In ricordo di mia madre

Anche nel 2009 il 21 giugno cadeva di domenica, ma dal punto di vista astronomico coincideva quell'anno con la data del solstizio d’estate: il giorno più lungo dell'anno. 

Lo ricordo bene, perché per me è rimasta quella la data della scomparsa di mia madre, piuttosto che il giorno d’ottobre in cui ne sopravvenne la morte. L’avevo infatti già perduta quella domenica sera, quando l’avevo trovata accasciata sul pavimento del corridoio, ormai priva di conoscenza, anche se con gli occhi ancora aperti in uno sguardo vitreo, che volgeva lateralmente a sinistra. Solo mezz’ora prima era venuta nella mia stanza - in perfetta forma psicofisica, come sempre - a mostrarmi trionfante il Sudoku che aveva appena risolto, poiché fin dall’ottobre del 2003 ero tornata a vivere insieme a lei e mio padre, del quale avevo già colto i primi segni di quella demenza senile di tipo Alzheimer (secondo la formula in uso nelle valutazioni neuropsicologiche del deterioramento cognitivo) che gli venne poi formalmente diagnosticata solo nel 2008, quando ormai era giunta a stadio avanzato.   

In chi viene sopraffatto da un ictus cerebrale basta osservare verso quale direzione resti fissato lo sguardo per capire se è stato colpito l’emisfero destro o sinistro, poiché gli occhi restano innaturalmente deviati verso il lato che nel cervello ha subìto il danno. In quasi tutte le persone è l’emisfero sinistro a governare le funzioni linguistiche, così che l’uso della parola va irreversibilmente perduto (afasia) quando l’ischemia colpisce le aree del linguaggio che si trovano nella corteccia cerebrale sinistra.  Nel caso di mia madre l’ictus non si limitò tuttavia a devastarle solo la corteccia, con conseguente afasia totale (perdita sia della capacità di parola sia della comprensione del linguaggio verbale) ed emiparesi controlaterale (della parte destra del corpo), ma colpì severamente anche le profondità sottocorticali, lasciandola in uno stato vegetativo che riuscì poi a evolvere solo a quello di minima coscienza (occasionali cenni di debole interazione volontaria con l’ambiente esterno, in una condizione che resta per tutto il resto del tempo altrimenti comatosa).

Per provvedere all’alimentazione e all’idratazione di questi pazienti il primo mezzo al quale fanno ricorso gli ospedali è il sondino naso-gastrico, rispetto al quale viene presto richiesto a un familiare di dare il proprio consenso informato, firmando un modulo che gli viene frettolosamente allungato. Non ho idea di come ci si comporterebbe se mai il familiare rifiutasse di fornire il proprio consenso, perché io lo diedi allora quasi in automatico − come presumo che facciano tutti – non essendo ancora ben chiara né l’entità del danno neurologico né quali possibilità di sopravvivenza restassero a mia madre.

RSA e case di riposo sono divenute ormai un ricettacolo d’elezione per tutta questa schiera di anziani che un tempestivo intervento medico-farmacologico riesce a tenere in vita a dispetto della gravità del danno cerebrale sopravvenuto, ma consentendo loro di sopravvivere solo nel corpo, ormai fattosi simile a quello di un fantoccio di pezza, che non è più nemmeno in grado di nutrirsi da sé.

Ricordo dunque molto bene anche il dilemma morale che mi si pose più avanti, in agosto, quando nello sporadico recupero di quei flebili barbagli di coscienza mia madre insisteva ormai a strapparsi sistematicamente il sondino dal naso, rendendo così necessario provvedere in altro modo, per il lungo termine, alla sua idratazione e alimentazione artificiali.  Un sondino da impiantarsi direttamente nello stomaco (Gastrostomia Endoscopica Percutanea: PEG) è in questi casi la soluzione che viene comunemente adottata, per la buona tolleranza da parte del paziente e per i rischi relativamente bassi di complicanze indotte.  

