Con ali di carta

Antologia di poesie, rivedute e corrette, tratte dalla raccolta: 
Con ali di carta (Egler Ghinato, 1996)


 

Sotto il segno del Cancro

 
È acqua il tuo elemento:
liquida consistenza
che avviluppa un sentire
governato dalla pallida
regina delle maree.
Alto sovrasta un tridente
il tuo cielo diurno,
con tutta l’inquietudine
dell’ambigua chiamata 
di Nettuno al mistero.
E Venere fugge 
lontano da Marte,
sotto aspetti inclementi
di un Giove malevolo.
Ma gli astri non dicono
completa la storia.
           ( O forse che tutto
            è prescritto?)
Io credo
che altro potevi.

Può bastare una vita
 
Può bastare una vita
per viverne cento,
se tante sono le morti
che possiamo morire.
Così adagio si sfogliano
una ad una le maschere,
come pelli posticce
sopra la pelle vera –
silenziose lacerazioni.
Ma a tanti sipari che si chiudono
quanti saranno
i sipari che si aprono?

 

Cuore di carta

 
Dov’era la speranza
altro fuoco
spicca le sue fiamme.
E il futuro si abbatte
spianato
in un incendio senza orizzonti.
Ho solo cenere e cenere intorno.

Allora vedi
com’è di carta anche il cuore
in questo rogo.

 

Avrei potuto
 
Trepidante ipotesi dispersa
nella nebbia del mio condizionale!
Sarai − persa con gli anni –
baluginante ricordo
d'un mattino d’estate
intatto ancora,
dove la tua speranza è smarrita
a un bivio senza ritorno.
 
Finché solo questo
 
È fiocco di neve  
disciolto
al primo serrarsi del pugno
la mia consistenza.
Ma vedi:  
non ero io che potevo
svelare le spade 
e spaccare le croci.
C’è un limite al tempo,
alle cose –
perfino a noi stessi, lo sai.
 
 
Edera
 
Regina della persistenza!
Verde e tenace è il possesso
che avvinghia 
il tuo mantello a quel muro.
Il tempo, la durata, le radici:
per esistere  la prossima stagione 
ancora fissi e immutabili a sé.
Edera, rampicante sinuoso.
Avrei voluto aderire anch’io
a una certezza.
 
Ali di carta
 
Primavere
di colori e di fuochi
non durano
che l’artificio d’un attimo.
Siamo solo angeli
con le ali di carta,
e anche se sono dorate
non bastano
a farci prendere il volo.
 
 
Trasgredire
 
E poi trasgredire:
il canto, la regola, il gioco.
Perché solo la nota stonata
− la stecca! –
alla fine ci dirà
che esistiamo.
 
Chi sono
 
Acerba
tastavo il mio corpo
e davo forme ai pensieri
per capire chi ero.
 
Matura 
ascolto il mio cuore 
e distillo
domande e ricordi.
 
Ma non ho ancora capito
chi sono.
 
 
Notturno
 
Notturni stellati
sono cieli  
trapunti di nostalgie.
Così fiochi bagliori
− come stelle –
dalle lontananze del tempo
rischiarano 
i sentieri della solitudine.
Altri deserti ancora.
  
 
Farfalla
 
Che il pensiero riacquisti le ali
e si faccia farfalla:
potrà allora volare leggero
sopra questa palude.
Oltre l’immensa distesa
di fango e di sterpi
io so
che si stendono ancora dorati
i campi di grano.
 
Libertà
 
Eri il quadrato di cielo della cella
e nel tuo azzurro terso si perdeva 
lo sguardo incatenato
davanti alla porta chiusa.
Fantasia di voli proibiti
o speranza di un altro possibile:
così ti ho attesa e cercata.
Ma la mia prigione  
era dentro.
 
Attesa
 
Immaginasse lo stagno
come spumeggia d’argento
lo slancio di un’onda  
incontro alla riva.
In quali gorghi torbidi
sospirerebbe allora l’acqua immota
sotto le foglie piatte che sorreggono
il rassegnato pallore delle ninfee.
Così attendo.
 
Tirata come corda d’arciere
allo spasimo della freccia che scocca,
nei granelli di sabbia conto le ore
all’umido chiarore di un’alba nuda.
E l’immobile intreccio dei fremiti
mi attorciglia i minuti e li fa eterni. 
 
 
A chi mi lascia
  
Uscirai come un soffio
        senza fare rumore –
dalle mie pareti di carta
o di mattoni.
Un fantasma che ritorna
al silenzio delle sue ombre.
Discreto.
 
