L'invenzione del professor Shandorf (racconto breve)


Sto indugiando beato nella contemplazione dell’universo, quando Tau mi si avvicina e mi dice: «Guarda quell’uomo. Secondo me, tanta determinazione meriterebbe il nostro soccorso…»
«Quale uomo?» domando riscuotendomi. «Dove? Quando?»»
«Pianeta Terra, anno 2122. Stato dell’Indiana, Discovery Park. Il professor Thomas Shandorf» mi risponde Tau.
Fisso su quel luogo e in quel tempo la mia volontà di vedere. Danzano i mondi tutt’intorno a me, si avvicendano i tempi. E si avvicina la Terra, s’ingrandisce fino a mostrarmi l’America, quindi gli Stati Uniti, e l’Indiana, la contea di Tippecanoe, giù giù, fino al campus dell’Università Purdue, al polo di ricerca interdisciplinare del Discovery Park, a un bianco edificio svettante, a un laboratorio del terzo piano...  Ed eccolo lì! Il professor Shandorf, impegnato al lavoro. Un uomo sulla cinquantina, in camice bianco. 
«È forse uno dei tuoi protetti?» chiedo a Tau  
«No, Beta. Ma osserva la sua storia dal principio.»
Mi concentro nel riportare la visione all’indietro, fino alla sua nascita. Vedo il bambino venire al mondo, muovere i primi passi, giocare. Con la tacita autorizzazione di Tau scorro via veloce gli anni d’infanzia. Passo all’adolescenza, ai successi scolastici, ai primi amori. Poi vengono la laurea in neuroingegneria biomedica, gli anni del dottorato, il matrimonio, la nascita di sua figlia. Scorrono i traguardi professionali, i riconoscimenti per le sue scoperte, la cattedra a Harvard. Sento tutto il dolore di quando gli muore la moglie. L’osservo accettare la direzione del laboratorio d’ingegneria biomedica al Discovery Park. Infine arrivo al giorno della rapina alla gioielleria. Vedo i ladri che si lasciano prendere dal panico, cominciano a sparare, e sua figlia che cade a terra, colpita.
È ancora viva, ma giace sul pavimento in una pozza di sangue. I rapinatori sono fuggiti. Il direttore della gioielleria è rimasto ucciso. Tutti i commessi sono atterriti. Lui è chino sul corpo della figlia, in lacrime. «Catherine! Resisti… Non mollare... Sono qui con te…»
Accanto a Catherine, sul pavimento, c’è ancora il pacchettino rosso del girocollo d’oro che l’aveva portata a scegliere, come regalo per il diciottesimo compleanno. Al sopraggiungere dei rapinatori, Catherine l’aveva lasciato cadere. Loro non l’hanno raccolto.
Suono di sirene spiegate. L’ambulanza è arrivata. I paramedici caricano Catherine sull’ambulanza. Il padre sale con lei.
In ospedale, qualche ora dopo, il verdetto del chirurgo: si salverà, ma una delle pallottole ha leso la quarta vertebra cervicale. Resterà tetraplegica per il resto della vita.
«Sono ormai quattro anni che la figlia è immobilizzata su un letto, perfettamente lucida, ma ridotta a un tronco» mi dice Tau. «Shandorf ha già consultato tutti i più importanti fisici quantistici.  Voleva scoprire un modo per trasferire Catherine in un universo parallelo, dove la rapina alla gioielleria non fosse mai avvenuta.»
Universi paralleli… Ah, l’eterna illusione degli umani sulle alternative che non hanno potuto sperimentare! Come se potessero spostarsi da un universo all’altro per riprendersi la vita da quel certo bivio che si sono lasciati alle spalle, e riparare così a tutti i propri errori…
«Ormai si è reso conto che questo non è possibile» aggiunge Tau. «Ed è andato oltre. Guarda anche tu, Beta.»