Avevo pertanto già firmato in RSA la prenotazione di quell’intervento chirurgico di routine, quando il geriatra del reparto ospedaliero in cui era stato nel frattempo ricoverato mio padre − per un suo improvviso tracollo fisico – si lasciò accidentalmente sfuggire un commento oltremodo illuminante su quella soluzione chirurgica ormai invalsa per tutti i pazienti neurologici più gravemente compromessi, non appena apprese da me che anche mia madre sarebbe stata a breve portata in quello stesso ospedale perché le si praticasse una PEG, dopo il grave ictus cerebrale che l’aveva colpita a giugno.   

«Ah! Ma certo…» aveva allora esclamato quel medico con un sospiro. «La PEG! Quale miglior soluzione poteva inventare la nostra medicina per far sopravvivere anche fino a cent’anni tanti poveri anziani ormai praticamente decerebrati?».

Ben cogliendo il disappunto sotteso alle sue parole, gli chiesi dunque al volo: «Potrei forse rifiutarmi? Non è imposta dalla legge l’alimentazione forzata in tutti questi casi?  E non è la PEG l’unica alternativa a quel sondino naso-gastrico che mia madre continua a strapparsi via?»

L’uomo mi scrutò attentamente, come a valutare tra sé e sé che cosa gli fosse deontologicamente lecito dirmi. Percependo la sua esitazione, io mi affrettai tuttavia a incalzarlo: «Avrei preferito non aver mai dato il mio consenso nemmeno al sondino naso-gastrico… Ma nessuno mi ha dato scelta. So perfettamente che l’ultima cosa che mia madre avrebbe voluto era di sopravvivere in queste condizioni. Fosse per me, vorrei solo lasciarla morire... Ma cosa posso fare di diverso?»

Fu a quel punto che il medico sembrò capire, e decise di fornirmi quell’informazione che nessuno dei suoi colleghi, o dei vari neurologi che avevano avuto in carico mia madre in ospedale, si era mai degnato di darmi.  Perché un’alternativa − legalmente lecita − esisteva.

Appena rincasata, telefonai dunque senza indugio al medico della RSA che aveva inoltrato le carte per la PEG di mia madre, gia fissata in ospedale per qualche giorno più in là.  Esordii chiedendogli di annullare subito quella prenotazione, perché rifiutavo il mio consenso all’intervento che era in programma.  

Di primo acchito la mia richiesta sembrò lasciarlo interdetto, come se si figurasse chissà quali miei irragionevoli scrupoli per un ripensamento così tardivo. Ma non appena gli spiegai che esigevo al posto della PEG il posizionamento di un CVC (Catetere Venoso Centrale), perché si procedesse ad alimentare e idratare mia madre soltanto per via endovenosa, cominciò a capire le vere ragioni della mia telefonata.  Gli riferii infatti ciò che ero appena venuta a sapere dal geriatra ospedaliero del reparto dov’era stato ricoverato mio padre: se volevo accorciare la vita di mia madre – invece di darle la possibilità di sopravvivere in quelle condizioni fino a cent’anni − era il CVC la soluzione più idonea allo scopo, perché non ne avrebbe preservato le funzioni intestinali, ma avrebbe anzi potuto favorire in tempi brevi l’insorgenza di infezioni dal possibile esito letale. 

«Vuole la morte di sua madre?» mi chiese allora il medico, con tono di sconcerto.

«Sì, la voglio» fu la mia secca risposta. «La sto addirittura implorando con tutto il mio cuore, da quando ho visto in quali condizioni è ormai destinata a sopravvivere. Glielo avevo anche già spiegato, dottore… Perché dunque non mi ha mai parlato del CVC come alternativa alla PEG?»

«Ma perché il CVC equivale a condannare a morte un paziente che potrebbe invece sopravvivere a lungo grazie alla PEG!»  

«Appunto!» ribadii. «Ma le sembra davvero che si possa chiamare vita quella che è rimasta a mia madre? Lei vorrebbe forse per sé, dottore, una ‘vita’ come la sua, se mai dovesse capitarle un giorno di sopravvivere a un ictus cerebrale in quelle condizioni? Potrebbe mai qualcuno desiderare questo per sé? E allora perché ci adoperiamo così tanto per garantirla invece alle persone che più abbiamo care? È davvero in questo modo che si misurano i progressi della nostra medicina? Si misura forse l’amore di un figlio dalla sua ostinazione a tenere in vita il più a lungo possibile un genitore che sarebbe invece naturalmente deceduto a seguito di ictus cerebrale, se non fossero intervenute le scienze mediche a tenerne in vita con tutti i mezzi possibili un involucro fisico ormai senza più traccia della sua personalità?