Sarà un tremare d’aria,
un fruscio leggero –
la premurosa cautela 
di una partenza senza saluti
per non svegliare chi dorme.
E d’improvviso capirò
che sei sempre stato lontano.
 
Sarà questa
la tua vera assenza.
 
 
Contrappunto
 
Adesso ho chiuso la porta.
              Adesso  è chiusa la porta.
Ormai chi non è venuto
non verrà più.
              Chi ancora potrebbe venire
              non entrerà.
È tempo di chiudere le imposte
e andare a dormire.
              La tua vita fu un lungo sonno
              che attendeva il risveglio. 
La mia vita fu una lunga attesa
che finisse la notte.
              La tua notte fu una lunga veglia 
              ad aspettare il mattino.
La mia notte è una lunga vita
che ha vegliato in attesa.
              La tua attesa è una lunga vita
              che non ha aperto la porta.
 
 
      Le viscere dell’anima
 
L’infanzia fu una lunga corsa
inciampata a un metro dal traguardo.
La giovinezza è un inganno
per chi è rimasto bambino.
Tra i sentieri di rovi e le ombre cupe,
alberi alti, ululati e strepiti 
     − come allora –
ogni volta mi perdo. 
 
              Voce che vieni 
              dalle viscere dell’anima!
              Perché mi chiami
              se non posso venire? 
 
Decisero i nostri bisogni
e i nostri peccati,
legandoci una corda al piede
per lasciarci andare 
come se fossimo liberi.
Bambina!
Chiusa fuori dalla porta
    − sul pianerottolo
ad aspettare.
Incespicante tra le pietre
o sui gradini, 
eri quel nulla plasmato
a ordini e divieti: inadeguata.
E portavi
segrete paure nel cuore…
 
              Voce che vieni 
              dalle viscere dell’anima!
              Per quanto tempo ancora
              potremo fingere di non udire?
 
Teen-age
 
La felicità era con me 
     − tu dicevi –
nella freschezza degli anni
in cui tanto è possibile. 
Ma io non l’ho vista 
     − dov’era?
Negli interstizi del muro
o dentro l’armadio
     − sotto il letto? –
probabilmente spiava.
Tu mi saziavi di cose, 
con la prodigalità di chi è madre.
Ma quello che solo chiedevo
era ciò che non davi −  
            o tu non potevi?
Così la felicità era con me,
mi dicevi. Ma se c'era,  

era dietro la porta.

Scrutava con sogghigno beffardo 
tutta la mia muta tristezza.
 
 
Migratore 
 
Primavera di eburnei pallori,
così vieni: immobile, scolpita 
in questi sorrisi di marmo.
Con ali tremanti nell’aria turchina
danzano le farfalle sul prato,
mentre in alto ritornano 
− transfughi – 
gli immemori voli dalle terre del Sud.
E domani  migreremo anche noi –
verso dove? verso dove? 
 
Verso la primavera, signori:
la patria delle rondini. 
 
 
Partire
 
Smerigliate parole in saluto,
come mosaici di pietre
cavate dall’anima
a comporre in effigie
lo scroscio
degli addii e dei ricordi.
E tenui bagliori
da intatti mattini
di iridescenti speranze.
Poi solo quest’aspra allegria
che mi piega
malgrado le lacrime
le labbra al sorriso.
 
 
A Pisa, una torre
 
Bianco quel marmo
tagliava in obliquo
l’azzurro
insegnando al mio sguardo
equilibri precari.
Meraviglia è – più che l’arte –
l’imperfezione antica,
che in te l’umano zelo 
puntella,
se – come noi –
piegata al duro peso
così spesso vacilli…
Non cadere!
 
 
Compimento
 
Qui la fine bacia l’inizio
e il cerchio si chiude.
Quanto magico e maestoso
questo ritorno –
oh, mia eterna condanna,
antica croce!
Ma trasparente 
soffiava negli anni
la promessa.
 
       Itaca e altro
 
Oh, cara ombra dei miei anni ignari,
nel silenzio d’allora unica voce!
L’eternità non è più che l’istante
di un moto d’animo fermato
nell’emozione irripetibile.
E se più tardi replicherà se stesso
è solo a ricordare o a suggerire
ciò che il mutar non muta
oltre le forme − e sempre è lì:
parametro, significato inafferrabile,
che analogia riproduce ma non spiega.
 
