Mia sorella Edvige (racconto breve)


È mezzanotte passata quando squilla il telefono. Non il cellulare, il fisso. Quello di cui ben pochi hanno il numero. Io sono ancora al computer, con un posacenere accanto, colmo di mozziconi di sigaretta. A quest’ora possono essere solo brutte notizie.
Infatti. È mio cognato, che parla con voce strozzata.
«Eliana… Sono Paolo…» biascica lui. «C’è stato un incidente… Edvige…»
«Edvige?» incalzo, sentendo già le ginocchia che mi si piegano. «Cos’è successo a Edvige?»
«Un incidente, sulla statale… Era andata a una delle sue serate di beneficenza…»
«Come sta? Dov’è adesso?» chiedo allarmata.
«È in sala operatoria. L’hanno portata all’ospedale di Bassano… Io sono appena arrivato, con i ragazzi…»
«Quant’è grave?»
Non lo sa. Parla a frasi smozzicate, s’interrompe, piange. Non è neppure riuscito a vederla. Era già in sala operatoria quando è arrivato. I medici hanno detto le solite cose. Che stanno facendo il possibile. In realtà non sanno ancora nulla. Hanno parlato di gravi lesioni interne. Tutta colpa di un cretino, che ha invaso la sua corsia e l’ha fatta andare a schiantarsi contro un platano, per evitare il frontale.
«Sto arrivando. In un paio d’ore sono lì» cerco di tagliar corto, per non sprecare altro tempo.
«Ho tanta paura che…»
«Ce la farà, Paolo» tento di dirgli, rauca, prima che finisca la frase.
«Tu non hai avuto nessun presentimento?»
Sospiro. Ci si aggrappa proprio a tutto quando ci si sente appesi a un filo. Anche alla telepatia dei gemelli. Come se Paolo ci avesse mai creduto!
«No, nessuno. Vedrai che se la caverà. Sta tranquillo. Altrimenti l’avrei sentito su di me quello schianto» gli dico per rassicurarlo.
In dieci minuti ho raccattato un cambio abiti, l’ho infilato in un borsone e sono volata al garage. In meno di un quarto d’ora sono in autostrada.
Ho paura, una paura tremenda che Edvige possa davvero morire. Mia sorella non deve morire. Non prima di me.
– E perché? – mi domanda una voce importuna dentro la testa.
Perché non è giusto! Perché è lei la migliore. Perché ha un marito, due figli adolescenti, e non beve e non fuma. Perché sono io quella che ha sempre sfidato la vita, non lei. E perché non ho fatto in tempo a dirle quanto le voglio bene.
Dio, prendi me, piuttosto. Io non lascio nessuno, lo sai.

Dalmine. Ho già passato il casello di Dalmine. E intanto i pensieri corrono, altrove.
Vent’anni fa, a una sagra di paese, una fattucchiera vide nella sua sfera di cristallo un incidente d’auto, un’ambulanza e una lapide. Disse che in quell’incidente sarebbe morta una di noi, prima dei quarant’anni. Eravamo due adolescenti, e per gioco eravamo entrate insieme nel tendone, a farci predire il futuro.
Maledetta! Era quello il modo di spaventarci?
«Quale di noi?» chiesi.
«Chi di voi si chiama Eliana?» domandò la vecchia.
Noi ci guardammo perplesse, ma subito io mi riscossi e risposi: «Eliana sono io.»
Quando raccontammo la cosa a zia Giovanna, qualche giorno dopo, poco mancò che non sporgesse denuncia. Si precipitò alla sagra, per dirgliene quattro, a quella spaventa-ragazzine. Ma il tendone era già sparito. Allora cercò di persuaderci che erano tutte fandonie, che quella vecchia pazza aveva orecchiato il mio nome e sfruttato l’indizio per impressionarci.
«Ma non crederete a queste stupidaggini?» rincarò lo zio. «Come l’avrebbe letto, dentro la sfera di cristallo, un nome su una lapide? Ha usato forse una lente d’ingrandimento?»
È un’assurdità, mi dico. Si trattava di una predizione inverosimile. Scaccio via il ricordo.
