Trappola di seduzione (racconto breve)


Enrico Bortolotti, titolare dell’agenzia di rappresentanza Purity Extra, indugia un attimo davanti allo specchio prima di uscire di casa. Solleva il mento, scuote leggermente la capigliatura folta – schiarita dal parrucchiere proprio il giorno avanti con colpi di sole – e si volta da un lato, poi dall’altro, per rimirarsi compiaciuto nel completo nuovo, Dolce e Gabbana, che lo sagoma in una linea perfetta. Soddisfatto del proprio aspetto, ancora decisamente attraente per la sua età, apre la porta e scende fischiettando le scale.
Una volta raggiunto il garage e salito sulla Land Rover, ancora si sofferma a esaminare il proprio viso nello specchietto, accarezzandosi la barba ben sfoltita, mentre coi polpastrelli dell’altra mano tenta di levigare la sottile ragnatela di rughe che si dirama dagli occhi tradendo i suoi effettivi quarantacinque anni. Nonostante un po’ di disappunto per quelle rughette dispettose, Enrico si sorride, riconoscendo di avere ancora tutto il fascino per sedurre una donna, e conclude che è ora di smettere di tergiversare con Francesca, per passare invece all’azione. Oggi sarà il giorno della verità.
Da buon venditore, sa bene che alla fine di ogni trattativa bisogna stendere il contratto davanti all’interlocutore, e porgergli la penna con un sorriso, dicendo: «Ecco, prego. Firmi qui.» Solo i novellini esitano di fronte alla titubanza della controparte, lasciandosi così sfuggire la vendita. La stessa cosa vale con le donne.
Anche se con loro è fuori allenamento, urge ormai riesumare le vecchie tecniche di seduzione. O si vince, o si perde. Certo, occorre scegliere il momento giusto. Né troppo presto, né troppo tardi. Altrimenti si rischia uno schiaffo per la temerarietà, o si perde la preda proprio perché sfiancata da un’inutile attesa. Ma se il fiuto non lo inganna, oggi è proprio il giorno perfetto con Francesca.
In questo caso, Enrico sa di avere a che fare con un soggetto difficile. Ma ormai è certo di piacerle. Diversamente non sarebbe mai riuscito – l’altra sera – a inchiodarla a quel muro.  Per rubarle quel lunghissimo bacio c’è voluta un’intera giornata di marcatura stretta, sapientemente predisposta nelle parole, nei gesti e nelle strategiche discese dall’auto, con la scusa di mostrarle suggestivi squarci di panorama dagli androni più appartati. Lei non aveva fatto che svicolare. Irresistibile, proprio per la patina di pretestuosa inconsapevolezza con cui fingeva di non capire le sue allusioni, o per il modo in cui – sull’auto – guardava la mano di lui, che si spostava dalle marce al suo ginocchio, lanciandogli subito quello sguardo severo e interrogativo che lo costringeva a ritrarla. Ma proprio all’ultimo, prima di rassegnarsi a riaccompagnarla a casa, Enrico aveva vinto. Mentre le sue braccia la imprigionavano contro il muro del parcheggio, e lui si chinava su di lei, che era uno scricciolo rispetto al suo metro e ottantacinque di statura, Francesca l’aveva fissato un’ultima volta coi grandi occhi fintamente stupiti, tentando una risatina nervosa. Ma poi si era abbandonata alla sua stretta, completamente docile, vinta ed avvinta. In quel momento l’aveva sentita esattamente come se l’era immaginata. Una strana creatura dolceamara, così fragile da suscitare un istintivo senso di protezione ma insieme tanto forte da non sentirsi quasi degni di lei.
È una grande mascalzonata quella che oggi sta per compiere. Enrico lo sa. Le ha lasciato credere di essere un uomo libero. Lei non se la merita, perché di lui si è fidata. Lui sa anche quanto sia vulnerabile e sola, e conosce il carico che porta sulle spalle. Ha lasciato casa e lavoro, insieme a tutto quello che si era costruita a Milano, per tornare dai genitori anziani a dar sostegno nell’accudimento del padre, malato d’Alzheimer.  Per questo aveva risposto alla sua inserzione di ricerca collaboratori per la vendita a domicilio di depuratori d’acqua. Desenzano non offre grandi opportunità per chi vi si trasferisce a quasi quarant’anni. E lei cercava un lavoro che non la impegnasse a tempo pieno, da autogestirsi, per dare il cambio alla madre nell’assistenza al padre.
Agli inizi, Francesca gli era sembrata solo un’ottima acquisizione per la propria rete vendita. Era una buona venditrice, non c’era che dire. Ma galeotta fu l’auto di lei, che rimase dal meccanico per ben quindici giorni. Non fosse stato per quell’imprevisto, che l'aveva indotto a scarrozzarla lui stesso con la Land Rover alle visite fissate per la vendita del depuratore, restando in auto ad attenderla durante ogni trattativa, non ci sarebbero state tutte quelle giornate insieme, che volavano via quasi in un soffio nei lunghi tragitti da un appuntamento all’altro. E lui non avrebbe mai cominciato a soffermarsi sulle sue gambe e sul suo viso, sulla risata, sull’arguzia, fino a cominciare a desiderarla, desiderarla, desiderarla.
In fondo Enrico non aveva mai tradito, prima, sua moglie. Ma con la scusa che la vecchia Fiat Uno di lei era solo un catorcio poco affidabile, anche a guasto ormai riparato aveva continuato a portarla lui a tutti gli appuntamenti fissati, da una all'altra delle province limitrofe. Gli piaceva infatti rubarle chicche di confidenze durante il tragitto, proprio perché Francesca – a differenza delle altre donne – non era affatto incline a parlare di sé, o del proprio passato. Misteriosa. Questo era lei ai suoi occhi. Aveva semplicità e franchezza, e insieme sapeva essere sottilmente caustica e provocatoria. In una parola, era intrigante. Lo sapeva prendere sottilmente in giro, come lui non avrebbe mai permesso alle altre collaboratrici. Ma le sue piccole sfide lo divertivano. Aveva carattere quella donna. Sembrava minuta e fragile, ma era una lottatrice nata. E questo gli piaceva molto di lei. Era la donna che uno avrebbe voluto al proprio fianco per la vita, perché sarebbe stata capace di condividere la buona e la cattiva sorte. Ma ogni volta che arrivava a questo pensiero, la sua mente inciampava e faceva dietrofront. Allora s’accontentava di godersela nei limiti concessi dal rapporto lavorativo, sostando semmai più a lungo nei bar, quando mangiavano insieme un panino alle ore più improbabili. Aveva anche preso l’abitudine di lasciarla scegliere i tramezzini che preferiva, solo per chiederle poi di fare a metà coi suoi. Era un modo per sentirsi in bocca il sapore che gustava lei, fantasticando così quello delle sue labbra, quando ancora non lo conosceva.  Quel sapore che oggi lo sazierà fino in fondo – o così lui spera.  

