Il finale di LOST (attenzione: spoiler!)


Lost (2004-2010; Abrams, Lindelof & Lieber) è l’unica serie televisiva ad aver sviluppato nell’arco di sei stagioni una trama che ha scelto di portare alla morte tutti i suoi protagonisti.
Per molti di loro la morte sopraggiunge nelle prime cinque stagioni, a concludere le mirabolanti peripezie che ciascuno dovrà affrontare sull'isola, nel corso di una fantasmagorica vicenda che va progressivamente trapassando dallo schema narrativo della storia d’avventura a quello di un mistery fantascientifico denso di enigmi, colpi di scena, cliffhangers e spostamenti/interconnessioni spazio-temporali. Ma per gli altri è piuttosto un epilogo collettivo, che solo nell’ultima puntata viene a svelarci con quale significato dobbiamo intendere quella sorta di universo parallelo (le “sliding doors” di un volo 815 mai precipitato) che si era delineato nella sesta stagione.
Diversamente dai molti spettatori che ne sono rimasti delusi, questo finale ha definitivamente incantato me, che giudico Lost un capolavoro televisivo quasi insuperabile, per la maestria con cui ha saputo mischiare le tradizionali classificazioni di genere – una sorta di ibridazione tra avventura e dramma, fantascienza e fantasy – con una stupefacente caratterizzazione psicologica di tutti i suoi personaggi, ciascuno dei quali assurge al ruolo di protagonista in quegli episodi che gli sono specificamente dedicati con l’espediente narrativo dei flashbacks sulle storie personali di vita pregressa.
Uccidere uno dopo l’altro tutti i protagonisti della storia è quanto di più simile alla vita reale potesse mai osare una serie televisiva, che nel suo impianto fantascientifico – sia pur più simbolico-spirituale, con la sua ambientazione nel tempo presente, che non di una fantascienza tecnologica di remoti tempi a venire − suggeriva invece pretese tutt’altro che realistiche. Ma intrigante è soprattutto la soluzione di “ucciderli” uno alla volta solo dopo averceli così ben tratteggiati da farci condividere coi co-protagonisti della finzione un senso di perdita e sgomento per quelle inaspettate uscita di scena, salvo scoprire poi nel finale come la morte debba intendersi comunque sopravvenuta per tutti Tutti muoiono prima o poi, figliolo… Alcuni prima di te, altri molto dopo di te»).  
È dunque la morte il grande tema che attraversa l’intera avventura di Lost, trascinandosi appresso tutte le domande sul senso della vita e sulla distinzione tra bene e male (il bianco e il nero), nonché su quel grande scontro tra scienza e fede che nella serie viene simboleggiato dalla rivalità tra il chirurgo Jack Shephard, di cui vediamo a esordio della prima puntata solo un occhio che si apre - dopo il disastro aereo - nel suo recuperare i sensi sull’isola, e il conturbante John Locke – l’uomo di fede − che è invece l’invalido su una sedia a rotelle, uscito “miracolato” da quello stesso incidente.
Tutti i sopravvissuti metteranno insieme le loro forze per sopravvivere in quell'isola dai mille misteri su cui è precipitato l’aereo delle Oceanic Airlines, illudendosi di riuscire prima o poi a fare ritorno al mondo civile e alle loro vite interrotte. Ma non ci sarà mai per nessuno la possibilità di tornare alla vita che avevano prima di prendere quel fatidico volo − nemmeno per quei sei di loro che a fine della quarta stagione pur riusciranno a lasciare l’isola e a essere tratti in salvo. Perché la vita è una strada a senso unico, senza deviazioni possibili che ci riportino indietro, una volta accaduto quello che ormai ci ha cambiati per sempre.
Proprio questa è la lezione che Lost voleva forse insegnarci: che siamo solo le pedine di un destino già scritto per noi nella notte dei tempi, al quale dobbiamo adeguarci senza avere nessuna possibilità di modificarlo. Scriveva infatti anche Pope: «Recita bene la tua parte, in questo consiste l’onore».