Sono già all’altezza di Seriate. Devo arrivare in fretta. Al diavolo il controllo elettronico della velocità, le multe, la perdita dei punti. Voglio essere lì, quando mia sorella uscirà dalla sala operatoria e riprenderà conoscenza. Sono più di sei mesi che non la vedo.
La mia gemella. Eravamo identiche da bambine. Nostra madre ci aveva dato due nomi con la stessa iniziale e si divertiva a vestirci con abitini uguali. Cambiava solo il colore dei nastri con cui ci legava i capelli, perché gli altri potessero distinguerci. Lei non ne aveva bisogno, era l’unica a riconoscerci sempre. Quando ci scambiavamo i nastri colorati e recitavamo l’una la parte dell’altra, perfino nostro padre cadeva immancabilmente nel tranello. Per tutta l’infanzia noi due siamo state una cosa sola.
Identità. Vocabolo paradossale. Vale a indicare la perfetta uguaglianza di due gemelle omozigoti e insieme a definire la consapevolezza di sé come essere unico, quella che dovrebbe esistere precocemente in ciascuno di noi. Non così per me. A lungo io sono stata talmente identica a un altro essere umano da non riuscire a distinguermi. La mia identità fu solo una conquista tardiva, che prese forma a una festa – quando avevamo quattordici anni – e il ragazzo che piaceva a entrambe si avvicinò a lei per invitarla a ballare, senza esitare nello scegliere tra le due. Quando poi vidi, durante quel lento, le labbra di lui sfiorare le sue, scoprii per la prima volta di essere altra e distinta, perché quel bacio colorava le gote di mia sorella ma non scaldava le mie.  
Avevamo sempre condiviso tutto. In quel momento scoprii, tuttavia, che la vita è condivisibile solo in parte. Allora la simbiosi si spezzò, e mi volli ferocemente diversa. Così mi ossigenai i capelli e li tagliai cortissimi, presi atteggiamenti opposti a quelli di mia sorella, m’iscrissi a un’altra scuola, e alzai tra noi una palizzata che ha segnato fino a oggi i nostri confini. Lei divenne la segretaria zelante, la sposa devota, la madre amorevole, la donna indaffarata nel sociale. Io studiai lingue, andai all’estero, divenni interprete, mi stabilii a Milano, e passai da un uomo all’altro senza cercare né matrimonio né figli.
Spesso ho pensato a noi come allo yin e allo yang del taoismo. Lei la buona, la dolce, la bella. Io l’arrogante, la ribelle, la cinica. Ma ho sempre considerato il cerchio del tao l’unico intero, e noi solo due persone condannate a una vita diversa perché troppo uguali. E voglio dirglielo, adesso. Voglio farle capire che non l’ho mai giudicata per le sue scelte, per il matrimonio precoce che rimediava a una gravidanza imprevista, per la dedizione a quei due figli che sono una favola, per le incessanti attività di parrocchia. E non mi importa se lei giudica e disprezza me, la mia vita irrequieta, il mio aborto, l’avvicendarsi di uomini che sanno scaldare il mio letto ma non il mio cuore. Voglio solo che viva. Perché era mia la lapide che vide la fattucchiera nella sua sfera magica. Perché sono io che porto scritto sui documenti il nome di Eliana. E se morte dev’essere, è questa Eliana che deve morire. Io sono pronta, lei no. Paolo e i ragazzi ancora hanno troppo bisogno di lei. Di me non ha bisogno nessuno.

Sono ormai a Brescia. Inizia una pioggerellina sottile. L’occhio intravede nel buio, alla mia destra, la scultura svettante che ne marca l’uscita. Ma il pensiero continua per i suoi sentieri senza prestare attenzione alla strada.
– Non si può ingannare la Morte – dice impertinente la voce dentro di me.
Ma non si tratta di inganno. È solo la mia lapide che può portare quel nome.
Signore, Ti prego! Dimmi che la fattucchiera l’ha letto proprio sulla lapide, il nome. O dimmi che è solo una coincidenza beffarda questo incidente, e non c’entra nulla con la sua profezia.

«Guarda che ha predetto la mia morte, non la tua…» mi disse mia sorella quel giorno.