È ormai già in strada da mezz’ora quando dà un’occhiata all’orologio e la chiama col cellulare.
«Buongiorno!» le dice, cadenzando il saluto con voce sonora. «Come va? Oggi sono dalle tue parti. Sei libera per pranzo? Potremmo mangiare insieme…»
Non l’ha mai invitata a pranzo prima. A prendere un caffè, sì. A consumare insieme panini nelle soste di lavoro, anche. Adesso però sta azzardando un vero e proprio invito. Avrebbe accettato?
«Per che ora?» gli domanda Francesca. «In mattinata ho degli impegni, ma verso l’una sono libera.»
«Verso l’una è perfetto. Passo a prenderti sotto casa. A dopo.»
Lo dice tutto d’un fiato e riattacca, tirando un sospiro. Ora non resta che predisporre i dettagli.
Si ferma, lungo il tragitto, in un negozio di intimo. Cerca un completo sexy di boxer e canottiera. Quando ne trova uno che gli aggrada, sconcerta la commessa chiedendole di togliere i cartellini, perché vuole andare nel camerino a indossarlo subito. Esce dal negozio soddisfatto, con la sua biancheria smessa dentro al sacchetto, sentendosi pronto per l’intimità che si prefigge. Poi si dirige con la Land Rover verso quella locanda che ha in mente, dove lo attende una trattativa delicata.
La locanda – che ha già sfruttato per cene di lavoro – ha una decina di camere ai piani superiori. I proprietari sono un’anziana coppia dall’indole malleabile. Si tratta di contrattare un prezzo ragionevole perché gli concedano una delle camere solo per un’ora, come se si trattasse di un motel.
Prende da parte il titolare – il vecchio Antonio – contando sulla naturale complicità maschile in queste faccende. Trattano per un po’, finché si mettono d’accordo sul prezzo. Prima di andarsene chiede di dare un’occhiata alla stanza, e si raccomanda che venga ben riscaldata, visto il freddo che imperversa fuori.
La camera è al secondo piano, quello mansardato. Ha travi a vista al soffitto e bei mobili d’arte povera. Il pavimento è in parquet. Il grande letto in ciliegio è ricoperto da un piumone di penne d’oca. Le finestrelle hanno gli scuri in legno e spesse tende arancione. Il bagno è piccolo, ma fornito di doccia e sanitari moderni. Soprattutto è pulito.
Perfetto, pensa Enrico. Sarà il nido ideale per la loro prima volta – che poi dovrebbe essere anche l’ultima.
Lui non può permettersi una relazione extraconiugale. Ma occorre cavarsi Francesca dal sangue, e questo è l’unico modo. Dopo, riuscirà a tornare a dedicarsi al lavoro con un po’ più di efficienza, invece di continuare a perder tempo facendole da autista anche adesso che l’auto le è stata riconsegnata, o deviando il tragitto per portarsi dalle sue parti, solo per offrirle estemporanei caffè nei giorni in cui non hanno programmi di visite insieme.
Da domani – vada comunque vada! – la sua vita tornerà quella di prima. E Francesca smetterà di venirlo a trovare nei sogni e di farglielo venire duro solo a pensarla.  Bisogna portarsela a letto, una donna, per riuscire a dimenticarsene.

