, forse meglio di qualsiasi altra NDE. E proprio come Einstein ci ha insegnato a raccordare spazio e tempo con la sua nozione di spaziotempo, così la mia NDE mette significativamente in scena anche nella dimensione spaziale un’anomalia percettiva parimenti inspiegabile – che esaminerò solo più avanti − corrispettiva a quella del fattore temporale.

Né tempo né spazio – le due categorie dell’a priori Kantiano − sono infatti stati presenti nella mia NDE al modo in cui siamo abituati a concepirli.

(prosegue con: Il fattore temporale nell'arresto cardiaco)


Bernini, A. (2017). Neurobiologia del tempo. Milano, Raffaello Cortina Editore.

Blackmore, S. (2005). Conversations in consciousness. Oxford, OUP: “intervista a Stephen LaBerge”, pp. 137-148.

Edelman, G. M. & Tononi G. (2000), A universe of consciousness (tr.it. Un universo di coscienza, Torino, Einaudi, 2000).

Gackenbach J. & LaBerge S. (eds.) (1988), Conscious mind, sleeping brain. New York, Plenum Press.

Libet B. (2005). Mind Time: the temporal factor in consciousness (tr. it. Mind Time: il fattore temporale nella coscienza. Milano, Cortina, 2007).

Massimini, M. & Tononi, G. (2013) Nulla di più grande, Milano, Baldini & Castoldi.

Rovelli C.  (2017). L’ordine del tempo. Milano, Adelphi.



La mia esperienza di premorte (2)

segue da: Il contesto

NDE critiche e NDE non-critiche


Esperienze di premorte sono riferite tipicamente da chi ha rischiato di morire annegato. La morte per annegamento è una morte per asfissia acuta. La mia sincope fu preceduta/causata da un principio di asfissia – non importa se dovuto a causa organica, meccanica o solo psichica (es. attacco di panico). Durante quella sincope ho avuto anch’io un’esperienza di premorte. Ciò non dovrebbe dunque sembrare troppo strano. Nell’asfissia – qualunque ne sia la causa − si abbassano infatti i valori della concentrazione di ossigeno nel sangue (ipossiemia). E poiché è il sangue a rifornire di ossigeno tutti gli organi, ne sortisce rapidamente una condizione di diminuito apporto di ossigeno anche al cervello (ipossia cerebrale), che senza ossigeno non può funzionare, proprio come un’automobile si ferma quando esaurisce il carburante.

Non è però solo l’asfissia a potersi associare alle esperienze di premorte. Annegamenti, avvelenamenti da gas, shock anafilattici e altri casi affini possono certo innescarle, ma solo come può farlo qualsiasi condizione che comporti un rischio di morte imminente, perfino se il pericolo viene scampato senza che il soggetto riporti nemmeno un graffio (es. uno scontro frontale in automobile evitato d’un soffio).    

La terminologia inglese (Near-Death Experiences) ci ha abituati a considerarle tutte come esperienze che sopravvengono solo quando il faccia-a-faccia con la morte è un dato obiettivo. Questo aveva infatti preteso agli inizi Raymond Moody  (1975).  Ma non è così. Lo stesso Moody si è poi ricreduto su questo punto, almeno se mi attengo alla risposta che mi diede personalmente quando lo interpellai nell’intervallo di un seminario al quale avevo partecipato a Milano (nel 2012 o giù di lì, non ricordo più l’anno), dove c’era anche lui tra i relatori.

I ricercatori hanno infatti collezionato nel tempo tutta una serie di esperienze indistinguibili da una NDE per il loro contenuto, ma che si sono prodotte in circostanze in cui il pericolo di morte era assente: per esempio, negli stati febbrili di qualche malattia non letale, scatenate dall’assunzione di sostanze stupefacenti, o addirittura sopravvenute semplicemente nell’estatica contemplazione della natura di una passeggiata in montagna.