«Non dire sciocchezze!» replicai. «Chi è Eliana? Sono io, no?»
«Sai che però non è così…» replicò lei.
«Ma ormai, per tutti, è proprio così. Solo noi due conosciamo la verità. E poi, se ha visto la lapide…»
«Ma non ha detto di aver letto il nome sulla lapide.»
«Senti, o si è inventata tutto, e allora non c’è nessun incidente che incombe… Oppure ha letto il nome sulla lapide, e allora quello è il mio nome» insistetti.
Scambiarci l’identità era stato il nostro gioco fin da piccole. A scuola avevamo imparato a scrivere con una grafia quasi uguale. Ci alternavamo continuamente di posto, e io siglavo a suo nome i miei compiti, lei i miei. Ci sostituivamo a vicenda nelle interrogazioni, a seconda di chi si sentisse più preparata. Nessuno ci sapeva distinguere se non per il colore dei nastri ai capelli, che noi però ci scambiavamo a piacimento. Solo nostra madre ne era capace. Ma lei morì di cancro quando avevamo otto anni, e noi andammo a vivere con zia Giovanna. Nostro padre era sempre in viaggio. Quando veniva a trovarci si fidava del nome che gli dichiaravamo. Anche gli zii. Così le nostre identità si scambiarono senza posa fino a quando lei venne operata d’urgenza per un’appendicite. Anche quella mattina avevamo invertito le parti, ed era toccato a lei essere Edvige. Dopo l’operazione, quella cicatrice ci distinse. E fu Edvige, secondo le carte dell’ospedale, a subire l’intervento. Avevamo undici anni. Da allora Eliana restò Edvige. E io, che ero Edvige, divenni Eliana. Per sempre.
Ma allora, quale Eliana è destinata a morire in un incidente d’auto? L’Eliana dei documenti sono io dal giorno di quell’appendicite. Ma l’Eliana vera è lei. Noi due lo sappiamo.
Questo sto pensando, mentre comincia a piovere forte e richiamo Paolo sul cellulare.
«Com’è la situazione? Ho appena passato Verona…»
«È ancora in sala operatoria» mi dice. «Non riescono a fermare l’emorragia…»
Chiudo la telefonata.
Non voglio! Non voglio che sia lei a morire.
La Morte non si lascia ingannare – ripete la voce.
Odio questa voce dentro la mia testa. L’acqua scroscia pesante sui vetri dell’auto. Vedo una curva quasi a gomito profilarsi più innanzi. La vedo e d’improvviso decido. Voglio con tutto il mio essere rovinare alla Morte i suoi piani. Il pensiero è nitido dentro di me quanto la soluzione che d’improvviso ho intravisto.
Schiaccio a tavoletta l’acceleratore. E non sterzo.
Prendi me, Padre. Prendi me al posto suo, te ne prego.

Silenzio. Vedo la pioggia che cade, ma non mi sento bagnata. Vedo un’auto ribaltata, accartocciata al di là del guardrail. Sento la sirena di un’autoambulanza. Fari lampeggiano attorno e persone si assiepano sulla corsia d’emergenza. Vedo un corpo che viene estratto dalle lamiere. Il mio corpo. Poi mi sento risucchiare in un tunnel al cui fondo intravedo una luce abbagliante. Non sento più niente. Sto bene, di un bene immenso, infinito.
Quando sono in fondo, vedo lì mia sorella, che mi sorride.  C’è anche lei qui. Perché?
Subito mi ricordo del suo incidente.
Poi, oltre uno schermo di luce, appare nostra madre, che ci sorride. Guardo Eliana. Entrambe ci stiamo muovendo per oltrepassare la barriera di luce e ricongiungerci a lei.
«No» le dico. «Ritorna. Paolo e i ragazzi ti stanno aspettando, hanno bisogno di te. Lascia che ad andare sia io…»
Lei scuote il capo, come a vietarmelo, e tenta di invitarmi a tornare. Ma io la precedo, oltrepassando di slancio quella barriera di luce che non ammette ritorno. Sono appresso a mia madre ora, nella pienezza del Tutto. Vedo Eliana, al di là dello schermo di luce, guardarmi con espressione smarrita. Poi la vedo scomparire, risucchiata all’indietro nel tunnel, per ritornare a quel mondo dove l’amore d’altri l’attende.