«Io so che mia madre non voleva questo per sé» conclusi. «E so anche che può ben aspettarsi da me che sia capace − almeno io! − di scegliere per lei ciò che può aiutarla ad andarsene, invece di costringerla a restare su quel letto, in quelle condizioni, ancora per chissà quanti anni … Per questo motivo, dottore, no… non ho dubbi. È proprio la sua morte, e dunque il CVC, ciò che voglio per lei».

Nemmeno due mesi dopo, mia madre dovette essere trasportata d'urgenza in ospedale per la risposta infiammatoria sistemica che si era scatenata nel suo organismo da una di quelle predette infezioni che il CVC poteva provocare,  nonostante le cure scrupolose che le erano state riservate in quella RSA dove mi ero recata ogni giorno ad assisterla. Morì nell'ospedale di Bassano del Grappa (VI), dopo una lunga settimana di agonia, il 10 ottobre 2009, solo poco più di un mese prima di quello che sarebbe stato altrimenti il suo ottantunesimo compleanno.

Non ho mai dubitato di essere stata proprio io ad averne decretato la morte, ma di questo sono sempre andata fiera, senza rimorsi o scrupoli morali di sorta. Il 21 giugno 2009 è così rimasto nel mio ricordo la data della mia più grande disperazione, perché quella sera perdevo mia madre per sempre, restando sola a dividermi tra l'accudimento di un genitore convivente che il morbo d'Alzheimer aveva ormai reso quasi ingestibile e l'assistenza dovuta all'altro genitore, ospedalizzato in stato semi-vegetativo. Il successivo 10 ottobre fu invece per me un giorno di sollievo e quasi di gioia, perché finalmente lei aveva potuto liberarsi di quel corpo in cui era rimasta imprigionata, senza quasi più barlume di coscienza, per andare dove tutti siamo alla fine destinati a tornare.

Mai mi sono pentita della mia scelta. Ancora oggi penso che se mai da Lassù lei avrà potuto conoscerla, mi abbia solo ringraziata per aver avuto il coraggio di compierla. Tutto ciò che penso su testamento biologico, eutanasia o suicidio assistito, in relazione a quei casi d'altro genere che hanno fatto tanto clamore  in Italia (es. Emanuela Englaro, dj Fabo), consegue direttamente da questo.


KEY STOWE

Un pensiero mi assilla da tempo: chi si nascondeva dietro quel nome?

Il nostro vecchio interscambio di email è andato quasi interamente perduto col crash che poi sopravvenne nel mio programma di posta elettronica. Avessi ancora una sola delle sue vecchie email (2008-2009), oggi riuscirei probabilmente a risalire all’IP dell’account, e da quello a una geo-localizzazione che forse mi aiuterebbe a capire almeno se il mittente si trovava, o no, dove mi aveva detto di risiedere.

Dopo undici anni, il suo account di posta elettronica è ormai disattivo. Non ho dunque più nessuna possibilità di rispondere alle domande che allora non mi ero mai posta.

Com’è che mi lasciai coinvolgere in una comunicazione tanto fitta e confidenziale con “una donna” misteriosa che mi raggiunse via email dal mio vecchio blog, come una specie di angelo venuto a offrirmi un sostegno quasi incondizionato negli incerti tentativi di scrittura creativa (romanzi, racconti) in cui all’epoca andavo cimentandomi? Com’è che non mi sono mai nemmeno chiesta se fosse davvero una donna a celarsi dietro quel nome improbabile, o perché avesse scelto di servirsi di un alias per una comunicazione rimasta pur sempre assolutamente privata? Perché mi accontentai di pensare che il nome “Key” (in inglese: “chiave”) fosse solo una variante del più comune “Kay”?  Ma soprattutto perché le aprii senza riserve il mio cuore, pur essendo rimasta “lei” sempre una persona non identificabile?   