Nel corso degli anni la ricerca scientifica è così approdata a distinguere tra NDE critiche (dove il rischio di morte è stato obiettivo) e NDE non-critiche (senza un reale pericolo di morte), talora adottando anche una denominazione a parte per quelle speciali NDE critiche dove la morte non è stata soltanto "vicina" ma è sopravvenuta a tutti gli effetti, anche se resa reversibile da una tempestiva rianimazione cardio-polmonare.  Si è provato infatti a chiamare queste ultime Actual-Death Experiences (“esperienze di morte effettiva”: Parnia, 2013), ma né il nome esteso né l’acronimo (ADE) hanno mai incontrato grande successo.

La questione terminologica e classificatoria è tuttavia meno oziosa di quanto non possa sembrare. Non pone infatti nessun problema spiegare le NDE come prodotto onirico-allucinatorio fintantoché si producono in condizioni fisiche in cui il cervello è ancora in grado di funzionare (NDE non-critiche). Altra cosa è però spiegare col funzionamento cerebrale esperienze che sembrano subentrare proprio quando deve supporsi in atto uno scompenso cerebrale generalizzato (NDE critiche), o addirittura quando non sussiste scientificamente alcun dubbio che il cervello non sia in quel momento più in grado funzionare in nessun modo (durante un arresto cardiaco). 

L’intero dibattito scientifico sulle esperienze di premorte s’appunta pertanto sulle NDE critiche, e di preferenza su quelle dove l’esperienza risulta associata a un arresto cardiaco ben documentato dalle cartelle cliniche ospedaliere (Sabom, 1982).  

L’arresto cardiaco è morte clinica a tutti gli effetti (per assenza di battito cardiaco, respiro e riflessi tronco-encefalici). Non occorre nemmeno rilevare caso per caso i tracciati dell’elettroencefalogramma (EEG) per sapere se il cervello sta o non sta ancora funzionando. È infatti scientificamente ben nota la tempistica con cui subentra nel cervello il silenzio elettrico (EEG isoelettrico) a seguito di arresto cardio-circolatorio: l’EEG si appiattisce nell’arco di soli 10-20 secondi dall’ultimo battito del cuore. E poiché un paziente in arresto cardiaco è un paziente morto, non stupisce che non vi si riscontri più nessuna attività cerebrale − nemmeno quella di un sogno o di un’allucinazione. Da qui il problema scientifico che sollevano quelle NDE critiche che sembrano invece suggerire il prodursi dell’esperienza proprio mentre è in atto la rianimazione cardio-polmonare (ovvero mentre il cuore è in arresto).

Due contrapposte fazioni scientifiche vanno scontrandosi da quasi mezzo secolo su questi casi. Raggrupperò sotto il nome di Cerebralisti tutti i sostenitori della tesi che intende le NDE come un prodotto del cervello, a prescindere da quale sia la spiegazione neurologica che di volta in volta ne viene proposta. La stragrande maggioranza dei nostri neuroscienziati è ovviamente schierata su questo fronte. Per contro, chiamerò Trascendentalisti quanti – tra i quali anche uomini di scienza, come cardiologi, anestesisti, neurologi, psichiatri, psicologi ecc. – pretendono invece che le NDE siano l’evidenza di una forma di coscienza indipendente dal funzionamento cerebrale, che per questo è in grado di esprimerle anche in quei minuti in cui il cervello ha smesso di funzionare.

Sarebbe dunque a questa seconda forma di coscienza – generalmente chiamata “anima” dalle religioni – che potrebbe allora spettare quel destino di sopravvivenza alla morte del corpo per cui le esperienze di premorte sono portate tanto spesso come “prova”.