Io vado oltre.

Egler Ghinato, 2008

L'invenzione del professor Shandorf (racconto breve)


Sto indugiando beato nella contemplazione dell’universo, quando Tau mi si avvicina e mi dice: «Guarda quell’uomo. Secondo me, tanta determinazione meriterebbe il nostro soccorso…»
«Quale uomo?» domando riscuotendomi. «Dove? Quando?»»
«Pianeta Terra, anno 2122. Stato dell’Indiana, Discovery Park. Il professor Thomas Shandorf» mi risponde Tau.
Fisso su quel luogo e in quel tempo la mia volontà di vedere. Danzano i mondi tutt’intorno a me, si avvicendano i tempi. E si avvicina la Terra, s’ingrandisce fino a mostrarmi l’America, quindi gli Stati Uniti, e l’Indiana, la contea di Tippecanoe, giù giù, fino al campus dell’Università Purdue, al polo di ricerca interdisciplinare del Discovery Park, a un bianco edificio svettante, a un laboratorio del terzo piano...  Ed eccolo lì! Il professor Shandorf, impegnato al lavoro. Un uomo sulla cinquantina, in camice bianco. 
«È forse uno dei tuoi protetti?» chiedo a Tau  
«No, Beta. Ma osserva la sua storia dal principio.»
Mi concentro nel riportare la visione all’indietro, fino alla sua nascita. Vedo il bambino venire al mondo, muovere i primi passi, giocare. Con la tacita autorizzazione di Tau scorro via veloce gli anni d’infanzia. Passo all’adolescenza, ai successi scolastici, ai primi amori. Poi vengono la laurea in neuroingegneria biomedica, gli anni del dottorato, il matrimonio, la nascita di sua figlia. Scorrono i traguardi professionali, i riconoscimenti per le sue scoperte, la cattedra a Harvard. Sento tutto il dolore di quando gli muore la moglie. L’osservo accettare la direzione del laboratorio d’ingegneria biomedica al Discovery Park. Infine arrivo al giorno della rapina alla gioielleria. Vedo i ladri che si lasciano prendere dal panico, cominciano a sparare, e sua figlia che cade a terra, colpita.
È ancora viva, ma giace sul pavimento in una pozza di sangue. I rapinatori sono fuggiti. Il direttore della gioielleria è rimasto ucciso. Tutti i commessi sono atterriti. Lui è chino sul corpo della figlia, in lacrime. «Catherine! Resisti… Non mollare... Sono qui con te…»
Accanto a Catherine, sul pavimento, c’è ancora il pacchettino rosso del girocollo d’oro che l’aveva portata a scegliere, come regalo per il diciottesimo compleanno. Al sopraggiungere dei rapinatori, Catherine l’aveva lasciato cadere. Loro non l’hanno raccolto.
Suono di sirene spiegate. L’ambulanza è arrivata. I paramedici caricano Catherine sull’ambulanza. Il padre sale con lei.
In ospedale, qualche ora dopo, il verdetto del chirurgo: si salverà, ma una delle pallottole ha leso la quarta vertebra cervicale. Resterà tetraplegica per il resto della vita.
«Sono ormai quattro anni che la figlia è immobilizzata su un letto, perfettamente lucida, ma ridotta a un tronco» mi dice Tau. «Shandorf ha già consultato tutti i più importanti fisici quantistici.  Voleva scoprire un modo per trasferire Catherine in un universo parallelo, dove la rapina alla gioielleria non fosse mai avvenuta.»
Universi paralleli… Ah, l’eterna illusione degli umani sulle alternative che non hanno potuto sperimentare! Come se potessero spostarsi da un universo all’altro per riprendersi la vita da quel certo bivio che si sono lasciati alle spalle, e riparare così a tutti i propri errori…
«Ormai si è reso conto che questo non è possibile» aggiunge Tau. «Ed è andato oltre. Guarda anche tu, Beta.»