Dovevano passare così tanti anni perché riuscissi a pormi queste domande.   

Poche persone nella mia vita mi hanno dimostrato di volermi bene quanto fu allora capace di fare Key Stowe.  

Tra aspiranti scrittori è pratica comune scambiarsi a vicenda da leggere gli scritti, per una correzione delle bozze e per averne un giudizio. C’erano dunque parecchie altre persone − tutte con un nome e cognome che le identificava bene nel mondo reale − con le quali avevo a quel tempo avviato la consuetudine di un reciproco scambio di testi. Per l’intimità che il più delle volte scaturisce dalla condivisione dei propri scritti, anche gli altri erano presto assurti al ruolo di “amici virtuali”, ai quali mi sentivo affettivamente legata. Ma Key Stowe è stata molto di più. La quantità di tempo e d’interesse che allora mi dedicò, per quasi due anni, insieme alle intriganti suggestioni che riusciva sempre a fornirmi e alle incondizionate parole di sostegno con cui si adoperava a fugare le mie insicurezze non hanno mai trovato termine di paragone in nessun altro. 

Definire Key Stowe un “angelo”, piombato via email nella mia vita per soccorrermi in forma virtuale nella solitudine di quei miei tempi difficili, è dunque l’unico modo che ho oggi di ricordarla. Ma poiché avevo allora presuntuosamente creduto che tanto affetto mi giungesse da “lei” in virtù del suo apprezzamento per il mio inedito romanzo di fantascienza (Il Grande Azzurro), solo oggi mi riesce di concepire che dietro quell’alias dovesse invece nascondersi qualcuno che probabilmente mi aveva invece conosciuta di persona, e che mi dimostrava a quel modo quanto volesse bene a me piuttosto che alla sconosciuta autrice di un romanzo ancora bisognoso di tante rifiniture.

Mi sto forse ingannando a inseguire questi pensieri?

Non lo so. Ormai non mi è più concesso di scoprire chi fosse davvero Key Stowe. Diverse ipotesi sulla sua possibile identità vanno facendosi guerra in questi tempi nella mia mente, ma nessuna riesce davvero a convincermi fino in fondo. Non saprò dunque mai chi si sia celato per me dietro quel nome, né se davvero conoscessi la persona che forse se ne servì proprio per non trascinarsi appresso in quel contatto i possibili strascichi irrisolti di qualche nostra pregressa conoscenza reale.   

Tuttavia a ripensare oggi a Key Stowe, mi rendo conto di quanto le resti ancora grata per come seppe allora prodigarsi per me, dimostrandomi un’empatia, una comprensione e un affetto difficili a trovarsi anche in amicizie di lunga data .

Questo volevo dunque dirti oggi, mia sconosciuta e ormai irraggiungibile Key Stowe.  Chiunque tu sia, dovunque tu sia.


Con ali di carta

Antologia di poesie, rivedute e corrette, tratte dalla raccolta: 
Con ali di carta (Egler Ghinato, 1996)


 

Sotto il segno del Cancro

 
È acqua il tuo elemento:
liquida consistenza
che avviluppa un sentire
governato dalla pallida
regina delle maree.
Alto sovrasta un tridente
il tuo cielo diurno,
con tutta l’inquietudine
dell’ambigua chiamata 
di Nettuno al mistero.
E Venere fugge 
lontano da Marte,
sotto aspetti inclementi
di un Giove malevolo.
Ma gli astri non dicono
completa la storia.
           ( O forse che tutto
            è prescritto?)
Io credo
che altro potevi.

Può bastare una vita
 
Può bastare una vita
per viverne cento,
se tante sono le morti
che possiamo morire.
Così adagio si sfogliano
una ad una le maschere,
come pelli posticce
sopra la pelle vera –
silenziose lacerazioni.
Ma a tanti sipari che si chiudono
quanti saranno
i sipari che si aprono?

 

Cuore di carta

 
Dov’era la speranza
altro fuoco
spicca le sue fiamme.
E il futuro si abbatte
spianato
in un incendio senza orizzonti.
Ho solo cenere e cenere intorno.