Thomas Shandorf è solo nel suo laboratorio. Armeggia frenetico tra dispositivi di lettura della memoria, generatori di onde elettromagnetiche, apparecchiature elettroniche e sofisticati software informatici. Poi si sdraia sul lettino, indossa una specie di casco, s’infila un ago in vena, e lascia che il propofol faccia effetto, cadendo subito addormentato. Sta facendo esperimenti su se stesso.
Al risveglio si toglie il casco e sospira sconsolato. Ha sognato all’incirca quello che voleva, secondo la traccia narrativa predisposta a computer. Ma non è riuscito a raccordare con precisione il sogno con il precedente. La continuità della vicenda resta approssimativa. La visione onirica è ancora lontana dall’essere sfrondata dalle incoerenze e dalle trasformazioni immaginifiche. Gli scenari continuano a trasmutare repentinamente. Ancora i personaggi cambiano aspetto nel corso della storia, pur conservando la loro identità. Ancora manca al sogno l’indispensabile realismo della vita vera.
Eppure l’unico universo alternativo accessibile è proprio questo. Il mondo dei sogni. Deve essere questo! Purché si riesca a manipolarlo e ad apportarvi coerenza…
Così si ostina a pensare il professor Shandorf, nell’intenzione di restituire a Catherine qualcosa di più del simulacro di autonomia che è riuscito a regalarle grazie alle mirabolanti soluzioni robotiche, a comando vocale, che ha predisposto attorno al suo letto. Lui vuole che sua figlia possa di nuovo alzarsi, camminare, correre, montare a cavallo, tuffarsi in piscina.  Questo, lei non potrà più farlo nella vita reale. Ma quando Catherine dorme – quando sogna – le è ancora possibile. Se lui riuscisse a mettere a punto il suo macchinario, potrebbe offrirle una vita aggiuntiva, che prenderebbe avvio al suo addormentarsi, non appena il sonno R.E.M. la trasportasse in quel mondo dove le leggi della fisica non hanno più alcun valore, e l’attributo corporeo è solo quello che la mente sa concepire, svincolato dalla paralisi e dalle limitazioni del corpo.  Nella dimensione onirica la vita di Catherine potrebbe ricominciare da dove le è stata tolta.
«Come vorresti aiutarlo?» domando a Tau.
«Fornendogli la soluzione per realizzare la sua invenzione.»
Sono perplesso. A che pro?
Si tratterebbe inoltre di un’interferenza enorme sulle sorti degli umani, incompatibile con quanto ci è concesso. Glielo dico. Le conseguenze potrebbero essere inquietanti. La questione va ben oltre Thomas Shandorf e sua figlia Catherine.
«No, non è così. Le conseguenze riguarderebbero solo Shandorf, Catherine, e pochi altri» ribatte Tau. «Guarda tu stesso questo futuro alternativo.»
Spalanco col pensiero il corso alternativo delle cose, quello in cui Shandorf realizza la propria invenzione, dopo che Tau gli suggerisce – proprio in sogno – l’equazione cruciale.
Vedo quindi il dispositivo neurologico di controllo onirico finalmente ultimato. Gli umani possono disporre adesso di due vite, quella della veglia e quella dei sogni. Quando la prima si sospende, inizia l’altra, che s’interrompe al risveglio. Il ritmo circadiano diventa così l’alternanza di due storie, quella della vita fisica e quella della vita onirica, parallele e parimenti significative.
Dopo la sperimentazione condotta su di sé fino al completo perfezionamento del dispositivo, il professore ha messo il prototipo a disposizione della figlia. Ora per Catherine la tetraplegia è solo l’incubo dei suoi risvegli, perché nei sogni ha ripreso a vivere la vita che ha perduto: si è iscritta al college, studia, s’innamora, va alle feste.