Thomas Shandorf è solo nel suo laboratorio. Armeggia frenetico tra dispositivi di lettura della memoria, generatori di onde elettromagnetiche, apparecchiature elettroniche e sofisticati software informatici. Poi si sdraia sul lettino, indossa una specie di casco, s’infila un ago in vena, e lascia che il propofol faccia effetto, cadendo subito addormentato. Sta facendo esperimenti su se stesso.
Al risveglio si toglie il casco e sospira sconsolato. Ha sognato all’incirca quello che voleva, secondo la traccia narrativa predisposta a computer. Ma non è riuscito a raccordare con precisione il sogno con il precedente. La continuità della vicenda resta approssimativa. La visione onirica è ancora lontana dall’essere sfrondata dalle incoerenze e dalle trasformazioni immaginifiche. Gli scenari continuano a trasmutare repentinamente. Ancora i personaggi cambiano aspetto nel corso della storia, pur conservando la loro identità. Ancora manca al sogno l’indispensabile realismo della vita vera.
Eppure l’unico universo alternativo accessibile è proprio questo. Il mondo dei sogni. Deve essere questo! Purché si riesca a manipolarlo e ad apportarvi coerenza…
Così si ostina a pensare il professor Shandorf, nell’intenzione di restituire a Catherine qualcosa di più del simulacro di autonomia che è riuscito a regalarle grazie alle mirabolanti soluzioni robotiche, a comando vocale, che ha predisposto attorno al suo letto. Lui vuole che sua figlia possa di nuovo alzarsi, camminare, correre, montare a cavallo, tuffarsi in piscina.  Questo, lei non potrà più farlo nella vita reale. Ma quando Catherine dorme – quando sogna – le è ancora possibile. Se lui riuscisse a mettere a punto il suo macchinario, potrebbe offrirle una vita aggiuntiva, che prenderebbe avvio al suo addormentarsi, non appena il sonno R.E.M. la trasportasse in quel mondo dove le leggi della fisica non hanno più alcun valore, e l’attributo corporeo è solo quello che la mente sa concepire, svincolato dalla paralisi e dalle limitazioni del corpo.  Nella dimensione onirica la vita di Catherine potrebbe ricominciare da dove le è stata tolta.
«Come vorresti aiutarlo?» domando a Tau.
«Fornendogli la soluzione per realizzare la sua invenzione.»
Sono perplesso. A che pro?
Si tratterebbe inoltre di un’interferenza enorme sulle sorti degli umani, incompatibile con quanto ci è concesso. Glielo dico. Le conseguenze potrebbero essere inquietanti. La questione va ben oltre Thomas Shandorf e sua figlia Catherine.
«No, non è così. Le conseguenze riguarderebbero solo Shandorf, Catherine, e pochi altri» ribatte Tau. «Guarda tu stesso questo futuro alternativo.»
Spalanco col pensiero il corso alternativo delle cose, quello in cui Shandorf realizza la propria invenzione, dopo che Tau gli suggerisce – proprio in sogno – l’equazione cruciale.
Vedo quindi il dispositivo neurologico di controllo onirico finalmente ultimato. Gli umani possono disporre adesso di due vite, quella della veglia e quella dei sogni. Quando la prima si sospende, inizia l’altra, che s’interrompe al risveglio. Il ritmo circadiano diventa così l’alternanza di due storie, quella della vita fisica e quella della vita onirica, parallele e parimenti significative.
Dopo la sperimentazione condotta su di sé fino al completo perfezionamento del dispositivo, il professore ha messo il prototipo a disposizione della figlia. Ora per Catherine la tetraplegia è solo l’incubo dei suoi risvegli, perché nei sogni ha ripreso a vivere la vita che ha perduto: si è iscritta al college, studia, s’innamora, va alle feste.