Allora vedi
com’è di carta anche il cuore
in questo rogo.

 

Avrei potuto
 
Trepidante ipotesi dispersa
nella nebbia del mio condizionale!
Sarai − persa con gli anni –
baluginante ricordo
d'un mattino d’estate
intatto ancora,
dove la tua speranza è smarrita
a un bivio senza ritorno.
 
Finché solo questo
 
È fiocco di neve  
disciolto
al primo serrarsi del pugno
la mia consistenza.
Ma vedi:  
non ero io che potevo
svelare le spade 
e spaccare le croci.
C’è un limite al tempo,
alle cose –
perfino a noi stessi, lo sai.
 
 
Edera
 
Regina della persistenza!
Verde e tenace è il possesso
che avvinghia 
il tuo mantello a quel muro.
Il tempo, la durata, le radici:
per esistere  la prossima stagione 
ancora fissi e immutabili a sé.
Edera, rampicante sinuoso.
Avrei voluto aderire anch’io
a una certezza.
 
Ali di carta
 
Primavere
di colori e di fuochi
non durano
che l’artificio d’un attimo.
Siamo solo angeli
con le ali di carta,
e anche se sono dorate
non bastano
a farci prendere il volo.
 
 
Trasgredire
 
E poi trasgredire:
il canto, la regola, il gioco.
Perché solo la nota stonata
− la stecca! –
alla fine ci dirà
che esistiamo.
 
Chi sono
 
Acerba
tastavo il mio corpo
e davo forme ai pensieri
per capire chi ero.
 
Matura 
ascolto il mio cuore 
e distillo
domande e ricordi.
 
Ma non ho ancora capito
chi sono.
 
 
Notturno
 
Notturni stellati
sono cieli  
trapunti di nostalgie.
Così fiochi bagliori
− come stelle –
dalle lontananze del tempo
rischiarano 
i sentieri della solitudine.
Altri deserti ancora.
  
 
Farfalla
 
Che il pensiero riacquisti le ali
e si faccia farfalla:
potrà allora volare leggero
sopra questa palude.
Oltre l’immensa distesa
di fango e di sterpi
io so
che si stendono ancora dorati
i campi di grano.
 
Libertà
 
Eri il quadrato di cielo della cella
e nel tuo azzurro terso si perdeva 
lo sguardo incatenato
davanti alla porta chiusa.
Fantasia di voli proibiti
o speranza di un altro possibile:
così ti ho attesa e cercata.
Ma la mia prigione  
era dentro.
 
Attesa
 
Immaginasse lo stagno
come spumeggia d’argento
lo slancio di un’onda  
incontro alla riva.
In quali gorghi torbidi
sospirerebbe allora l’acqua immota
sotto le foglie piatte che sorreggono
il rassegnato pallore delle ninfee.
Così attendo.
 
Tirata come corda d’arciere
allo spasimo della freccia che scocca,
nei granelli di sabbia conto le ore
all’umido chiarore di un’alba nuda.
E l’immobile intreccio dei fremiti
mi attorciglia i minuti e li fa eterni. 
 
 
A chi mi lascia
  
Uscirai come un soffio
        senza fare rumore –
dalle mie pareti di carta
o di mattoni.
Un fantasma che ritorna
al silenzio delle sue ombre.
Discreto.
 
Sarà un tremare d’aria,
un fruscio leggero –
la premurosa cautela 
di una partenza senza saluti
per non svegliare chi dorme.
E d’improvviso capirò
che sei sempre stato lontano.
 
Sarà questa
la tua vera assenza.
 
 
Contrappunto
 
Adesso ho chiuso la porta.
              Adesso  è chiusa la porta.
Ormai chi non è venuto
non verrà più.
              Chi ancora potrebbe venire
              non entrerà.
È tempo di chiudere le imposte
e andare a dormire.
              La tua vita fu un lungo sonno
              che attendeva il risveglio. 
La mia vita fu una lunga attesa
che finisse la notte.
              La tua notte fu una lunga veglia 
              ad aspettare il mattino.
La mia notte è una lunga vita
che ha vegliato in attesa.
              La tua attesa è una lunga vita
              che non ha aperto la porta.
 