È l’invenzione del secolo. Ogni persona affetta da menomazione fisica irreversibile vi guarda carica di speranza. Shandorf si è impegnato ad avviarne la produzione in serie, per distribuire quel dispositivo onirico a tutti gli sventurati. Ma il mondo è diviso sull’argomento, i dibattiti non si contano. C’è chi vi vede solo un formidabile strumento di compensazione per quanti sono affetti da malattie degenerative o sono stati colpiti da traumi invalidanti, ma altri già paventano il suo possibile utilizzo indiscriminato, come mezzo di evasione dalla realtà per chiunque cerchi facili soddisfazioni illusorie. Già parecchi Stati si affrettano a disporre limitazioni alla sua prossima distribuzione e regolamentazioni sul suo utilizzo.  Ma a Shandorf importa soltanto d’aver visto gli occhi di Catherine scintillare di gioia a ogni risveglio, dopo che ha cominciato ad addormentarsi indossando il casco.
Mentre produzione e commercializzazione procedono a rilento, impantanandosi tra le pastoie legislative, Catherine comincia tuttavia a deperire inspiegabilmente, dopo sei mesi di utilizzo continuativo della macchina. Shandorf si allarma e la sottopone a tutti i possibili accertamenti medici. Ma nessuna causa organica viene riscontrata per quel repentino processo di consunzione.
Sospettando che possa trattarsi di qualche subdolo effetto collaterale del dispositivo, il professore decide di toglierglielo, nonostante le sue proteste, riservandosi di procedere a ulteriori verifiche. Tuttavia, anche se privata del dispositivo, Catherine continua a deperire.
Muore tre settimane dopo, per arresto cardiaco, ormai con tutti i parametri vitali ridotti a un lumicino.
«Non mi sembra che quest’alternativa costituisca un’opzione così allettante, Tau» commento, interrompendo la visione. «Perché mai vorresti aiutare Shandorf a costruire proprio la macchina che ucciderà sua figlia?»
«Solo così potrà liberarla dalla sua prigione…» mi risponde lui. «Questo tipo di soccorso non ci è vietato. Catherine stessa gli ha domandato più volte, prima dell’invenzione, di aiutarla a morire. Ma Shandorf non è capace di scegliere per sua figlia l’eutanasia… »
«Si, ma poi Shandorf si renderà conto di averla comunque uccisa…»
«Con tutt’altre intenzioni, però! E quindi senza troppi rimorsi» protesta Tau. «Non capirà nemmeno la vera ragione per cui l’apparecchiatura ha provocato la morte della figlia.»
«E quanti altri decessi si daranno, a causa di questo dispositivo?»
«Nessuno. Con la morte di Catherine la produzione sarà subito fermata, e gli apparecchi in circolazione verranno ritirati prima di arrecare danni.»
«Ma se qualcuno, proprio riesaminando l’esperimento, capisse?» rincaro. «In fondo, in assenza di cause organiche, una morte per consunzione rende tutto così evidente…»
«Se qualcuno capisse cosa? Che i sogni sono il cibo dell’anima? Che ogni organismo animato ne ha bisogno, proprio per rifocillarsi quotidianamente presso la propria dimensione d’origine?» incalza Tau. «Che non si possono manipolare a quel modo, senza spezzare il cordone ombelicale che connette l’anima alla nostra dimensione? Che farlo significa costringerla a lasciare anzi tempo il corpo in cui si è incarnata?»
«Sì, Tau. Proprio questo. Ti rendi conto che il nostro intervento rischierebbe di cambiare il futuro del genere umano?» insisto. «L’evidenza dell’esistenza dell’anima, devono trovarla da soli. Senza il nostro aiuto, lo sai.»
«Ma sono troppo materialisti per capire, Beta! Non sono capaci né di vedere né di dedurre quello in cui non credono» replica Tau. «Guarda il seguito. Guarda tu stesso come la stampa e la comunità scientifica liquideranno invece l’invenzione del professor Shandorf!»
Porto la visione di quel futuro alternativo un po’ più avanti. E leggo i titoli dei giornali: “IL DISPOSITIVO DEL PROFESSOR SHANDORF EMETTE ONDE LETALI PER IL CERVELLO UMANO.”
«Ah! Se le cose stanno così…» esclamo. «Penso che tu abbia ragione, Tau. Puoi svelargli l’equazione, se ti fa piacere. Tutto resterà comunque immodificato.»

Egler  Ghinato, 2011

La mia esperienza di premorte (5)