Ha temuto uno schiaffo quando l’ha guidata oltre la sala di ristorazione – invece di invitarla ad accomodarsi – fino al bancone sul retro del locale, dove Antonio gli ha allungato la chiave della camera, chiedendo a entrambi i documenti.
A quel punto non ha osato guardarla se non con la coda dell’occhio, trattenendo il respiro.
Lei è apparsa, sulle prime, disorientata e perplessa. Ecco! Adesso arriva la scenata, si è detto. Invece no. Francesca ha esitato, ma poi ha cercato nella borsa il portafoglio per estrarne la carta d’identità, che ha deposto sul bancone. In silenzio hanno seguito Antonio, che ha fatto strada fino alla mansarda, alla camera prescelta. Richiusa la porta, lui le si è parato davanti, fissandola negli occhi senza dire parola. E lei ha sorriso.

Usciti dalla locanda, lui si tiene prudentemente discosto, casomai occhi indiscreti potessero vederli. Solo una volta risaliti sulla Land Rover, le sposta dal viso una ciocca di capelli. Intanto si domanda se deve spiegarle qualcosa, se è questo il momento per dirle che ha moglie e due figli, proprio perché lei non si faccia illusioni. Ma Francesca lo guarda, sorride, e gli dice semplicemente: «Grazie. Per questa bella sorpresa.»
Tutti i discorsi che si era preparato per liquidarla, sbarazzandosi di lei non appena si fosse tolto il capriccio, vanno in frantumi all’istante. Un varco gli si è aperto nel cuore. Non può più rinunciare a lei, non adesso che l’ha finalmente sentita sua.
La guarda. Poi china il capo sul volante, sconfitto.
«Sono sposato» confessa in un filo di voce. E adesso glielo dice soltanto perché non può più ingannarla.
«Lo sapevo» replica lei, passandogli una mano tra i capelli. «Tua moglie mi ha chiamata l’altro giorno, per chiedermi se ti avevo visto. Penso sospetti qualcosa per via del troppo tempo che hai speso con me in queste settimane. Ma l’ho tranquillizzata, non temere.»
Lui la guarda sorpreso.
«Non mi aspetto niente da te, Enrico. Ciascuno di noi ha i propri vincoli. Viste le condizioni di mio padre, sono io la prima a non potermi permettere nessuna relazione impegnativa. Posso prendermi solo le briciole di quello che vorrei. Va bene così.»
È lei! È la donna che ha sempre sognato. Ormai ne è certo. Non può più farne a meno. Un fuoco lo investe, e incenerisce di colpo dodici anni di matrimonio, incomprensioni, litigi, e aspettative deluse.
La sposa cinque anni dopo, quando lei ha ormai perduto entrambi i genitori e lui ha divorziato da sua moglie.


Egler Ghinato, 2013

La mia esperienza di premorte (5)