 
      Le viscere dell’anima
 
L’infanzia fu una lunga corsa
inciampata a un metro dal traguardo.
La giovinezza è un inganno
per chi è rimasto bambino.
Tra i sentieri di rovi e le ombre cupe,
alberi alti, ululati e strepiti 
     − come allora –
ogni volta mi perdo. 
 
              Voce che vieni 
              dalle viscere dell’anima!
              Perché mi chiami
              se non posso venire? 
 
Decisero i nostri bisogni
e i nostri peccati,
legandoci una corda al piede
per lasciarci andare 
come se fossimo liberi.
Bambina!
Chiusa fuori dalla porta
    − sul pianerottolo
ad aspettare.
Incespicante tra le pietre
o sui gradini, 
eri quel nulla plasmato
a ordini e divieti: inadeguata.
E portavi
segrete paure nel cuore…
 
              Voce che vieni 
              dalle viscere dell’anima!
              Per quanto tempo ancora
              potremo fingere di non udire?
 
Teen-age
 
La felicità era con me 
     − tu dicevi –
nella freschezza degli anni
in cui tanto è possibile. 
Ma io non l’ho vista 
     − dov’era?
Negli interstizi del muro
o dentro l’armadio
     − sotto il letto? –
probabilmente spiava.
Tu mi saziavi di cose, 
con la prodigalità di chi è madre.
Ma quello che solo chiedevo
era ciò che non davi −  
            o tu non potevi?
Così la felicità era con me,
mi dicevi. Ma se c'era,  

era dietro la porta.

Scrutava con sogghigno beffardo 
tutta la mia muta tristezza.
 
 
Migratore 
 
Primavera di eburnei pallori,
così vieni: immobile, scolpita 
in questi sorrisi di marmo.
Con ali tremanti nell’aria turchina
danzano le farfalle sul prato,
mentre in alto ritornano 
− transfughi – 
gli immemori voli dalle terre del Sud.
E domani  migreremo anche noi –
verso dove? verso dove? 
 
Verso la primavera, signori:
la patria delle rondini. 
 
 
Partire
 
Smerigliate parole in saluto,
come mosaici di pietre
cavate dall’anima
a comporre in effigie
lo scroscio
degli addii e dei ricordi.
E tenui bagliori
da intatti mattini
di iridescenti speranze.
Poi solo quest’aspra allegria
che mi piega
malgrado le lacrime
le labbra al sorriso.
 
 
A Pisa, una torre
 
Bianco quel marmo
tagliava in obliquo
l’azzurro
insegnando al mio sguardo
equilibri precari.
Meraviglia è – più che l’arte –
l’imperfezione antica,
che in te l’umano zelo 
puntella,
se – come noi –
piegata al duro peso
così spesso vacilli…
Non cadere!
 
 
Compimento
 
Qui la fine bacia l’inizio
e il cerchio si chiude.
Quanto magico e maestoso
questo ritorno –
oh, mia eterna condanna,
antica croce!
Ma trasparente 
soffiava negli anni
la promessa.
 
       Itaca e altro
 
Oh, cara ombra dei miei anni ignari,
nel silenzio d’allora unica voce!
L’eternità non è più che l’istante
di un moto d’animo fermato
nell’emozione irripetibile.
E se più tardi replicherà se stesso
è solo a ricordare o a suggerire
ciò che il mutar non muta
oltre le forme − e sempre è lì:
parametro, significato inafferrabile,
che analogia riproduce ma non spiega.
 
Itaca e altro, oggi
           sì, lo so.
Ma questa proda che sai
non è spergiuro.
il cuore scorda – anche se tace –
del lungo esilio i fuochi e le promesse.
E darti rivorrei 
fosse anche in simbolo – 
il sogno che mi offristi nel miraggio:
un faro all’orizzonte,
un lume breve.  
 