Le NDE critiche – e in particolare quelle associate a un arresto cardiaco – sono sempre state il “cavallo di battaglia” dei Trascendentalisti, mentre sono stati i Cerebralisti a puntare i riflettori sulle tante NDE non-critiche che parimenti si riscontrano, perché la sussistenza stessa di queste ultime sembra aprire una crepa nella tesi trascendentalista, nella misura in cui queste esperienze sono fenomenologicamente indistinguibili dalle altre ma possono ben spiegarsi col funzionamento cerebrale (senza bisogno di postulare una forma di coscienza indipendente dal cervello). Come a dire: se A=B, e se X spiega A, forse allora X (cervello) può spiegare anche B. 

Per la remissione spontanea alla quale andò rapidamente incontro il mio principio di asfissia ho sempre ritenuto di dover considerare la mia esperienza di premorte come una NDE non-critica. Ma per il pregiudizio che solo le NDE critiche potessero fornire contributi chiarificatori al dibattito scientifico sulle esperienze di premorte ho lungamente pensato che il mio caso personale non avesse nulla da aggiungere alle considerazioni che si potevano trarre da quelle NDE ben più sensazionali che la letteratura scientifica di matrice trascendentalista ci ha presentato come i suoi esempi paradigmatici (es. l’NDE di Pam Reynolds: Sabom, 1998; il caso della dentiera: van Lommel et al. 2001; le NDE dei ciechi: Ring & Cooper, 1999).

Solo in tempi abbastanza recenti mi sono invece resa conto che proprio le condizioni non-critiche della mia esperienza di premorte mi avevano fornito un’informazione quasi impossibile da evincere con altrettanta evidenza nel caso delle NDE critiche. Per quanto quest’informazione obiettiva potrebbe forse dimostrarsi di rilevanza cruciale per spalancare un nuovo punto di vista sulle NDE, capace di dirimere una questione che si trascina da sempre solo come scontro tra Cerebralisti e Trascendentalisti, ho finito così per sentire un dovere morale di uscire − seppur tardivamente − allo scoperto su un’esperienza personale che in tutti questi anni avevo invece preferito custodire gelosamente sotto silenzio.

Non è pertanto l’intento di proporre al mondo qualche Nuovo Vangelo di amore e fratellanza − come fin troppi Trascendentalisti hanno voluto fare a seguito della propria o delle altrui esperienze di premorte − ma quello di sollevare piuttosto un problema scientifico di vasta portata, che sembra tuttavia passato quasi inosservato con le pur tante NDE che ci sono state documentate fin qui, a farmi scegliere di mettere pubblicamente in rete sia un resoconto dettagliato dell’esperienza che ho lucidamente vissuto durante la sincope in cui incorsi in quella mia prima lezione di yoga, sia gli interrogativi che quella NDE mi ha sollevato e le risposte che sono andata poi cercando in tutti questi anni  – come non-cattolica, da sempre dichiaratamente agnostica dal punto di vista religioso – alla grande domanda che indubbiamente quell’esperienza mi ha posto: esiste o non esiste una vita dopo la morte?

La mia formazione scientifica, della quale sono debitrice a un Dottorato di Ricerca votato alle problematiche metodologiche ed epistemologiche della ricerca in Psicologia Sociale, mi ha reso infatti oltremodo critica verso tante “verità scientifiche” che di scientifico hanno solo le pretese dei lucrosi interessi economici che le sostengono. Ma ancora non è morta la mia fiducia nella scienza, né la mia volontà di provare a dare un piccolo contributo affinché i nostri ricercatori possano forse cominciare a porsi le domande giuste.

 

(prosegue con: Il fattore temporale nelle NDE)


Moody R.A. jr (1975). Life after Life (tr.it.: La vita oltre la vita, Milano, Mondadori1977).

Greyson B. (1999). Defining near-death experiences. Mortality, 4 (1), 7-19.

Parnia S. (2013). Erasing death. New York, HarperOne.

Ring K. & Cooper S. (1999). Mindsight: near-death and out-of-body experiences in the blind. Palo Alto: William James Center for Consciousness Studies.

Sabom M.B. (1982). Recollection of Deaths: a medical investication, New York: Harper and Row (tr. it.: Dai confini della vitaun’indagine scientifica, Milano, Longanesi, 1983).