La storia di Lost non è che una grande metafora dell’esistenza umana, afflitta dai nostri inutili sforzi di trovare una via di scampo a ciò che non abbiamo né voluto né scelto, potendo invece solo cercare di darvi un senso con ciò che riusciamo a fare “per” e “insieme a” quei compagni di viaggio che ciascuno si ritrova accanto nella propria “isola”. Chi sia il Grande Autore che ha concepito per noi questa storia – invece di un’altra – non ci è dato saperlo. Possiamo chiamarlo Dio, anche se la serie ce lo personifica piuttosto nei misteriosi panni di Jacob, oppure pensare − alla maniera induista − che siamo stati noi stessi a decidere la nostra vita ancor prima di nascere, quando eravamo un po' come Shakespeare (il nostro Ātman Superiore) invece che solo il suo Otello, il suo Amleto, o quel Romeo o Giulietta che qui interpretiamo fedeli al copione che ci siamo assegnati, in uno spettacolo dove le nostre emozioni contingenti – di gioia e dolore – restano poca cosa a fronte del Grande Disegno che ci raccorda gli uni agli altri, quando osservate dall’imperturbabile beatitudine del pre-vita da cui proveniamo o dell’oltre-vita a cui ritorneremo. 
Nemmeno il vero Shakespeare si è del resto mai preoccupato dello strazio che imponeva ai personaggi delle sue tragedie. Nessun Autore si cura di questo, perché l’immaginazione si appaga a esplorare le più ritorte vie del possibile, senza riguardo al prezzo di sofferenza e sconfitta che impone ai personaggi di quella storia che viene delineando. Così ciascuno di noi dovrà in vita lottare e soffrire, talora morendo nel vano tentativo di indirizzare il corso delle cose a un finale diverso da quello prescritto e ricevendo in cambio solo briciole di una felicità effimera. Proprio come succede in Lost ai sopravvissuti del volo 815 delle Oceanic Airlines.
Se nell’ultima puntata sembra affacciarsi qualcosa che può somigliare a un lieto fine è solo nel luogo-non-luogo di una chiesa atemporale, nella cui sacrestia sono esposti i simboli di un po’ tutte le religioni del mondo,  quasi a suggerire che nel nostro deformante labirinto di specchi l’idea del Divino può ben essere rappresentata con forme e immagini tanto diverse tra loro, essendo tutte parimenti evocative di quell’unica trascendenza che resta forse il principio guida dell’intera storia di Lost, mai svelando fino in fondo la sua pluralità di misteri.
È doverosamente il medico Jack Shephard a fungere da protagonista dell’ultima puntata, con la cui morte – che vediamo sopraggiungere in parallelo sull’isola − viene siglata anche la conclusione dell’intera vicenda, in quell’ultima scena di nuovo fissata a inquadrarne l’occhio che questa volta gli si chiude, proprio come gli si era aperto a dare avvio alla prima puntata. Ma per contrasto è la fede di John Locke quella che Lost fa vincere sul materialismo dell’uomo di scienza, nella misura in cui l’inatteso convegno di quanti nelle puntate precedenti avevamo ben visto di morire, riuniti insieme agli altri − di cui ancora ignoravamo la sorte − in una chiesa apparentemente predisposta per un funerale che non ci sarà, viene a rappresentarci la morte come un ricongiungimento ultimo a tutte quelle persone che hanno avuto un ruolo importante nella nostra vita, concretizzando così – sulle note di una colonna sonora che accompagna con una melodia struggente la lunga successione dei saluti e degli abbracci  − l’affermazione di Shephard padre, per cui «Nessuno muore da solo», proposta a Jack quasi come ratifica di quel monito che il figlio stesso aveva lanciato ai suoi compagni nelle prime stagioni («Se non sappiamo vivere insieme, allora moriremo da soli»).    