Milano
 
Sibilano le ore
tra il rullio 
delle auto sul corso
e il fracasso mattutino
delle serrande dei negozi
che si aprono. 
A Pisa volavano
gabbiani sull’Arno,
d’estate e d’inverno.
Qui non vedo 
che i piccioni ingrigiti
della piazza del Duomo –
e talora in un volo suicida
qualcuno di essi si spegne.
Ma canto la tua estate
e l’arsura 
che a te mi rinserra.
Tu mia radice,
tu grembo natale!
Tu sordo richiamo
che ha sempre trafitto
il mio cuore.
 
Non altro 
 
Ora il silenzio cala
e non altro.
Solo minuti battuti
sull’orologio
e sorrisi in cornice
di gente che non c’è più.
Sigarette che colmano
il portacenere – e non altro.
Con tutto il freddo
di questo novembre 
che ghiaccia il cuore.
 
 
Storia breve
 
Si confondono i baci
dell’arrivo e dell’arrivederci,
prima che faccia in tempo
a rubare il segreto 
di qualche scheggia di te.
È questo alterno
abbracciarci e ridividerci
la nostra storia, 
come di treccia che noi
− sue scarne ciocche –
scinde e congiunge
e ci addipana
in questo oscuro nastro
di grovigli
che io non oso più
chiamare amore 
           − o amore è?
Magici andiamo
guardando vetrine
e non sappiamo perché
ci teniamo per mano.

 
Tentato amore
 
Diverso − e sempre 
irriducibile a me.
Altro nei tuoi confini
di pelle e di persona.
Inadeguato alle attese,
mai garantito 
e nemmeno prevedibile. 
Mai parte di me.
Così sarai.
Cosa sempre sfuggente,
eternamente precaria
alla durata.
Mai porto sicuro.
Mai certezza.
 
 
Il trentesimo anno
 
Trentesimo anno:
la soglia paurosa 
è varcata.
Dov’è la tristezza?
− dov’è la nostalgia?
 
I vent’anni 
se ne vanno ormai sazi.
Non so rimpiangerne 
nemmeno un mattino.
 
 
Misura d’intesa 
 
Compagni del tuono
ignorano il silenzio i fulmini.
Labbra precipitose alla parola
spesso non sanno l’ascolto.
Si misura nel tacere
un’intesa.
 
Le monete del desiderio
 
Piuttosto lanciala 
alta nel cielo,  quella moneta –
se un desiderio vuole trovare le ali.
È una tomba di speranze sepolte
lo scintillio
delle monete nel pozzo.
 
 
Frammento di gioia
 
Così pazzi di gioia
lanciarsi a mani aperte
nel giorno.
Bere la vita.
Brillare nel sole.
Approdare nel sogno.
 
Finché la felicità
non riesce più a contenersi
e – traboccando −
si fa lacrima.
 
Vorrei
 
Accrescerti la sete
per placarla
e ubriacarti d’amore
fino a vederti
abbandonato esausto 
al gesto saturo –
questo vorrei.
Insegnarti la gioia
sguardo a sguardo,
perché tu possa sentirmi
ora per ora
dentro ai tuoi giorni
al tuo corpo
alla tua vita.
Viverti dentro.
Come fonte sorgiva,
come sole.
Questo vorrei.
 
Passa piano
 
Non ha fretta 
la dolcezza che spande
attimi immensi.
Tu sfogliali – se vuoi –
ma lento
i miei petali di margherita.
 
     (M’ama o non m’ama?)
 
E dense rendi le gocce
che stilla quest’emozione.
Poi passa.
Ma passa piano
sopra queste ore.
Passa piano – tempo –
sopra questo amore.

 

Ci trafigga ma nel volo

 

Ci trafigga ma nel volo

la luce che fermerà le ali

e placherà per sempre

lo slancio inquieto

di questo viaggio breve.

Sarà dolce allora

precipitare esausti

nel tuo grembo ultimo –

morte, o vita.

 

Possa quel bacio estremo,

amplesso inesprimibile

del gorgo ignoto,

far germinare il senso

di questa esule

frenesia di giorni.

E s’accenda lì

la verità cercata

con la persistenza

e l’affanno

di un prigioniero.

 

Siamo solo rondini cieche,

che volano

perse nel cielo.

 

 Egler Ghinato

 


La mia esperienza di premorte (5)