È l’invenzione del secolo. Ogni persona affetta da menomazione fisica irreversibile vi guarda carica di speranza. Shandorf si è impegnato ad avviarne la produzione in serie, per distribuire quel dispositivo onirico a tutti gli sventurati. Ma il mondo è diviso sull’argomento, i dibattiti non si contano. C’è chi vi vede solo un formidabile strumento di compensazione per quanti sono affetti da malattie degenerative o sono stati colpiti da traumi invalidanti, ma altri già paventano il suo possibile utilizzo indiscriminato, come mezzo di evasione dalla realtà per chiunque cerchi facili soddisfazioni illusorie. Già parecchi Stati si affrettano a disporre limitazioni alla sua prossima distribuzione e regolamentazioni sul suo utilizzo.  Ma a Shandorf importa soltanto d’aver visto gli occhi di Catherine scintillare di gioia a ogni risveglio, dopo che ha cominciato ad addormentarsi indossando il casco.
Mentre produzione e commercializzazione procedono a rilento, impantanandosi tra le pastoie legislative, Catherine comincia tuttavia a deperire inspiegabilmente, dopo sei mesi di utilizzo continuativo della macchina. Shandorf si allarma e la sottopone a tutti i possibili accertamenti medici. Ma nessuna causa organica viene riscontrata per quel repentino processo di consunzione.
Sospettando che possa trattarsi di qualche subdolo effetto collaterale del dispositivo, il professore decide di toglierglielo, nonostante le sue proteste, riservandosi di procedere a ulteriori verifiche. Tuttavia, anche se privata del dispositivo, Catherine continua a deperire.
Muore tre settimane dopo, per arresto cardiaco, ormai con tutti i parametri vitali ridotti a un lumicino.
«Non mi sembra che quest’alternativa costituisca un’opzione così allettante, Tau» commento, interrompendo la visione. «Perché mai vorresti aiutare Shandorf a costruire proprio la macchina che ucciderà sua figlia?»
«Solo così potrà liberarla dalla sua prigione…» mi risponde lui. «Questo tipo di soccorso non ci è vietato. Catherine stessa gli ha domandato più volte, prima dell’invenzione, di aiutarla a morire. Ma Shandorf non è capace di scegliere per sua figlia l’eutanasia… »
«Si, ma poi Shandorf si renderà conto di averla comunque uccisa…»
«Con tutt’altre intenzioni, però! E quindi senza troppi rimorsi» protesta Tau. «Non capirà nemmeno la vera ragione per cui l’apparecchiatura ha provocato la morte della figlia.»
«E quanti altri decessi si daranno, a causa di questo dispositivo?»
«Nessuno. Con la morte di Catherine la produzione sarà subito fermata, e gli apparecchi in circolazione verranno ritirati prima di arrecare danni.»
«Ma se qualcuno, proprio riesaminando l’esperimento, capisse?» rincaro. «In fondo, in assenza di cause organiche, una morte per consunzione rende tutto così evidente…»
«Se qualcuno capisse cosa? Che i sogni sono il cibo dell’anima? Che ogni organismo animato ne ha bisogno, proprio per rifocillarsi quotidianamente presso la propria dimensione d’origine?» incalza Tau. «Che non si possono manipolare a quel modo, senza spezzare il cordone ombelicale che connette l’anima alla nostra dimensione? Che farlo significa costringerla a lasciare anzi tempo il corpo in cui si è incarnata?»
«Sì, Tau. Proprio questo. Ti rendi conto che il nostro intervento rischierebbe di cambiare il futuro del genere umano?» insisto. «L’evidenza dell’esistenza dell’anima, devono trovarla da soli. Senza il nostro aiuto, lo sai.»
«Ma sono troppo materialisti per capire, Beta! Non sono capaci né di vedere né di dedurre quello in cui non credono» replica Tau. «Guarda il seguito. Guarda tu stesso come la stampa e la comunità scientifica liquideranno invece l’invenzione del professor Shandorf!»
Porto la visione di quel futuro alternativo un po’ più avanti. E leggo i titoli dei giornali: “IL DISPOSITIVO DEL PROFESSOR SHANDORF EMETTE ONDE LETALI PER IL CERVELLO UMANO.”
«Ah! Se le cose stanno così…» esclamo. «Penso che tu abbia ragione, Tau. Puoi svelargli l’equazione, se ti fa piacere. Tutto resterà comunque immodificato.»

Egler  Ghinato, 2011

La mia esperienza di premorte (5)