Itaca e altro, oggi
           sì, lo so.
Ma questa proda che sai
non è spergiuro.
il cuore scorda – anche se tace –
del lungo esilio i fuochi e le promesse.
E darti rivorrei 
fosse anche in simbolo – 
il sogno che mi offristi nel miraggio:
un faro all’orizzonte,
un lume breve.  
 
Milano
 
Sibilano le ore
tra il rullio 
delle auto sul corso
e il fracasso mattutino
delle serrande dei negozi
che si aprono. 
A Pisa volavano
gabbiani sull’Arno,
d’estate e d’inverno.
Qui non vedo 
che i piccioni ingrigiti
della piazza del Duomo –
e talora in un volo suicida
qualcuno di essi si spegne.
Ma canto la tua estate
e l’arsura 
che a te mi rinserra.
Tu mia radice,
tu grembo natale!
Tu sordo richiamo
che ha sempre trafitto
il mio cuore.
 
Non altro 
 
Ora il silenzio cala
e non altro.
Solo minuti battuti
sull’orologio
e sorrisi in cornice
di gente che non c’è più.
Sigarette che colmano
il portacenere – e non altro.
Con tutto il freddo
di questo novembre 
che ghiaccia il cuore.
 
 
Storia breve
 
Si confondono i baci
dell’arrivo e dell’arrivederci,
prima che faccia in tempo
a rubare il segreto 
di qualche scheggia di te.
È questo alterno
abbracciarci e ridividerci
la nostra storia, 
come di treccia che noi
− sue scarne ciocche –
scinde e congiunge
e ci addipana
in questo oscuro nastro
di grovigli
che io non oso più
chiamare amore 
           − o amore è?
Magici andiamo
guardando vetrine
e non sappiamo perché
ci teniamo per mano.

 
Tentato amore
 
Diverso − e sempre 
irriducibile a me.
Altro nei tuoi confini
di pelle e di persona.
Inadeguato alle attese,
mai garantito 
e nemmeno prevedibile. 
Mai parte di me.
Così sarai.
Cosa sempre sfuggente,
eternamente precaria
alla durata.
Mai porto sicuro.
Mai certezza.
 
 
Il trentesimo anno
 
Trentesimo anno:
la soglia paurosa 
è varcata.
Dov’è la tristezza?
− dov’è la nostalgia?
 
I vent’anni 
se ne vanno ormai sazi.
Non so rimpiangerne 
nemmeno un mattino.
 
 
Misura d’intesa 
 
Compagni del tuono
ignorano il silenzio i fulmini.
Labbra precipitose alla parola
spesso non sanno l’ascolto.
Si misura nel tacere
un’intesa.
 
Le monete del desiderio
 
Piuttosto lanciala 
alta nel cielo,  quella moneta –
se un desiderio vuole trovare le ali.
È una tomba di speranze sepolte
lo scintillio
delle monete nel pozzo.
 
 
Frammento di gioia
 
Così pazzi di gioia
lanciarsi a mani aperte
nel giorno.
Bere la vita.
Brillare nel sole.
Approdare nel sogno.
 
Finché la felicità
non riesce più a contenersi
e – traboccando −
si fa lacrima.
 
Vorrei
 
Accrescerti la sete
per placarla
e ubriacarti d’amore
fino a vederti
abbandonato esausto 
al gesto saturo –
questo vorrei.
Insegnarti la gioia
sguardo a sguardo,
perché tu possa sentirmi
ora per ora
dentro ai tuoi giorni
al tuo corpo
alla tua vita.
Viverti dentro.
Come fonte sorgiva,
come sole.
Questo vorrei.
 
Passa piano
 
Non ha fretta 
la dolcezza che spande
attimi immensi.
Tu sfogliali – se vuoi –
ma lento
i miei petali di margherita.
 
     (M’ama o non m’ama?)
 
E dense rendi le gocce
che stilla quest’emozione.
Poi passa.
Ma passa piano
sopra queste ore.
Passa piano – tempo –
sopra questo amore.

 

Ci trafigga ma nel volo

 

Ci trafigga ma nel volo

la luce che fermerà le ali

e placherà per sempre

lo slancio inquieto

di questo viaggio breve.

Sarà dolce allora

precipitare esausti

nel tuo grembo ultimo –

morte, o vita.

 

Possa quel bacio estremo,

amplesso inesprimibile

del gorgo ignoto,

far germinare il senso

di questa esule

frenesia di giorni.

E s’accenda lì

la verità cercata

con la persistenza

e l’affanno

di un prigioniero.

 

Siamo solo rondini cieche,

che volano

perse nel cielo.

 

 Egler Ghinato

 


La mia esperienza di premorte (5)