Sabom M.B. (1998), Light and Death: one doctor's fascinating account of near-death experiences. Grand Rapids: MI, Zondervan.

Van Lommel P., van Wees R., Meyers V., Elfferich I. (2001). Near-death experience in survivors of cardiac arrest: a prospective study in the Netherlands. The Lancet, 358 (15), 2039-45.

Van Lommel P. (2007). Risposta a Shermer: https://www.nderf.org/Italian/von_lommel_italian.htm.

Van Lommel P. (2010), Consciousness Beyond Life, New York: Harpercollins Reprint edition, 2011.


La mia esperienza di premorte (1)

Il contesto

Era il settembre del 1988. Ormai da due anni mi ero trasferita a Milano per specializzarmi in psicologia dopo la laurea conseguita a Pisa.  Abitavo all’epoca in Corso di Porta Romana con un’anziana signora che mi aveva subaffittato una stanza del suo appartamento. Era stata proprio lei, praticante di yoga di lunga data e socia di un circolo amatoriale che teneva corsi per principianti e per esperti della disciplina, a convincermi a iscrivermi al loro corso base in quel principio d’autunno.      

Quella sera mi trovavo pertanto alla mia prima lezione di yoga, impegnata insieme agli altri partecipanti – più di una dozzina di persone – negli esercizi preliminari della respirazione diaframmatica, quando fui colta da quello che parve a tutti come un mio malore improvviso. Un problema mi si era infatti presentato mentre tentavo di riguadagnare la posizione eretta da una postura fortemente inarcata all’indietro, raggiunta con una fase di espirazione che mi aveva svuotato i polmoni di tutta l’aria.  Ciò che videro gli altri fu solo il mio arretrare barcollando, malferma sulle gambe e ancora con la schiena piegata all’indietro, fino ad andare a sbattere la testa contro la vetrata alle mie spalle, per accasciarmi lì al suolo priva di sensi. Ma io posso ancora ricordare che dal momento in cui avevo tentato di riportarmi in posizione eretta − con quella fase inspiratoria che avrebbe dovuto interrompere la breve sosta in apnea seguita all’espirazione completa − mi ero scoperta fisicamente impossibilitata sia a respirare sia a raddrizzarmi, perché la mia schiena riusciva solo a oscillare su e giù come un’altalena e i miei polmoni non sembravano più in grado di dilatarsi per immagazzinare aria.  

Credo che possa ben definirsi un principio di asfissia quello che sperimentai in quella circostanza. A sopraffarmi fu infatti la fame d’aria che mi veniva dall’esser rimasta senza respirare forse un po’ troppo a lungo − in quella postura arrovesciata all’indietro − e insieme dal fallimento di ogni tentativo d’inspirazione, quando avevo provato a risollevarmi. In breve si era instaurato un circolo vizioso: il senso di soffocamento mi toglieva le forze per recuperare la posizione eretta, ma proprio il forte inarcamento all’indietro della mia schiena sembrava rendermi impossibile l’inspirazione, come se un peso mi opprimesse i polmoni impedendo loro di espandersi, finché restavo curvata all’indietro a quel modo.

In quegli istanti non ho minimamente pensato di rischiare una morte per soffocamento. In una stanza piena d’aria, certa di non essere incorsa in uno shock anafilattico e senza nessun boccone andato per traverso, attribuivo la mia dispnea solo alla posizione anomala in cui erano venuti a trovarsi i miei polmoni quando li avevo svuotati di tutta l’aria. Pensavo dunque che mi sarebbe bastato raddrizzare la schiena per recuperare un respiro regolare. Solo che andavo scontrandomi con la frustrazione di non riuscire più a risollevarmi, perché la privazione d’aria cominciava a obnubilarmi la mente e a farmi barcollare, togliendomi le forze per dare alla schiena la spinta all’insù che mi serviva. Perlomeno è questo il ricordo che mi è rimasto dei momenti immediatamente precedenti a quello in cui andavo a sbattere contro la vetrata e nella mia mente tutto si faceva nero, mentre crollavo svenuta sul pavimento.      