Il portone della chiesa, che alla fine si spalanca su una luce bianca e quasi abbagliante, è allora un’efficace rappresentazione di quel "varco" di non-ritorno che tanto spesso viene intravisto anche nelle esperienze di premorte, per oltrepassare il quale ci viene detto qui che occorre essere pronti ad «andare avanti» (moving on) piuttosto che ad «andare via». Come spiega a Jack proprio quel padre amato e odiato finché era in vita, ciò significa avere l’opportunità di «ricordare» − le sfide per cui si è patito e lottato, l’amore e il dolore, le sconfitte che non si sono potute evitare – e di «farsene una ragione».  
È dunque un’esortazione conclusiva all’accettazione di tutto quello che è stato e che non è stato il grande messaggio che Lost ci lascia nel suo finale. Questa – l’accettazione – è infatti in psicologia anche l’ultima delle cinque fasi del lutto proposte da Elisabeth Kübler-Ross, la psichiatra svizzera che per prima le ha individuate studiando proprio le tappe emozionali e cognitive con cui il paziente terminale va incontro alla propria morte. 
L’aereo che in Lost dà avvio alla storia schiantandosi sull’isola può dunque ben leggersi per i sopravvissuti come la fine delle loro vite precedenti, sostituite dai nuovi compiti che li attendono in quel posto immaginifico dove nessuno di loro aveva mai pensato di venirsi a trovare. L’iniziale illusione che quel disastro aereo possa ancora essere “annullato” da un rapido sopraggiungere dei soccorsi bene esemplifica come la prima fase del lutto (o della perdita) sia quella del rifiuto/negazione dell’accaduto. La rabbia è la seconda fase, che si scatena e perdura tra i superstiti opponendoli inizialmente gli uni agli altri, quando comincia a diventare evidente che gli auspicati soccorsi non arriveranno mai – o perlomeno non in tempi brevi. Segue la fase del patteggiamento con l’immodificabile, come necessità di trovare un modo di sopravvivere, che spalancherà tra i superstiti nuove alleanze, relazioni e contrapposizioni, abituandoli proprio a «vivere insieme» per non «morire da soli». 
La quarta fase – quella della depressione − è forse l’unica a restare un po’ criptica nei ritmi serrati di una storia che per tanti aspetti corrisponde ai canoni delle più tradizionali trame d’avventura. Balugina tuttavia nel corso delle sei stagioni come sempre reiterato fallimento di ogni iniziativa volta a portare la vicenda a un diverso epilogo, o come quella desolata evidenza che progressivamente si affaccia su quanto le vite di tutti fossero già variamente allo sfascio quando l’aereo è precipitato. Depressivo è anche il modo in cui naufraga nel mondo reale la storia d’amore tra Jack e Kate − che fin da principio poteva ben indovinarsi sull’isola, pur mancando di concretizzarsi − allorché entrambi vi faranno per certo tempo ritorno, tra gli acclamati sei superstiti del volo 815.
Lost ha avuto dunque ai miei occhi il pregio di non edulcorare nemmeno nel fantastico la cruda realtà di una vita che è inesorabilmente un furto, per tutto ciò che ci strappa nel corso degli anni, ma che resta anche il nostro unico possibile capolavoro, per quanto ci consente di fare e di essere per chi abbiamo avuto in sorte come compagni di viaggio. Nessuno muore da solo, perché nessuno vive da solo in questo mondo. I nostri destini sono tutti interconnessi, intrecciati. Forse alla fine ci ritroveremo allora anche noi fuori dal tempo, in un luogo-non-luogo creato dalla nostra immaginazione, a riabbracciare chi in vita abbiamo amato e perduto, senza riguardo a quanto breve o lungo sia stato il tempo trascorso insieme, se si tratta di persone che hanno fatto per noi la differenza per come ci hanno permesso di diventare, nel bene e nel male, tutto quello che siamo. 

La mia esperienza di premorte (5)