Che quella crisi respiratoria sia poi andata rapidamente incontro a remissione spontanea, tanto che al mio recupero dei sensi già respiravo a ritmo regolare, fa escludere a posteriori un collasso polmonare di natura organica (es. pneumotorace) o uno scompenso cardiaco. D’altro canto non sono né cardiopatica né epilettica, così come non ho mai sofferto di asma, diabete, bassa pressione o quant’altro. Ma non sono nemmeno mai andata soggetta ad attacchi di panico, per quanto resti giustificato il sospetto che una dispnea a così rapida remissione spontanea possa spiegarsi solo col fattore psichico.  

Nessun’altro episodio del genere si è mai ripresentato nella mia vita, né come dispnea né come sincope.  Prima di allora ero invece svenuta altre due volte, ma solo per quella perdita di coscienza transitoria che può subentrare in certe persone alla vista di uno stimolo altamente emotigeno e disturbante, come effetto di un improvviso abbassarsi della pressione arteriosa (sincopi vaso-vagali). A me succede con la vista del sangue, anche per un banale prelievo, se manco dell’accortezza di non osservarlo mentre defluisce nella siringa.   Nessuna crisi respiratoria aveva però accompagnato allora i capogiri che mi avevano fatta crollare tra le braccia del medico, appena rialzatami dalla sedia.  A quella lezione di yoga mi ero invece trovata a boccheggiare come se stessi annegando in una stanza piena d’aria, finché il soffocamento non aveva avuto la meglio sul mio sforzo di restare cosciente, facendomi crollare platealmente svenuta al cospetto di tutti i presenti.

È stato proprio in quella sincope che al venir meno della coscienza ordinaria mi è successo di vivere (in una dimensione onirico-allucinatoria?) un’esperienza lucidissima e indimenticabile, che solo molto più tardi ho scoperto potersi definire a tutti gli effetti un’esperienza di premorte.  A quel tempo non sapevo nemmeno che esistesse un fenomeno chiamato così. Ma anche quando ne sono poi venuta a conoscenza, ho impiegato molti altri anni prima di convincermi che era stata un’esperienza di premorte anche la mia, poiché ho creduto a lungo – erroneamente − che meritassero quel nome solo le esperienze di chi si era trovato davvero in punto di morte, come ritenevo che non fosse stato il mio caso.  

A trarmi in inganno era stata la denominazione data in lingua inglese al fenomeno: Near-Death Experiences (esperienze “di quasi-morte”, o “di morte vicina”).  Il suo acronimo (NDE) è ormai divenuto una sigla internazionale per identificare tutte le esperienze che in uno stato d’incoscienza esteriore si presentano coi contenuti apparenti di un’escursione ultraterrena in qualche presunto oltrevita. Per questo motivo mi servirò anch’io della sigla NDE, in alternanza all’espressione italiana “esperienze di premorte”.

Che siano sogno o realtà è la questione controversa che hanno sollevato queste esperienze fin dalla loro prima divulgazione al pubblico, nel 1975, ad opera di Raymond Moody – che coniò anche il nome inglese col quale le designiamo.

Ma si può sognare durante una sincope?

Poteva sembrare ovvio che tale possibilità fosse da escludere, fintantoché le neuroscienze hanno preteso che i nostri sogni fossero un prodotto esclusivo della fase REM del sonno, che fa la sua prima comparsa solo 90-100 minuti dopo l’addormentamento. Era infatti il 1953 quando il giovane Eugene Aserinsky scopriva che il cervello dormiente torna a farsi ciclicamente attivo nel sonno quanto lo è nella veglia vigile (tracciati EEG rapidi), in uno stadio successivo a quelli in cui l’attività cerebrale rallenta fino a ritmi ipersincroni inferiori a un impulso al secondo (onde delta: 0.5-1 Hz), e proprio quando anche i movimenti oculari osservabili sotto le palpebre diventano improvvisamente rapidi (REM: Rapid Eye Movements). In questo sonno, dove sono rapidi sia i movimenti oculari sia i ritmi con cui i neuroni del sistema talamo-corticale si trasmettono gli impulsi, quasi tutti i soggetti riferiscono il vivido ricordo di un sogno se vengono svegliati in quel momento dal ricercatore. L’equivalenza di sogni e sonno REM ­− che si impose allora in neuropsicologia con la scoperta di Aserinsky, il cui articolo su Science ebbe per cofirmatario un luminare della neurofisiologia del sonno, qual era all’epoca Nathaniel Kleitman − ha così fatto la storia di quasi mezzo secolo di ricerche su sonno e sogni basate su un presupposto clamorosamente sbagliato, come quello che attribuiva soltanto a un cervello funzionante in modalità REM la capacità di produrre sogni.

Tra parentesi, possa magari questo suggerirci qualcosa del valore che possiamo acriticamente attribuire a certi “assiomi scientifici” anche nei tempi attuali. 

Nonostante le molteplici evidenze sperimentali dell’esistenza di sogni anche non-REM, che per decenni furono portate da ricercatori dissidenti rispetto all’ortodossia scientifica dominante, abbiamo dovuto attendere i risultati dello studio clinico-sperimentale condotto su un campione di pazienti neurologici da Mark Solms per avere l’inoppugnabile conferma della doppia dissociazione che sussiste tra sogni e fase REM del sonno (Solms, 2000). Continuano infatti a riferire sogni notturni tutti i pazienti che pur sono stati colpiti da lesioni cerebrali che non consentono più alla fase REM di presentarsi nel sonno, mentre altri pazienti neurologici che pur conservano nel loro sonno la fase REM lamentano di non ricordare più nessun sogno dopo un danno prodottosi in altre due regioni cerebrali specifiche.

Caduto dunque il mito scientifico dell’equivalenza “sogni = sonno REM”, cambia anche la risposta che possiamo dare alla mia precedente domanda sulla possibilità di sognare durante una sincope. Abbiamo così perfino ricercatori che ci suggeriscono ormai come discriminante tra una sincope e una crisi epilettica proprio il fatto che il soggetto riferisca poi ­un sogno sopravvenuto durante la sua perdita di conoscenza: in un confronto tra un gruppo di 100 soggetti già diagnosticati come epilettici e un gruppo di 100 soggetti incorsi in quella che fu diagnosticata per certo come una sincope, nessun epilettico dichiarò di aver sognato durante la sua crisi convulsiva di Grande Male, mentre riferì il ricordo di un sogno il 19% dei soggetti incorsi in una sincope (Chiesa et al., 2011).

Ma da qui a concludere che anche nel mio caso si trattò solo di un sogno, abbiamo ben altro da considerare.

 

prosegue con: NDE critiche e NDE non-critiche


Aserinsky, E. & Kleitman, N. (1953). Regularly occurring periods of eye motility, and concomitant phenomena, during sleep. Science, 118, 273-74.

Chiesa V., Terranova P., Vignoli A., Canevini M.P. (2011). Dreaming experience as a useful diagnostic clue for syncopal episodes. European Journal of Neurology, 18 (11), 1361-3.

Greyson B. (1999). Defining near-death experiences. Mortality, 4 (1), 7-19.

Moody R.A. jr (1975). Life after Life (tr.it.: La vita oltre la vita, Milano, Mondadori,1977).

Solms, M. (2000). Dreaming and REM sleep are controlled by different brain mechanisms. Behavioral and Brain Sciences, 23, 843-850.

Solms, M. & Turnbull O. (2002). The brain and the inner world (tr. it.: Il cervello e il mondo interno, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2004). 

La mia esperienza di premorte (5)